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La preghiera non deve per forza farti sentire meglio: è un cammino

PRAY

Africa Studio|Shutterstock

don Luigi Maria Epicoco - pubblicato il 23/03/20

Una richiesta che sembra non essere accolta, che ci ricorda quanto spesso anche noi non ci sentiamo ascoltati quando preghiamo, quanto è dura perseverare, anche quando non sentiamo nulla. Questo perché pregare non è questione di essere esauditi, ma di cominciare un cammino.

In quel tempo, Gesù partì dalla Samarìa per andare in Galilea. Ma egli stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria.
Quando però giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa. Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire. Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete».
Ma il funzionario del re insistette: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli risponde: «Và, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». S’informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato».
Il padre riconobbe che proprio in quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive» e credette lui con tutta la sua famiglia. Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giudea in Galilea.

Giovanni 4,43-54

l miracolo raccontato nel Vangelo di oggi sembra un miracolo controvoglia. Gesù reagisce alla richiesta di questo padre disperato con una sorta di rimprovero:

Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire. Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete».

Quante volte la sensazione che proviamo nella nostra preghiera assomiglia alle parole che Gesù rivolge a questo padre. Ci sembra di domandare qualcosa e di trovare non accoglienza ma durezza. La preghiera molto spesso è dura. Non è sempre un’esperienza di pace. A volte è lotta anche con le sensazioni che ci suscita. Ma il segreto è non andare mai via dalla preghiera. Non abbandonare il campo di battaglia.

Ma il funzionario del re insistette: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia».

La reazione più naturale davanti a una difficoltà è scappare. Questo padre ci mostra il valore della preghiera perché “insiste” non va via, resta a pregare Gesù anche se ha la sensazione di non essere capito. Ed è per questo che Gesù gli risponde in questo modo:

«Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino.

Credere non significa sentirsi esauditi all’istante ma cominciare un cammino nella direzione di ciò che la preghiera ci indica. In fondo quel padre non ha nessuna prova che Gesù dice la verità ma accetta di tornare a casa, di rimettersi in cammino. La preghiera deve sempre far questo: deve rimetterci in cammino.

Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». S’informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio in quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive» e credette lui con tutta la sua famiglia.

La preghiera serve a imparare a credere più che a sentirsi meglio.
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