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La vera speranza non vuole previsioni, s‘inoltra lieta nel buio

MAN, ABOVE, CITY

Jack Sloop | Unsplash

Annalisa Teggi - pubblicato il 10/03/20

"La notte sarà tre volte più buia su di te e il cielo diventerà un manto d’acciaio. Sai provar gioia senza un motivo, dimmi, hai fede senza una speranza?". Così parla la Madonna in un testo poetico di Chesterton, osando fare tabula rasa di chi, nel momento della paura, riduce la speranza alla logica di chi si aspetta da Dio la stessa voce degli oroscopi.

La notte è il momento che vivo peggio, perché – si sa – i pensieri cupi lievitano a dismisura: tutto nasce dalla preoccupazione per i miei cari e dalla nuda fragilità a cui ci espone questo contagio. Al buio la paura si scatena in modo più incontrollato, faccio fatica a pregare perché s’insiunano le preoccupazioni, le tentazioni dettate dall’ansia di tutto ciò che non è sotto controllo. Il buio è la prova che stiamo passando, l’incognita di una situazione che è oscura quanto a soluzioni e previsioni.

È stato proprio pensando alla trappola delle previsioni che, di notte, mi ha visitato un pensiero buono, il ricordo di una scoperta accaduta più di 10 anni fa e che mi ha cambiata del tutto. Sì, noi siamo schiavi delle previsioni e della logica degli oroscopi, anche non volendolo impostiamo il pilota automatico della nostra positività sull’ipotesi: “La tal cosa va bene se l’esito è quello che metto in conto io”. Di conseguenza, facciamo coincidere la speranza con una conclusione degli eventi secondo le nostre previsioni. Pessima cosa.


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Poco più di dieci anni fa tradussi un’opera in versi di G. K. Chesterton che s’intitola La ballata del cavallo bianco e che mandò a gambe all’aria tutto ciò che io credevo di sapere sulla speranza. Il terremoto sulle mie convinzioni cominciò quando feci i conti con questa frase:

ma gli uomini segnati dalla croce di Cristo vanno lieti nel buio.

Proprio il buio, proprio la notte, proprio lì dove tutto fa più paura … come è possibile essere lieti di inoltrarsi nella selva oscura di circostanze che non si dominano e di fronte a cui le previsioni si sgretolano? Chesterton mi stava suggerendo, senza delicatezza alcuna, che o la speranza si libera della preoccupazione sul futuro o non esiste. Pur aggrottando le ciglia, gli ho dato fiducia e l’ho ascoltato, seguendolo lungo il sentiero nuovo e ardito che mi indicava. Oggi, nel senso proprio di oggi, lo ringrazio perché l’unica cosa che tiene in mezzo a questo orizzonte di paura, malattia, quarantena e incognite è l’ipotesi che il mio bene non è in dubbio, persino se le circostanze saranno peggiori di quelle che io posso ipotizzare di notte quando si scatena il panico.

La notte sarà tre volte più buia su di te

Pare strano, ma occorre fare un passo molto indietro per cominciare questa storia di vera speranza. La ballata di Chesterton racconta di un re che visse in Inghilterra sulla fine del XI secolo (1200 anni fa). Si chiamava Alfred il Grande e fu, poi, fatto santo. Nell’ora più nera del suo regno si ritrovò chiuso nella sua piccola fortezza e circondato dal dilagare dell’invasione dei Danesi. Quando tradussi il testo nel 2008 non ci badai troppo, ma nel rileggerlo adesso mi sembra di aver sotto mano l’esatta cronaca di ciò che viviamo: un uomo solo e impotente, chiuso tra quattro mura, costretto a subire l’attacco di un nemico dalle proporzioni gigantesche e dalla forza incontenibile.




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L’unica risorsa di Alfred è quella di invocare la Madonna, ponendole la domanda classica che scatta nel momento dell’avversità: “Mi puoi garantire che tutto finirà bene?”. Confondiamo la speranza con l’ipotesi che gli eventi si risolveranno per il meglio e diamo al “meglio” il significato di “quello che immagino come buono per me”. Chesterton fa piazza pulita di questo abbaglio portando in scena la voce stessa della Madonna, che appare ad Alfred e ha per lui parole incredibili:

Non dico nulla per il tuo conforto, e neppure per il tuo desiderio, dico solo: il cielo si fa già più scuro ed il mare si fa sempre più grosso.   La notte sarà tre volte più buia su di te e il cielo diventerà un manto d’acciaio. Sai provar gioia senza un motivo, dimmi, hai fede senza una speranza?
WOMAN
Public Domain

Parafrasando il discorso di Maria: se ciò che ti interessa sapere è “come andrà a finire questa faccenda?”, te lo dico: andrà peggio di quello che ti aspetti («il cielo si fa già più scuro, la notte sarà tre volte più buia su di te»). La Madonna non vuole essere confusa con una fattucchiera, non elargisce oroscopi e previsioni. Quello che Lei porta è più solido di un diamante. Perché la speranza non ha le sue radici sull’esito degli eventi futuri; sperare è qualcosa che mi deve fare stare in piedi nel qui e ora dell’incertezza, anche al cospetto della consapevolezza che domani sarà peggio.

Allora, la Madonna mette il re Alfred di fronte alla domanda: la tua consistenza umana – il Bene su cui fondi il tuo essere – dipende dal sapere che uscirai vittorioso dalle prove che ti aspettano? Se questa è la prospettiva, allora non c’è via d’uscita e la tua speranza si riduce a un sentimento debole che si frantumerà nel momento in cui gli eventi tradiranno le aspettative. Pensiamo al nostro presente. Molti non usciranno vivi dal contagio del coronavirus, dobbiamo guardare in faccia questa drammatica verità per fondare un’ipotesi non fragile e passeggera di speranza. La speranza vale solo per quelli che si salveranno dal contagio? Ti rassicura un’ipotesi del genere?


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Il primo atto di amore che Chesterton affida alla Madonna è quello di portare un uomo di fronte a questa consapevolezza di estrema fragilità e perfino di ignoranza (noi non sappiamo come finiranno le cose, diciamocelo). L’orizzonte si rasserena e l’anima si rincuora davvero solo se siamo capaci di sostenere appieno questo tremore. Se preghiamo non è per modificare l’esito degli eventi a nostro favore ma per avere una «gioia senza un motivo», e cos’è? È una fiducia lieta, capace di sussistere dentro ogni circostanza, positiva o negativa che sia.

Ignoranti e coraggiosi

Alfred è frastornato dall’incontro con la Madonna, l’unica compagnia incoraggiante che Lei gli lascia è questa:

Gli uomini dell’Est scrutano le stelle, per segnare gli eventi e i trionfi, ma gli uomini segnati dalla croce di Cristo vanno lieti nel buio. … Ma tu e tutta la stirpe di Cristo siete ignoranti e coraggiosi, e avete guerre che a stento vincete e anime che a stento salvate.
mbolina/Shutterstock

Qualcuno si è inoltrato nel buio prima di noi e ne è uscito vincitore, Cristo. Il cristiano è segnato da questa Presenza e fonda sulla roccia del Calvario una speranza nuova, svincolata dalla trappola del futuro. Ogni uomo è ignaro di ciò che è a venire: taluni si illudono di riuscire a prevedere gli eventi; tanti si disperano perché le illusioni si infrangono al cospetto della realtà. Il cristiano è l’uomo ignorante e coraggioso, portavoce di Chi ha da dire l’unica cosa che conta: “Qualunque cosa ti accada Io, che ho sconfitto la morte per sempre, sono con te”.

È al cospetto di questa voce che lo sguardo si pulisce e l’anima si libera delle molte zavorre che l’attanagliano. Il bambino ha paura del buio fino a quando qualcuno non gli dà la mano e lo accompagna. Andare lieti nel buio non significa essere spavaldi nelle avversità, significa piuttosto liberarci per sempre dal peso della disperazione ed essere liberi di andare incontro al nostro destino come bambini accompagnati per mano dal Padre. Le ferite non sono escluse, il patire non è cancellato a priori con un colpo di spugna. Ma ogni segno brutale che le avversità potranno infliggerci non scalfirà la dignità, il valore e il destino eterno che ciascuno di noi è, perché Dio ha strappato alla morte l’ultima parola ed è compagno quotidiano di strada.


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Alfred va in guerra, dunque, avendo di fronte a sé solo prospettive di cupa sconfitta. I nemici non capiscono perché sul suo volto ci sia il sorriso. Lo spiega Chesterton descrivendo il sovrano-soldato che si lancia dentro la mischia di una battaglia tremenda e verisimilmente mortale:

Perché nella foresta densa di paure, come una strana folata che giunge dal mare, lo sospinse quella antica innocenza che è molto più della destrezza.   E come un bambino i cui mattoni crollano si mette a sistemarli ancora e ancora, vennero crolli e scrosci infuocati, col tempo, che gira come una ruota, e accovacciatosi tra le ginestre e le felci egli cominciò la sua vita una volta di più.

Non è più un uomo che pensa di andare incontro alla morte, è un uomo che anche «nella foresta densa di paure» comincia da capo la sua vita. La vera speranza è ciò che trasforma ogni istante, anche quello più cupo, in un momento di vita in più che è dato da vivere. Anche combattere è vivere, anche stare immobili a casa è vivere, anche affrontare la malattia è vivere. La compagnia presente di Cristo rende vero il paradosso della gioia nel dolore, di un cuore che soffre eppure è liberato dall’oppressione del nichilismo e della disperazione.

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