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Assoluzione generale del Vescovo Fontana ai malati di un ospedale

Bishop Riccardo Fontana

© TSD Tv Arezzo | Youtube

Mons. Riccardo Fontana, Vescovo di Arezzo, imparte l'assoluzione collettiva ai degenti nell'Ospedale cittadino San Donato, 19 marzo 2020

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 20/03/20

Ieri mattina mons. Riccardo Fontana, Ordinario aretino, ha celebrato di fronte al nosocomio cittadino una liturgia penitenziale nella “terza forma”, aprendo di fatto (e legittimamente) un'interpretazione estensiva della norma canonica (in quanto essa era stata pensata per altri contesti). Oggi in Vaticano il Santo Padre è tornato a interloquire con i telespettatori invitandoli a incanalare il desiderio di confessarsi nella via tracciata dal Catechismo. Poco dopo, la Penitenzieria Apostolica notificava un decreto e una nota che propongono all'intera Chiesa una lezione affine a quella del Presule aretino. I tre fatti ecclesiali meritano un approfondimento teorico che proviamo a imbastire proseguendo un dibattito col noto teologo liturgista.

L’emergenza Covid-19 continua a far parlare di Confessione, e a più livelli: se nella giornata di ieri ci ha raggiunti la notizia che mons. Riccardo Fontana aveva impartito (nella mattinata) un’assoluzione generale davanti all’ospedale aretino di San Donato, destinata a tutti i malati che desiderassero confessarsi, ancora stamattina Papa Francesco (sempre più “parroco d’Italia” honoris causa, grazie alla diretta della messa delle 7 da Santa Marta) tornava a suggerire a quanti – anche non malati ma confinati in casa – desiderano riconciliarsi col Signore di «fare come dice il Catechismo», e poco dopo la Penitenzieria Apostolica notificava un proprio decreto e una nota (il tutto firmato ieri) in cui faceva proprio e trasformava in orientamento universale il giudizio di mons. Fontana.

L’assoluzione generale ad Arezzo

Un collega di Tele San Domenico da noi contattato ci diceva che – salvo errore – l’atto posto ieri da mons. Fontana è il primo nel suo genere in Italia (perlomeno nell’ultimo secolo): è più che possibile che tale novità venga presa a spunto da altri confratelli vescovi, e non solo nel nostro Paese. Proprio l’altro ieri, illustrando le possibilità offerte dal Codice di Diritto Canonico (e lumeggiate in Reconciliatio et pœnitentia, nonché in una nota di Curia Romana del 1996), osservavo il punto critico posto alla valutazione degli Ordinarî:

[…] queste norme si addicono all’epidemia da Covid-19 con cui ci stiamo attualmente confrontando? I sacerdoti in Italia non sono a tal punto rarefatti da essere considerati “troppo pochi” per ascoltare le confessioni di persone, le quali non sono tutte in uguale pericolo: eppure è certamente senza loro colpa che i fedeli non hanno modo di accedere al sacramento. Quel che fa problema, nella fattispecie, è proprio la condizione in cui ordinariamente si adempie la confessione sacramentale, ossia un incontro abbastanza ravvicinato e intimo tra due persone: tale incontro potrebbe configurare una facile occasione di contagio, e la dinamica per cui molte persone vanno sistematicamente a incontrare un’unica persona aumenta drammaticamente l’eventualità che l’unica persona venga contagiata e diventi a sua volta un veicolo di contagio (perfino più potente degli altri). Di più: la stessa condizione per cui si possa dare l’assoluzione generale – ossia un forte assembramento di persone – è attualmente (e giustamente) impossibile a tenersi secondo la legge, in quanto costituirebbe con altissima probabilità l’avvio di un pericoloso focolaio epidemico.

Subito prima, nondimeno, avevo ricordato

che solo l’Ordinario (cioè il Vescovo, nella massima parte dei casi) è chiamato a discernere se tali criterî trovino riscontro nel proprio territorio e possano dunque invocare l’applicazione della terza forma.

La valutazione di mons. Fontana è stata dunque questa:

  1. sì, le norme canoniche possono essere interpretate in un senso lato che ne permetta l’applicazione all’epidemia da Covid-19;
  2. la rarefazione di sacerdoti va intesa relativamente all’accesso ai malati e non in mero rapporto al territorio (tale sembrava essere la mens del legislatore);
  3. proprio in ragione della contagiosità del virus i penitenti sono stati “raccolti moralmente” dal Vescovo, il quale si è simbolicamente posto di fronte all’ospedale e con ciò ha inteso “attenuare” la propria assenza (ciò si differenzia vistosamente dal caso dell’assoluzione ai soldati prima di una battaglia o ai moribondi subito dopo, perché lì il ministro è presente ai penitenti e questi ultimi sono com-presenti al primo).

Se tali erano i punti che rendevano dubbia l’applicabilità della norma canonica al caso di specie, è fuor di dubbio che l’operato di mons. Fontana sia stato formalmente e sostanzialmente legittimo, tanto da poter (giova ribadirlo) costituire un precedente per la consuetudine e (a quanto è dato di vedere già nel menzionato decreto e nella relativa nota della Penitenzieria Apostolica) anche per la norma1. In questo video, opportunamente prodotto a testimonianza proprio dall’emittente televisiva diocesana aretina, è documentato tutto il rito disposto e officiato dal Presule, il quale non ha mancato di ricordare che quanti ricevevano quell’assoluzione erano ipso facto tenuti a perfezionarne il frutto spirituale completandola, una volta ristabiliti in salute e passata l’emergenza sanitaria, nella forma ordinaria.

Frattanto il Papa rimanda al Catechismo…

Come anticipavamo, anche il Santo Padre è voluto intervenire in argomento, rispondendo in prima persona alle domande dei molti che vogliono «fare la pace con il Signore» e che in questo momento di segregazione sociale non trovano sacerdoti. Ovviamente il Pontefice non ha invitato a deroghe alla disciplina che la Cosa Pubblica si è giustamente imposta («Dobbiamo leggere questa norma come un atto di carità», diceva mons. Fontana prendendo la parola):

È molto chiaro: se tu non trovi un sacerdote per confessarti parla con Dio, è tuo Padre, e digli la verità: «Signore ho combinato questo, questo, questo… Scusami», e chiedigli perdono con tutto il cuore, con l’Atto di Dolore e promettigli: «Dopo mi confesserò, ma perdonami adesso». E subito, tornerai alla grazia di Dio. Tu stesso puoi avvicinarti, come ci insegna il Catechismo, al perdono di Dio senza avere alla mano un sacerdote. Pensate voi: è il momento!  E questo è il momento giusto, il momento opportuno. Un Atto di Dolore ben fatto, e così la nostra anima diventerà bianca come la neve.

Un atto di dolore equivale alla Confessione? Non è quello che ha detto il Papa, né quel che si legge nel Catechismo: conviene qui riportare i nn. 1451-1453 perché lumeggiano alcune delle cose già dette e torneranno utili a illustrarne altre che si diranno.

1451. Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è «il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire»*.

1452. Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta “perfetta” (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale#.

1453. La contrizione detta “imperfetta” (o “attrizione”) è, anch’essa, un dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo. Nasce dalla considerazione della bruttura del peccato o dal timore della dannazione eterna e delle altre pene la cui minaccia incombe sul peccatore (contrizione da timore). Quando la coscienza viene così scossa, può aver inizio un’evoluzione interiore che sarà portata a compimento, sotto l’azione della grazia, dall’assoluzione sacramentale. Da sola, tuttavia, la contrizione imperfetta non ottiene il perdono dei peccati gravi, ma dispone a riceverlo nel sacramento della Penitenza@.

E limitiamoci per ora a sottolineare soltanto (come dicemmo che anche mons. Fontana ha fatto) che queste forme di Riconciliazione non sostituiscono quella principale e fondamentale, poiché restano insieme e mutuamente implicate le due cose:

  1. da un lato l’assoluzione dai peccati, anche gravi, è vera, piena e istantanea quando nella coscienza brucia il fuoco della contrizione (e non ogni rimorso è contrizione, come ribadiremo tra poco);
  2. dall’altro quella stessa assoluzione è subordinata alla «ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale» (e le risoluzioni ferme sono, per definizione, non-passeggere).

Se ci limitassimo a queste mere considerazioni formali dovremmo concludere che:

  • o il cristianesimo è una raffinata forma di farisaismo psicologico;
  • oppure (e sarebbe un vel, più che un aut) la Chiesa allunga di tanto in tanto le sue catene ma solo per ritrarle subito dopo, ché non può permettersi di perdere presa sulle coscienze.

…e i teologi cercano di approfondire

…e i teologi cercano di approfondire

Entrambe le prospettive sono distorte e aberranti, benché variamente e lungamente attestate nella narrazione ab extra del fatto cristiano: viceversa ab intra si farà bene a non scartarle con sufficienza, bensì ad interrogarle (e ad interrogarsi) su cosa le renda possibili.




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È quanto proprio stamane ha provato a fare – proprio partendo dalle nostre riflessioni dell’altro ieri – il noto teologo liturgista Andrea Grillo, il quale ha tentato contestualmente di approfondire la propria riflessione sul senso (non sostitutivo né meramente complementare, bensì fondativo e sostanziale) della penitenza.




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Partendo dalla condivisione delle nostre impressioni sull’impraticabilità di una confessione che davvero scongiuri il contagio e che davvero sia ben fatta, Grillo si spinge oltre raccogliendo in un’unica critica (che pur confessandosi provocatoria si vuole propositiva) anche la soluzione di mons. Fontana e quella di Papa Francesco:

Di fronte a queste difficoltà si sono manifestate tre strade con cui si è tentato di rispondere alla emergenza:

b1) la prima è quella semplicemente “tecnica” e “funzionale”: luoghi arieggiati, guanti in vinile, distanza di sicurezza, mascherina obbligatoria. Cambia qualche accidente, la sostanza resta immutata;

b2) la seconda è il ricorso alla “terza forma” del sacramento, ossia quella con confessione e assoluzione in forma generale, che ha il vantaggio di non richiedere alcun contatto, e lo svantaggio della genericità e della non individualità;

b3) la terza proposta fa ricorso al tema classico del “votum sacramenti”, per il quale, in circostanze eccezionali, si può superare la mancata confessione specifica dei singoli peccati gravi ed essere riconciliati “in voto”: dove per “voto/desiderio/proponimento” si intende non solo la desiderata riconciliazione, ma anche il proposito di confessare quanto prima i peccati gravi, non appena sarà possibile.

E’ evidente come le diverse risposte manifestino una diversa considerazione attribuita alle circostanze storiche e culturali in cui la Chiesa si muove in questo tempo. Vi è, tuttavia, un elemento che accomuna tutte queste soluzioni, ed è una considerazione che mi pare semplicistica e troppo “amministrativa” del sacramento, che deriva da una lettura in cui le sole fonti “canoniche” esercitano un peso eccessivo, fino a distrarre dal centro pulsante del sacramento.

Segue un richiamo al dispositivo del can. 960 del CIC e il teologo argomenta:

Di per sé, dunque, le tre soluzioni appaiono tutte guidate – in positivo o in negativo – da questa definizione. Di per sé la soluzione b1) resta pienamente nell’alveo della definizione, solo con accorgimenti tecnici; b2) può fare a meno della confessione integra e individuale; b3) può prescindere sia dalla confessione, sia dalla assoluzione.

A rispecchiarsi in questa impostazione è il numero 1491 del Catechismo, puntualmente richiamato da Grillo il quale lo critica in quanto ridurrebbe

il sacramento della penitenza a “due atti” (confessione e assoluzione), lasciando sullo sfondo, e nella sostanziale irrilevanza, la elaborazione del dolore e della libertà (ossia contrizione e penitenza). Potremmo dire che, nel sacramento della penitenza, così come considerato dal codice, non c’è più la penitenza.

Già s’intravede (a giudizio di chi scrive) un margine di obiettabilità all’argomentazione, ma vorremmo prima raccoglierne quello che a nostro giudizio è lo spunto più interessante e potenzialmente fecondo per tutti:

Ecco allora una buona occasione, offertaci da questo tempo di clausura, per tornare con occhi nuovi a questo sacramento e al suo contesto più vero. […]

Ciò che nel sacramento della penitenza è qualificante e specifico non è l’annuncio del perdono, che questo sacramento ha in comune con battesimo e eucaristia. E’ invece l’accompagnamento nella elaborazione del dolore e nella ristrutturazione del corpo, della mente e dello spirito. Potremmo dire al “dono del perdono”, ripetuto e mutuato dal battesimo, corrisponde la elaborazione del lutto, della memoria e della libertà, che è specifico del IV sacramento.

Per questo gli antichi, molto più di noi, sapevano che “penitenza” è prima una virtù che un sacramento. E il sacramento è al servizio della promozione e della articolazione della virtù. Essere consapevoli del perdono ricevuto nel battesimo e continuamente rinnovato nella eucaristia permette di superare anche i peccati più gravi se, a partire dal rinnovarsi della parola del perdono di fronte alla parola che confessa il peccato, imparo nel tempo a elaborare il dolore e a ristrutturare la mia libertà.

Ecco allora che, all’improvviso, possiamo capire una cosa che ci era nascosta. Questo nostro tempo, già di per sé, ha una sua duplice struttura penitenziale, che è pronta e disponibile per tutti: il tempo quaresimale, per la tradizione ecclesiale, e il tempo di quarantena, per la tradizione civile, sono forme comuni, potremmo dire pubbliche e comunitaria, di elaborazione del dolore e di ristrutturazione dei comportamenti.

L’analogia proposta da Grillo è oggettivamente intrigante, nel suo approfondire meglio la vaga analogia tra quarantena e Quaresima che tutti noi abbiamo fatto. Che altro sono, infatti, le campagne sui social, le parole degli influencer, i decreti di Palazzo Chigi e la loro ricezione pubblica, se non «forme comuni di elaborazione del dolore e di ristrutturazione dei comportamenti»?


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A questo punto però devo dire – e il professor Grillo ha già convenuto di trovare non trascurabile la cosa – che Papa Francesco si è riferito al Catechismo, non al Codice di Diritto Canonico: forzata dal genere letterario a formalizzare, spesso la canonistica perde contatto con le dinamiche esistenziali/spirituali che pure innervano la propria materia, mentre il Catechismo premette il primato assoluto della contrizione (prima faccia della penitenza) ben quaranta numeri prima del 1491.

Proviamo allora – rilancio la proposta al Professore – a proseguire l’analogia tra piano civico e piano sacramentale:

  1. Da un lato infatti sembrerebbe di poter osservare che il limite dell’analogia è che lo Stato, per sua natura, non ha interesse all’intimo assenso dei cittadini, e che si accontenta bensì dell’esecuzione di disposizioni esterne: insomma, non è importante che le norme piacciano ai cittadini o che essi le approvino, basta che le rispettino.
  2. A conferma di ciò, sul piano civile si danno sanzioni qualitativamente incomparabili con le “penitenze” della confessione: una multa è un provvedimento vendicativo con valenza deterrente, una penitenza è un provvedimento riparativo con valenza edificante.
  3. D’altro canto, tuttavia, le summenzionate campagne di pubblicità progresso, il rilancio del Servizio Pubblico alle dichiarazioni di privati cittadini riconosciuti come “influencer” e tutto il resto sembra rivolto precisamente a ottenere alla quarantena civile un’adesione intima, quasi «un religioso ossequio della volontà e dell’intelletto».

Ci si deve chiedere perché, e senza dubbio dalla sociologia potrebbero arrivare risposte importanti: a spanne potremmo intanto osservare che persuadere qualcuno a fare qualcosa è sempre una via migliore – in ordine allo stesso risultato materiale – che obbligarlo con la forza (ragion per cui anche e soprattutto i totalitarismi hanno sempre cercato di inculcare mediante la coercizione della forza pubblica il culto dello Stato nei cittadini).




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La paura delle multe è un deterrente meno efficace di quella del virus, evidentemente, perché chiunque tiene più alla salute che al denaro (in teoria, salvo il fatto che molti vizî, il fumo tra tutti, bruciano denaro e danneggiano la salute): entrambe si collocano – recuperando l’analogia col piano sacramentale – sul piano dell’attrizione, ovvero di quella disposizione che di per sé non basta a pacificare l’individuo.




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La pacificazione, insieme con la gioia, è frutto proprio del perdono sacramentale ed è esperibilmente anticipato a chi sia mosso dalla “contrizione perfetta”, che nell’analogia civile sarebbe l’intima adesione alla necessità di dare il proprio contributo alla salute pubblica, e ciò con azioni (proteggersi, fare donazioni…) e con omissioni (non uscire, non invitare, non…). Tutti lo vediamo: i cittadini animati da tale senso di responsabilità collettiva (che non a caso chiamiamo “senso civico”) non sono solo meno soggetti alla “tentazione” di fare una passeggiata o di andare a incontrare qualcuno, ma fanno anche meno fatica ad adottare nei modi più stringenti i comportamenti più sicuri per tutelare la salute propria e altrui.




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Ecco perché quando ci affacciamo alla finestra biasimiamo in cuor nostro gli sparuti ragazzi che vanno in bici o in moto, le rare signore che passeggiano con le amiche, le poche persone che si scorgono nell’atto di fumare una sigaretta. E torniamo a sentire vive le arcinote considerazioni di Agostino: «Due amori hanno generato due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio e degli altri e l’amore di Dio e degli altri fino al disprezzo di sé» (cf. Aug., Civ. XIV, 28). Certo, non poter uscire di casa è una limitazione, e autolimitarci significa ritenere “di-minor-prezzo” (alla lettera “disprezzare”) il bene della passeggiata (e soprattutto della libertà di poterla fare!) rispetto al bene della salute pubblica: quando vediamo gli sconsiderati di cui sopra capiamo che stanno attentando alla salute nostra e dei nostri cari, e che stanno violando la regola d’oro della nostra etica in quanto non stanno facendo né quello che vorrebbero che altri facessero per loro né quel che altri stanno effettivamente facendo per loro.


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Come si esce dall’impasse? In fondo i totalitarismi – pur nella loro orribile deformazione – avevano tratto una lezione importante da Agostino (e dalla religio civica romana): l’ideale sarebbe insegnare agli uomini ad amare ciò che viene loro comandato («Da’ ciò che comandi – stringeva il Vescovo di Ippona nella sua preghiera – e comanda ciò che vuoi»). L’errore che quei regimi hanno fatto e sempre fanno è illudersi che sia possibile sublimare il semplice timore della forza pubblica in culto dello Stato.


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A rendere utopica (e distopica!) questa prospettiva sta il fatto che il timore e l’amore sono qualitativamente incommensurabili e ultimamente incompatibili (cf. 1Gv 4,18): la Sindrome di Stoccolma può somigliare a una forma (malata e tossica) di amore, ma appunto per questo ne è meno che una vaga immagine… piuttosto una caricatura.




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Memore invece della longa pietas di cui s’intesse la storia della Salvezza, la Chiesa “esperta in umanità” non ha bandito il timore, né l’imperfezione delle disposizioni dei fedeli: essa dispone bensì a sua volta che tali condizioni vengano accompagnate e perfezionate. Dove? E come? Su questo ha perfettamente ragione il professor Grillo: se pensassimo che adempiere la forma di un rito significhi ipso facto accompagnare e perfezionare le disposizioni intime delle persone (quando invece i riti devono esprimere quei sensi e farli crescere in significato e consapevolezza), staremmo anche noi ciurlando nel manico… e sotto sotto porremmo effettivamente le basi per un dominio sulle coscienze.




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Qual è allora il passo decisivo che fa compiere il trapasso dall’attrizione alla contrizione, dall’economia della legge all’economia della grazia – sul piano civile – dal contenimento degli istinti anarcoidi alla trascurata virtù dell’“obbedienza civile”? Sul piano sacramentale la risposta è semplicissima: l’incontro col Crocifisso-Risorto offre al peccatore l’occasione di diventare penitente, cioè di ottenere all’istante la Grazia del Mediatore e di comprendere che i comandamenti e la relativa minaccia dei castighi erano stati un cammino propedeutico alla piena rivelazione del cuore amante di Dio. Così rinnovato, il penitente/redento torna ai comandamenti comprendendoli più a fondo e scoprendoli già iscritti nella propria natura: allora egli scopre che davvero i comandi gli erano stati dati e i castighi minacciati «per il suo bene», e il suo dolore per ogni infrazione diventerà tanto più vivo quanto più gli si farà facile e piacevole (ossia “virtù” in senso pieno e maturo) l’aderenza al loro dettato.




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Per quanto riguarda il piano civile, invece… i cristiani professano che il loro Redentore non li abbia rinnovati “a segmenti” (non c’è “il parrocchiano”, “il cittadino”, “lo studioso”, “il coniuge”…), e che dunque l’effusione del suo Spirito vivifichi trasversalmente tutte le attitudini. Vivano dunque così.


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Quanto ai non cristiani… essi aspettano appunto qualcuno che viva con tanta bellezza da suscitare ammirazione e imitazione.


1: Da fonti interne alla Curia aretina apprendiamo che mons. Fontana si è mosso di concerto con la Penitenzieria Apostolica, addirittura avviando le consultazioni con l’organo della Curia Romana all’indomani del secondo Decreto di Palazzo Chigi, dunque lunedì 9 marzo.

*: Concilio di Trento, Sessione 14a, Doctrina de sacramento Pœnitentiæ c. 4 (DS 1676).

#: Cf. Concilio di Trento, Sessione 14a, Doctrina de sacramento Pœnitentiæ c. 4 (DS 1677).

@: Cf. Concilio di Trento, Sessione 14a, Doctrina de sacramento Pœnitentiæ c. 4 (DS 1678); Ivi, Canones de sacramento Pœnitentiæ 5 (DS 1705).

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