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Come proteggere le nostre comunità dal virus della divisione

Young Praying
© Philippe Lissac / GODONG
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di Fernando Merino

Ciao a tutti, come state? Sicuramente attenti allo sviluppo della vicenda del coronavirus. Dobbiamo lavarci le mani per bene col sapone, starnutire nel gomito, metterci la mascherina se non stiamo bene per non contagiare gli altri e seguire tutte le raccomandazioni delle autorità locali.

Non permettete che lo sconforto contagi la vostra speranza. Camminiamo mano nella mano con il Dio della vita. Oggi non parleremo del coronavirus, ma di un virus forse ancor più pericoloso, che sta uccidendo sogni, comunità, amicizie, progetti apostolici, movimenti giovanili, fraternità e soprattutto il comandamento nuovo che ci ha lasciato Gesù.

Mi riferisco al virus della divisione, quello che può attaccare una comunità parrocchiale in un paesino dell’America Latina come anche un gruppo di vescovi nella Curia Romana. Nessuno è esente, ma tutti possiamo salvarci da questa situazione.

Vorrei condividere con voi cinque suggerimenti che possono aiutarci a prevenire l’arrivo del virus mortale della divisione nei nostri spazi ecclesiali.

1. Fratelli al di sopra di tutto

Difficile, vero? Lo so. A volte ci piacerebbe che un membro della comunità scomparisse perché non lo sopportiamo più e non ne tolleriamo atteggiamenti e comportamenti.

Non possiamo dimenticare che siamo seguaci di Gesù, ovvero seguaci di una comprensione dell’amore radicale, strana e perfino quasi pazza. Crediamo in un amore che trasforma i nemici in fratelli. Non li vuole lontani, ma vicini per servirli. Non li odia, li ama.

Il nostro comandamento nuovo, la nostra bussola per vivere, non si basa sulla divisione, sul tirare pietre per punire o far scomparire la gente. Al contrario, quando abbiamo voglia di farlo, ricordiamo che prima di essere giudici siamo un ospedale di campagna chiamato Chiesa cattolica, che ci invita a vedere quella persona “detestabile” come qualcuno che ha bisogno di aiuto, che è ferito, che sta vivendo una situazione difficile. Che forse è confuso, o non così consapevole delle sue azioni, che forse non ha bisogno di pietre ma di un po’ di compassione, soprattutto dai suoi fratelli più vicini, da te e da me.

Prima di essere coordinatore della catechesi, parroco, consulente del gruppo, economo della comunità religiosa, ministro dell’Eucaristia o incaricata della formazione è tuo fratello, è tua sorella.

E i fratelli non si uccidono né con le pietre né con sguardi, gesti, mormorazioni alle spalle, derisioni o indifferenza. I fratelli si amano, fino all’estremo, non ci sono parti scritte in piccolo nel contratto, non c’è altra via. Gesù cammina lì. Che dite, lo seguite?

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