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Camus, la peste e noi oggi

Manuel Ballester - pubblicato il 12/03/20

Questa situazione che ci sottrae alle nostre abitudini mostra solo che il significato della vita dovrebbe già essere stato chiarito. Ora non abbiamo tempo per pensare. “Non si può curare e sapere allo stesso tempo”, dice Rieux. E allora curiamo il più rapidamente possibile.

Quando il male si verifica, scuote l’esistenza pacifica, rende visibile lo sradicamento e viene percepito come ingiusto. Al cuore del libro c’è un personaggio, Tarrou, che dà un’interpretazione allegorica alla peste.

Tarrou capisce che siamo tutti piaghe, che tutti trasmettiamo il male, e quindi cerca il cammino che porta la pace, nei propri termini: “Ciò che mi interessa è sapere come diventare santo”.

La peste, il male, ha messo la popolazione in una situazione di urgenza, esaurimento e indifferenza, ma in ogni caso lontano dall’autosufficienza del formicaio. Lì emergono le vere necessità umane, il vero significato.

In mezzo all’epidemia, Rieux, il medico stanco, entra in bar affollati due volte: sembra stupido a farlo, ma sente la “necessità di calore umano”.

Durante la peste, tutti diventano rifugiati da quando la malattia ha costretto a chiudere le porte della città. Hanno vissuto stretti, sono stati amputati del calore umano.

Sentiamo la mancanza di quello che ci manca radicalmente: tenerezza, calore umano, patria, famiglia. Ed è questo che vogliamo: tornare a casa, al luogo a cui apparteniamo, perché lì sono le nostre radici e la nostra vita, che consiste nell’amare e nell’essere amati.

Se il desiderio di tenerezza, il desiderio di amare ed essere amati, è alla base dell’essere umano, non sarà lì anche il rimedio allo sradicamento?

Il senso della vita sarà così collegato all’apertura, al lasciarci abbracciare da qualcuno che ci ama al di sopra di tutto.

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albert camuscoronaviruslibropeste
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