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Sguardo - di Roberta Conte: «Entro in classe per rispondere a occhi che chiedono di essere amati»

ROBERTA, CONTE, TEACHER

Roberta Conte

Annalisa Teggi - Aleteia - pubblicato il 12/03/20

Una giovane insegnante ha scritto questa «gemma» prima che la quarantena imponesse la chiusura delle scuole; ancora più puntuale, allora, è questa nostalgia per un rapporto vivo non basato su voti e compiti, ma su uno sguardo che abbraccia il bene che ciascuno è.

Quando è nata l’idea di Gemme, desideravamo molto che, accanto alle persone direttamente interpellate da noi, ci fosse tra i nostri lettori chi sentisse il desiderio di donare una sua parola. Con tanta gratitudine abbiamo accolto la proposta che ci è arrivata da Roberta Conte, siciliana di origine e ora trasferita a Milano. La conoscevamo già bene come poetessa e le sue riflessioni sul film animato Frozen sono state raccolte in un articolo accolto da voi lettori con grandissimo – e meritato! – plauso. Ora ne ascoltiamo la voce di giovane donna che ha scelto la professione di insegnante. La sfida educativa è sempre una scommessa coraggiosa, ma in queste settimane di forzata reclusione a causa del contagio ci si accorge con più nuda chiarezza che la conoscenza è fragile se non è inserita in un rapporto personale. Un grande abbraccio a tutti gli insegnanti che stanno impegnandosi a reinventare il loro mestiere in queste settimane e a non lasciare soli e spaesati i loro studenti. Questo contributo ci fa desiderare con più forza quello che ci pareva scontato e che ritroveremo dopo questo periodo di grande sacrificio.

Di Roberta Conte

Ho capito per la prima volta il vero significato della parola sguardo dopo aver concluso il mio primo giorno in classe da insegnante. Fino a due mesi prima dall’inizio del mio incarico a scuola ero semplicemente una studentessa appassionata di musica, arte e poesia. Cercavo, e cerco, nelle parole l’ordine delle cose, la chiave del senso. Pensavo che lo sguardo fosse un gesto che gli altri dovevano porre su di me (uso appositamente il verbo dovere), per dar senso alla mia vita, per sentirmi definire con una parola tanto agognata: “bravissima!”.
In fondo è ciò che ogni studente (anzi ognuno di noi) vuole, sia lo studente cosiddetto modello, sia lo studente menefreghista. Entrambi vogliono sentire quella parola (“bravissimo!”), perché entrambi sono facce di una stessa medaglia. Non conta il risultato del proprio impegno o del proprio qualunquismo. Ogni studente vuole essere visto, definito, vuole sentire su di sé lo sguardo di chi ha promesso di guidarlo: l’adulto.


DON ELIO CESARI

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Il passaggio da studente a insegnante ha coinciso nel mio cammino con quello da ragazza a donna adulta. Quando studiavo pensavo giustamente ai miei traguardi, a raggiungere i miei successi e conservavo stretto uno sguardo concentrato su me stessa. Se ci riflettiamo, è ciò che ognuno fa, almeno fino a quando continua il suo percorso di studi o finché non si è realizzato in qualche modo. La propria prospettiva tocca soltanto l’orizzonte dell’autorealizzazione. L’arrivo del lavoro ci trasforma. Nell’insegnamento, come in altre professioni che toccano l’umano nella sua essenza, ancora di più. La responsabilità che adesso appare così strettamente legata a ogni nostra singola azione (come invece non lo era prima) ci fa percepire il peso e l’importanza delle nostre scelte: ci fa essere in una parola adulti.
Entrata in classe avevo nelle mani, per la prima volta, la vita di qualcun’altro. Di una ventina di bambini che dipendevano in tutto da me in quelle ore trascorse insieme, la cui crescita scolastica sarebbe dipesa da me, i cui sconforti e le cui soddisfazioni sarebbero dipesi da me. Come potevo reggere questo peso? Ho trovato il segreto nello sguardo. Se il bambino si sente amato e apprezzato allora prende il volo. Se percepisce il rispetto da parte dell’adulto, e attraverso il confronto con lui si conosce e si riconosce, al fine di evidenziare la propria unicità e le proprie diversità, allora il bambino impara. Tutto questo avviene solo tramite lo sguardo, che non deve essere un semplice guardare, ma deve tramutarsi in uno sguardo amante che guarisce e purifica.


EMANUELE FANT

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Lo scriveva Dante che lo studio «è applicazione dell’animo innamorato della cosa a quella cosa stessa». Ma quando può l’animo innamorarsi? Quando ancor prima l’insegnante è innamorato del
lavoro che fa e delle persone a cui insegna. Ho intuito nella relazione fra le mura di una classe che anche quando un ragazzo ti sfida e sembra voler mettere in discussione la tua autorità, in realtà sta lasciando nelle tue mani e in tutta la sua concretezza, il suo cuore. Ti sta chiedendo: «tu che hai capito come si fa, amami per quello che sono».
L’accettazione nei pregi e nei difetti è tutto ciò che a conti fatti chiediamo a chi amiamo. Lo sguardo permette di sentirci amati e imparare ad amare a nostra volta. Come ancor da principio lo sguardo del Padre su di noi ci permette di leggere in noi stessi e poi accogliere l’altro. Quanto sono dolci gli sguardi fra due amanti. Quanto sono severi gli sguardi negli occhi di chi si odia.
La prima cosa che si perde tra due persone che non si stimano più e che non condividono più un affetto è proprio lo sguardo. Il contatto visivo svela la nostra anima e siamo in grado di farlo solo con le persone che amiamo.

Il bambino, il ragazzo, che si sente amato cresce e impara perché percepisce il suo valore, si sente degno di una relazione. Con questa costruisce il suo sé e la sua storia, se è vero che l’uomo è davvero uomo solo nella relazione con l’altro. Lo sguardo dell’adulto posto sul giovane aiuta infine quest’ultimo a orientare il suo di sguardo al di fuori di sé. E così avviene l’educazione che è il fine ultimo del mio lavoro. Per dirla con Plutarco, lo scopo primario dell’insegnante non è quello, istruendo, di riempire vasi vuoti, ma di accendere fuochi («la mente non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere»).


FRANCESCA SERRAGNOLI, GEMME

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Educando, dopo essere stata educata, e dimentica di me stessa, ho capito che il vero amore è lo sguardo fisso sull’altro. Grazie a Chi ha posto su di me il primo sguardo amante e a chi ha scelto di guardarmi così come sono, ho scoperto la gioia preziosa nascosta nell’amare, più che nell’essere amata. «Dio ha voluto che lo sguardo dell’uomo fosse la sola cosa che non può nascondere»
(Alexandre Dumas padre), perché è attraverso di esso che noi davvero amiamo e davvero costruiamo per la nostra realizzazione, ma prima di tutto per quella di chi è stato posto lungo il nostro cammino.

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