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E se Dio volesse farci il dono di vederci come ci vede Lui?

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padre Robert McTeigue, SJ - pubblicato il 20/03/20

La Quaresima è un'ottima occasione per imparare a morire e a risorgere con Cristo

E se la Quaresima non intendesse essere semplicemente “utile” (intendo Quaresima corrotta dal digiuno che diventa una dieta, ecc.)? E se la preghiera non intendesse essere un mezzo per il miglioramento di sé (penso all’invito che ho ricevuto una volta a parlare a degli studenti universitari sulla “spiritualità come aspetto del benessere”)? E se, come ha detto Dietrich Bonhoeffer, “quando Cristo chiama un uomo, lo invita ad andare a morire?” Ottima domanda, soprattutto in Quaresima, vero?

E se la Quaresima fosse un momento per venire a patti con la nostra terribile povertà, necessità e incompletezza? E se fosse un momento per venire a patti con la maestà e la santità di Dio? E se la Quaresima fosse un momento per venire a patti con la verità scioccante per cui Dio non sarà soddisfatto finché non avremo altro al di fuori di Lui?

In questi giorni molti parlano (forse in modo troppo disinvolto) di “mindfulness”, ed è sicuramente vero che la conoscenza di sé è un elemento essenziale della vita morale e spirituale, ma se Dio volesse darci una conoscenza che non oseremo mai dimenticare? E se volesse donarci la conoscenza che ci permette di vederci come ci vede lui?

E se smettessimo di nasconderci da quelle verità che ci spaventano? Come sarebbe allora la Quaresima? E il periodo pasquale? E la solennità di Pentecoste? E tutti i nostri giorni e le nostre notti?

Mi sono venute in mente queste cose dopo aver terminato di intervistare padre Donald Haggerty (potete ascoltare l’intervista qui) sul suo terzo libro sulla preghiera contemplativa, Contemplative Enigmas: Insights and Aid on the Paths to Deeper Prayer.

Il suo racconto dei recessi più profondi della preghiera è tanto scoraggiante quanto esigente. Padre Haggerty parla della preghiera come di un “viaggio splendido e impegnativo”, e dello “sforzo assetato” di preghiera. Durante questo periodo della Quaresima, in cui seguiamo la Via Crucis in compagnia del Signore, possiamo forse iniziare a considerare l’idea di compiere il nostro “viaggio impegnativo”. Forse ascoltando Nostro Signore gridare dalla croce “Ho sete!” possiamo permetterci di fare lo stesso.

E se lo facciamo? Ci sottometteremo a Dio terminando il processo iniziato con un saldo impegno a una preghiera più profonda? I modernisti post-moderni, allevati nel culto dell’autostima, osano prendere in considerazione la spoliazione e la perdita del (falso) sé? Meditiamo su queste parole di Santa Edith Stein:

“Donarsi a Dio, temerariamente dimentichi di sé, non tener conto della propria vita individuale per fare spazio alla vita divina: è questa la motivazione profonda, il principio e il fine della vita religiosa. Più viene messa in pratica in molto perfetto, più ricca è la vita divina che riempie l’anima”.

A forza di rumore e distrazioni, ci costruiamo uno scudo nei confronti dell’unica conoscenza di sé per la quale valga la pena di lottare, ovvero il dono doloroso di vederci come ci vede Dio. È devastante iniziare a vedere la nostra povertà e la nostra miseria, lo squallore che ci provochiamo da soli. Solo chi è davvero immerso nella preghiera può guardare a questa miseria abbastanza a lungo e con una compassione sufficiente da vedere attraverso di essa lo specchio dell’amore divino che vi si nasconde dietro. Quel tipo di preghiera (proprio in tempo per la Quaresima!) comporta la morte di ogni illusione a cui ci aggrappiamo. Chi potrebbe sopportarlo?

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