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Camus, la peste e noi oggi

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Manuel Ballester - pubblicato il 12/03/20

Il coronavirus ha provocato un aumento dell'interesse (o almeno della vendita) per l'opera “La peste” di Albert Camus. Perché?

È bene vedere che di fronte a un problema le persone si volgono alla grande letteratura – saggezza condensata, tradizione scritta – per orientarsi.

Camus, con il suo grande libro su un’epidemia, La peste, ci può insegnare qualcosa che non è collegato né alla dimensione sanitaria né a quella economica.

Quella che ritrae La peste è innanzitutto una questione antropologica. L’inizio si riferisce a com’è l’uomo moderno, mostrando poi come la mentalità moderna sia influenzata dalla peste.

L’uomo moderno è problematico di per sé. Nietzsche lo definisce un “animale domestico mansueto”, Saint-Exupéry parla di “formicaio umano”.

Camus, ne La peste, vede l’uomo moderno come un misto equilibrato di cicala e formica: “Senza dubbio, oggi nulla è più naturale del vedere le persone lavorare da mattina a sera e poi scegliere tra bar, gioco e conversazione come perdere il tempo che resta da vivere”.

Il tono del libro cerca una sobria obiettività. Il problema, interpretato letteralmente, è di salute. La narrazione segue da vicino il dottor Rieux, visto che “per tutto il tempo della piaga la sua professione lo mette nella condizione di frequentare la maggior parte dei suoi concittadini e di raccogliere le manifestazioni dei loro sentimenti”.

Nella nostra vita moderna, retta da abitudini e costumi, all’improvviso qualcosa di spezza, rompe tutta la routine.

Nessuno crede che una società come la nostra possa essere colpita da peste o malattie, intese come qualcosa che non si può controllare.

“Nel mondo ci sono state tante piaghe quante guerre, e nonostante questo piaghe e guerre colgono sempre le persone di sorpresa”.

La peste non è qualcosa di pianificato, e quindi è vista come ingiusta. E lo è ancora di più quando colpisce un innocente.

Religione. Dio. Un Dio che permette la morte di un innocente, un Dio che crea un mondo così, può essere buono, può esistere? Tutti noi moriremo? Sono queste le domande sollevate nel libro.

E comunque, cosa fare? Il medico cerca di fermare la peste a livello scientifico, ma il dolore, l’isolamento, l’aspettativa certa di una morte prossima non sono mere questioni mediche.

L’uomo moderno vive alienato, senza sapere se valga la pena o meno di vivere, e nel contesto medico se si salverà o no. Se tutti moriremo, quanto sforzarsi?

Questa situazione che ci sottrae alle nostre abitudini mostra solo che il significato della vita dovrebbe già essere stato chiarito. Ora non abbiamo tempo per pensare. “Non si può curare e sapere allo stesso tempo”, dice Rieux. E allora curiamo il più rapidamente possibile.

Quando il male si verifica, scuote l’esistenza pacifica, rende visibile lo sradicamento e viene percepito come ingiusto. Al cuore del libro c’è un personaggio, Tarrou, che dà un’interpretazione allegorica alla peste.

Tarrou capisce che siamo tutti piaghe, che tutti trasmettiamo il male, e quindi cerca il cammino che porta la pace, nei propri termini: “Ciò che mi interessa è sapere come diventare santo”.

La peste, il male, ha messo la popolazione in una situazione di urgenza, esaurimento e indifferenza, ma in ogni caso lontano dall’autosufficienza del formicaio. Lì emergono le vere necessità umane, il vero significato.

In mezzo all’epidemia, Rieux, il medico stanco, entra in bar affollati due volte: sembra stupido a farlo, ma sente la “necessità di calore umano”.

Durante la peste, tutti diventano rifugiati da quando la malattia ha costretto a chiudere le porte della città. Hanno vissuto stretti, sono stati amputati del calore umano.

Sentiamo la mancanza di quello che ci manca radicalmente: tenerezza, calore umano, patria, famiglia. Ed è questo che vogliamo: tornare a casa, al luogo a cui apparteniamo, perché lì sono le nostre radici e la nostra vita, che consiste nell’amare e nell’essere amati.

Se il desiderio di tenerezza, il desiderio di amare ed essere amati, è alla base dell’essere umano, non sarà lì anche il rimedio allo sradicamento?

Il senso della vita sarà così collegato all’apertura, al lasciarci abbracciare da qualcuno che ci ama al di sopra di tutto.

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