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“Io resto a casa” è la nostra sfida impegnativa. E chi non ce l’ ha una casa?

HOMELESS, SLEEPING, BENCH

Halfpoint | Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 16/03/20

E’ bello essere caritatevoli quando tutto va bene, e adesso non è più bello? Adesso la solidarietà non ci fa più sentire bene? E’ vero che a ciascuno di noi è chiesto un grandissimo impegno con tutti i propri cari da seguire. Quello che dico è che non si può chiudere gli occhi per l’ennesima volta su questa realtà, su queste presenze che facciamo finta di non vedere.

Segnali positivi dai tuoi concittadini ne hai visti?

Sì, sono stata molto sorpresa. Molte persone sconosciute si sono rese disponibili a fornire tutto il cibo necessario. Qualcuno ha telefonato al centro per sapere come stanno i nostri ospiti. Questo mi segnala che, anche se le risposte operative non sono ancora arrivate, c’è gente che non trascura il pensiero dei senzatetto. Quando si parla a livello teorico di accoglienza dei migranti, dei senza fissa dimora e dei profughi salta sempre fuori il problema del degrado: dove ci sono queste persone, arriva il degrado. Io rispondo sempre: il degrado ce lo abbiamo noi nel cuore, perché ci riduciamo a far finta che questa povertà non esista e non abbiamo voglia di proporre qualcosa che risolva i problemi. Non mi è ancora capitato di vedere un paese in cui i poveri siano al primo posto.


BUSINGYE, TOMMASI, MEETING

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Tu, però, li hai messi al primo posto nella tua vita. Ti dedichi a questi invisibili e credo tu possa dirci che guadagno personale ne custodisci.

Ho cominciato occupandomi di bambini e posso dire che vedere il sorriso, dopo tanti anni, sul volto di un bimbo abusato o abbandonato ti cambia dentro. Poi ho avuto l’opportunità di seguire questi adulti senza fissa dimora. All’inizio mi hanno messo a dura prova perché, a differenza dei bambini, non potevo guidarli con un comando; ad esempio non potevo dire: “Adesso ti siedi e mangi”. Però per tanti versi questi adulti sono come dei bambini da accudire: anche a loro devo far capire che il valore della loro presenza è importante, nello stesso modo in cui lo insegnavo a un bambino abbandonato. Stiamo parlando di persone che per gran parte sono state abbandonate dalle famiglie, oppure hanno scelto volontariamente di allontanarsi dalle famiglie e poi sono state abbandonate da tutti quelli a cui hanno chiesto aiuto. Ed è pure peggio. Il nostro compito è quello di far arrivare a loro il messaggio che c’è un’altra possibilità ed è un compito difficile perché non dobbiamo essere la loro ennesima delusione. Tutto questo ha messo a dura prova la mia razionalità, ho dovuto accettare il fatto che non posso fare miracoli. Ero partita con tantissimi progetti, irrealizzabili. Da questa sferzata di umiltà ho guadagnato una certa caparbietà, difficile da spiegare: è quella che ora mi fa tenere aperto il nostro centro, anche se alcuni mi rimproverano. Non posso rischiare, chiudendo la porta, di perdere la fiducia guadagnata in anni di lavoro. Magari dovremo chiudere per altri motivi necessari, ma non vogliamo chiudere ora per paura. Io non camminerò mai nelle scarpe loro, ma posso affiancarli a passo uguale.

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