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Camus, la peste e noi oggi

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Il coronavirus ha provocato un aumento dell’interesse (o almeno della vendita) per l’opera “La peste” di Albert Camus. Perché?

È bene vedere che di fronte a un problema le persone si volgono alla grande letteratura – saggezza condensata, tradizione scritta – per orientarsi.

Camus, con il suo grande libro su un’epidemia, La peste, ci può insegnare qualcosa che non è collegato né alla dimensione sanitaria né a quella economica.

Quella che ritrae La peste è innanzitutto una questione antropologica. L’inizio si riferisce a com’è l’uomo moderno, mostrando poi come la mentalità moderna sia influenzata dalla peste.

L’uomo moderno è problematico di per sé. Nietzsche lo definisce un “animale domestico mansueto”, Saint-Exupéry parla di “formicaio umano”.

Camus, ne La peste, vede l’uomo moderno come un misto equilibrato di cicala e formica: “Senza dubbio, oggi nulla è più naturale del vedere le persone lavorare da mattina a sera e poi scegliere tra bar, gioco e conversazione come perdere il tempo che resta da vivere”.

Il tono del libro cerca una sobria obiettività. Il problema, interpretato letteralmente, è di salute. La narrazione segue da vicino il dottor Rieux, visto che “per tutto il tempo della piaga la sua professione lo mette nella condizione di frequentare la maggior parte dei suoi concittadini e di raccogliere le manifestazioni dei loro sentimenti”.

Nella nostra vita moderna, retta da abitudini e costumi, all’improvviso qualcosa di spezza, rompe tutta la routine.

Nessuno crede che una società come la nostra possa essere colpita da peste o malattie, intese come qualcosa che non si può controllare.

“Nel mondo ci sono state tante piaghe quante guerre, e nonostante questo piaghe e guerre colgono sempre le persone di sorpresa”.

La peste non è qualcosa di pianificato, e quindi è vista come ingiusta. E lo è ancora di più quando colpisce un innocente.

Religione. Dio. Un Dio che permette la morte di un innocente, un Dio che crea un mondo così, può essere buono, può esistere? Tutti noi moriremo? Sono queste le domande sollevate nel libro.

E comunque, cosa fare? Il medico cerca di fermare la peste a livello scientifico, ma il dolore, l’isolamento, l’aspettativa certa di una morte prossima non sono mere questioni mediche.

L’uomo moderno vive alienato, senza sapere se valga la pena o meno di vivere, e nel contesto medico se si salverà o no. Se tutti moriremo, quanto sforzarsi?

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