Ricevi Aleteia tutti i giorni
Le notizie che non leggi altrove le trovi qui: inscriviti alla newsletter di Aleteia!
Iscriviti!

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

La gioia è il secondo ingrediente della ricetta per la santità

Willie Maldonado/Getty Images
Condividi

La santità non è cosa per voi? Non dite sciocchezze: per san Giovanni Bosco, conseguire la santità è come fare un buon dolce. Ci vogliono buoni ingredienti e il tempo di far lievitare l’impasto. E allora, se c’è una ricetta della santità, il suo secondo ingrediente (dopo la perseveranza) è senz’altro… la gioia. Vi spieghiamo perché.

Clicca qui per aprire la galleria fotografica

A molte persone la santità fa paura. Spesso tendiamo ad associarle immagini di austerità e di abbandono del sé poco attraenti (per non parlare dell’idea del martirio – piuttosto spaventosa). Senza dubbio è per questo che si finisce per temerla: la santità sarebbe riservata alle anime d’élite, a quanti sono pronti a sacrificare tutto. Essa sarebbe dunque cosa buona per alcuni, ma di certo non per noi… Eppure nella sua esortazione apostolica Gaudete et exsultate – che si potrebbe sottotitolare “non abbiate paura della santità” – Papa Francesco afferma che quest’ultima non consiste nel vivere un ideale più o meno estremo. Si tratta piuttosto di trovare gli ingredienti che fanno avanzare giorno per giorno sul cammino della santità. In qualche maniera, seguire una ricetta già nota dai più grandi cristiani ma rivisitata in salsa Papa Francesco.

Per il pontefice argentino, ci sono cinque elementi che permettono di diffondere una gioia che nessuno possa portare via (cf. Evangelii Nuntiandi 80, cit. in n. 103). Per lui, infatti, una cosa è certa: la santità è il mezzo più rapido per conseguire la felicità. Altrimenti detto, cinque mezzi – cinque ingredienti – per superare gli ostacoli e arrivare a meta. Dopo la perseveranza, il secondo ingrediente è la gioia, accompagnata da una buona dose di sense of humour.

Aprire il cuore per liberare la gioia

Diversamente dal piacere, che è effimero, la gioia è molto più profonda: essa ci prende interamente – tocca lo spirito, il corpo e il cuore. Essa ci fa danzare, cantare e ridere. Nella gioia è tutto l’universo che si colora. Certo, la gioia non dipende da un volontarismo psicologico, come l’ottimismo o il “pensare positivo”. Essa non si comanda, ma la si può invitare, provocare, accogliere coltivando alcune attitudini quotidiane, una delle quali essenziale – aprire il cuore.

Ben prima di tutti i consigli degli psicologi, i Padri del deserto parlavano della custodia del cuore, esercizio propedeutico al conseguimento della gioia duratura. Quelli che, nel III secolo, hanno voluto vivere in maniera radicale la loro fede nel deserto d’Egitto, avevano scelto scelto la parola greca “νήψις”, che vuol dire vigilanza – la via per la gioia profonda. Essa si acquisisce grazie all’attenzione portata a tutto ciò che accade nel nostro cuore.

È un metodo spirituale che cerca di liberare l’uomo dai pensieri malvagi o contaminati di passioni. Essa invita così ad osservare i pensieri che penetrano nel nostro animo e a distinguere i buoni dai cattivi. Aprire il cuore significa essere attenti a sé stessi. Come constatavano già gli Antichi, i pensieri sani conducono a uno gradevole stato di gioia profonda, ingrediente indispensabile della santità. Del resto, l’accostamento delle parole “santo” e “beato” (cioè “felice”) non è casuale. I Padri del Deserto non si sbagliavano. Fin dall’Antichità cristiana, essi hanno associato la santità alla gioia. Il santo è destinato alla beatitudine eterna, ma conosce la gioia e la felicità già da questo mondo: Dio ci chiama tutti alla santità, e questo significa che Egli ci propone un cammino in cui, fin dal nostro pellegrinaggio terrestre, la felicità è possibile.

La felicità eterna ci è promessa nella beatitudine celeste e, già quaggiù, la gioia inabita i cuori di coloro che amano. Il segno più grande della felicità è la gioia che è frutto dell’intimità con Cristo, per quelli che si sanno amati di amore infinito fin nel più profondo delle debolezze e delle miserie, e non solo nei loro punti di forza, nei loro profili più belli. Le prime parole pronunciate da Dio nel primo dei quattro Vangeli, quello di Matteo, ci fanno conoscere Cristo come Colui che, amato dal Padre, è tutta la sua gioia:

Questi è il mio figlio amato, nel quale trovo la mia gioia.

Mt 4,17

Durante il suo battesimo, che Egli riceve da Giovanni il Battista, Gesù ci è offerto come Colui nel quale troviamo la gioia di Dio. Quelli che hanno avuto la grazia di incontrare dei santi ne dànno testimonianza: essi sono abitati da una vera gioia di vivere, che si traduce in un’apparente levità (tanto poco pesa il loro ego!), una energia e una gaiezza spesso assai comunicative. Madre Teresa e Giovanni Paolo II erano noti per il loro humour. I loro splendidi sorrisi era il rivelatore più forte e più disarmante della loro santità. Perché «il cristiano deve avere un viso gioioso, non una faccia da funerale» – ha tuonato ancora recentemente papa Francesco, fedele al proprio sense of humour ispirato al “Siate sempre gioiosi” dell’apostolo Paolo.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni