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Noi preti abbiamo il dovere di portare il conforto ai malati, rispettando le regole

Don Fortunato Di Noto - pubblicato il 11/03/20

"L’autocertificazione, già pronta e in borsa, garantisce lo spostamento per “lavoro”; piace dire, essendo un prete, per “diaconia”, cercando di mettere in pratica la fede attraverso le opere di misericordia spirituale e corporale"

I preti. Sempre prossimi e vicini al popolo di Dio. Restare a casa, in canonica, non impedisce di portare il conforto e la consolazione ai malati, agli impossibilitati, ai moribondi e ai defunti.

La giornata, apparentemente ostacolata da divieti e disposizioni, si declina con la sveglia alle 5,30 e si apre con “Signore a te ho gridato, accorri in mio aiuto (Salmo 140,1), e questo lo possiamo dire tutti. Non lo dico io, bensì il Cristo totale. Così S. Agostino, nel giorno in cui tutta Italia è stata confinata a zona rossa, a causa di questa epidemia del Coronavirus.

CORONAVIRUS
Antoine Mekary | ALETEIA

L’autocertificazione, già pronta e in borsa, garantisce lo spostamento per “lavoro”; piace dire, essendo un prete, per “diaconia”, cercando di mettere in pratica la fede attraverso le opere di misericordia spirituale e corporale. Rispettando tutte le regole e le disposizione sanitarie. E’ cosa seria questo virus, ci ha sconvolto la vita, le relazioni, il lavoro, l’economi. Tanti morti, tanti contaminati e tanti in rianimazione. Il sistema sanitario in apnea. Non possiamo permetterci di non essere responsabili, siamo “onesti cittadini e buoni cristiani”, ci ricordava S. Giovanni Bosco.

“L’eterno riposo donagli Signore e splenda a Lei la luce perpetua, riposi in pace”, ho benedetto il corpo esile di una anziana (91 anni). E’ morta per vecchiaia, Corradina, l’avevo incontrata lo scorso anno il Venerdì Santo, conosceva e recitava antiche e sempre nuove preghiere. Una continua litania,. Una in particolare: “soffriamo per Gesù, Lui ha sofferto per noi”. Una fedele che meritava le esequie, una S. Messa e la preghiera di suffragio e invece, solo una benedizione in casa, con cinque persone. Quel vecchio crocifisso, stretto tra le sue mani compensava la solitudine di una benedizione.




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Incontro i miei confratelli (ore 10,30). Siamo distanziati un metro. Come vivere questo tempo? Fino al 3 aprile: celebreremo ogni giorno la S. Messa, senza popolo ma per il popolo. La prima Messa è alle 16,30. Predispongo il mio smartphone, lo colloco su una sedia, al centro della Chiesa e celebro, insieme ad un altro sacerdote. Migliaia di persone si collegano e partecipano: commozione virtuale e intense preghiere. Tanti Amen.

CORONAVIRUS
Pixabay

Ogni giorno celebreremo, per la comunità, per il nostro popolo, per tutti gli uomini e donne di buona volontà. Per tutti, credenti e non. Per questa umanità, redenta da Gesù Cristo. Risuonavano le parole degli Atti degli Apostoli: Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione fraterna, nella divisione del pane e nella preghiera. (…) ogni giorno frequentando tutti insieme il tempio e spezzando a casa il pane, partecipavano al pasto in allegria e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo della gioia di tutto il popolo (cfr. Atti 2,42-47).

Ogni giorno 35.000 sacerdoti, sono invitati a celebrare l’Eucarestia, così come nel Giorno del Signore (la domenica). Che grande dono l’Eucarestia che non è mancata, ma in comunione spirituale, partecipata e trasmessa via social, in streaming (benedetto Internet, oggi più di ieri). Continueremo a celebrare, a pregare, a nutrirci della Parola di Dio, ogni giorno, in famiglia e in comunità (anche virtuale) e continueremo anche quando tutta l’emergenza finirà. Nessuno ci toglierà il dono dell’eucarestia, né la nostra fede vacillerà. Non piangiamoci addosso, ma alziamo il capo, senza paura e timore.


POPE ANGELUS COVID-19

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La liturgia delle ore, scandisce la giornata. Siamo uomini di preghiera. Prima della compieta, arriva un messaggio dalla Cina su Whatsapp. E’ quello di una famiglia, miei cari amici e fratelli di fede, in una città dove il Coronavirus è ancora una tragica emergenza. Sono le ore 22,50 del 10 marzo e mi dice, dopo che avevo chiesto: “Caro E., come va? Qui è un bel casino. I giornali italiani ci dicono che in Cina va meglio…. Un abbraccio”.

POPE AUDIENCE
Antoine Mekary | ALETEIA

Ecco la risposta: “Noi sempre uguale, in quarantena a casa (da mesi). Ovviamente è una manovra economica e politica. Per noi adesso inizia il momento più difficile e pericoloso. Voi state molto attenti e non sottovalutate il problema”. Messaggio gravido di amarezza, un grido di stanchezza e di evidente paura.

Li vorrei abbracciare forte e prego per loro, come anche prego per il personale medico e paramedico, in Italia e all’estero. Per chi ha già perso la vita e chi lotta per la vita. Per chi piange e ha paura, ma non possiamo farci prendere dal panico e dalla rassegnazione. Non siamo un popolo che si rassegna, ma si consegna alla speranza e all’impegno per reagire per un futuro incerto, ma che bisogna viverlo.

“Illumina questa notte Signore…”.


LITTLE CHILD, WINDOW,

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