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La lotta al Coronavirus mi fa ricordare i giorni di guerra contro la malattia di mio figlio

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Littlekidmoment | Shutterstock

Piovono Miracoli 2.0 - pubblicato il 11/03/20

La battaglia dei medici è fondamentale ma è quella spirituale che conta davvero. Non sono riuscito a dare senso alla paura, alla sofferenza e alla morte se non quando ho gettato lo sguardo oltre questa vita, là dove nostro Padre ci attende.

di Stefano Bataloni

Arriva un momento nella vita in cui ti rendi conto che la tua storia ti parla, se ti guardi indietro ad occhi aperti capisci che quello che hai vissuto oggi ha da insegnarti molto e forse, se lo racconti, può essere di aiuto ad altri.
A me poche cose davvero importanti sono accadute: incontrare mia moglie, vedere venire alla luce tre figli. E poi combattere la guerra contro la malattia di Filippo.

Non riesco in questi giorni di lotta contro un virus tremendo a non ripercorrere quei giorni di guerra, tante sono le analogie che vedo.




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C’era da stare al chiuso, come oggi, inventandosi in ogni momento come far capire a lui che la vita è bella. C’era da stare lontano da amici, parenti e colleghi, come oggi.
C’era da far stare lontano i bambini da scuola, come oggi.
C’era da porre attenzione massima all’igiene, ad ogni dettaglio che potesse proteggerlo dalle infezioni: allora proteggevo lui, oggi proteggo mia madre, i miei suoceri.
C’era da dare fiducia ai medici, alle loro indicazioni, alle loro armi, che talvolta risultavano spuntate ma con le quali combattevano senza tregua la sua malattia.
Si stava in trincea, nel sangue e nel dolore, come capita oggi ai miei amici lombardi, veneti, emiliani e romagnoli.

E credete che non avessi paura?
Avevo paura della mia sofferenza, provavo angoscia per la sua sofferenza.
La paura era mia compagna al risveglio al mattino e nel letto alla sera.
Perché più di tutto c’era da combattere contro la mia presunzione e il mio orgoglio di uomo che crede di poter controllare tutto, che crede la vita sia da vivere a mille all’ora per fare ogni genere di esperienza. E invece tutto mi sfuggiva di mano.
C’era da combattere contro la malata idea che le cure e le medicine fossero l’unica cosa su cui contare, l’unica cosa a cui pensare, come se la vita, la mia e la sua, si giocasse tutta qui.

Poi però è arrivata la sua morte, come quella di tanti che in questi giorni negli ospedali sono consumati dalla polmonite.
E la paura lascia il posto al vuoto di senso.


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Io ho visto e per questo sento di doverlo dire forte e chiaro: la lotta sul piano medico contro il male, che sia un cancro o un virus, va combattuta con determinazione e sacrificio, come hanno fatto infermiere e dottoresse di Filippo, come stanno facendo oggi infermieri e medici del nord Italia.
Ma è la battaglia spirituale che conta davvero: non sono riuscito a dare alcun senso alla paura, alla sofferenza e alla morte se non quando ho gettato lo sguardo oltre questa vita, se non quando mi sono diretto là dove il Creatore, nostro Padre, ci attende.

Però affrontare da soli la battaglia spirituale contro il male non è possibile, da soli si fa fatica a guardare verso il Cielo. Mai avrei potuto fare a meno della Chiesa. Dove sarei finito senza la preghiera, la mia e quella di tanti intorno a me? Mai avrei potuto rinunciare alla grazia che procede dai sacramenti. Come avrei fatto senza la Santa Messa?

Ed è stato solo quando ho affrontato la battaglia spirituale che ho capito che senso avesse pure la battaglia medica. Solo allora ho capito che ciò che rischiavo perdendo la battaglia medica non valeva nulla a confronto di ciò che rischiavo perdendo la battaglia spirituale, tanto per me quanto per mio figlio.

Ecco perché mi rattrista vedere tanti intorno a me che caricano di valore assoluto le misure sanitarie a cui ci sottoponiamo per contenere l’epidemia virale di questi giorni e non reclamano a gran voce la necessità di ricevere la grazia di Dio.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DAL BLOG PIOVONO MIRACOLI 2.0

Tags:
coronavirusspiritualità
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