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“Viene prima il medico o il prete?”: domanda sbagliata che genera confusione e danni seri

Galica Borisz | Shutterstock

Una penna spuntata - pubblicato il 10/03/20

A partire dal IV Concilio Lateranense, la Chiesa aveva cominciato a sottolineare con grande insistenza l’importanza della confessione dei fedeli e, soprattutto, dei malati gravi. Il Concilio di Ravenna (1311) arrivava addirittura a diffidare i medici dal visitare una seconda volta il paziente che, dopo il primo consulto, non si fosse confessato.

Posso immaginare che la raccomandazione avesse lo scopo di “metter la strizza addosso” a quei malati che potevano permettersi di perder tempo, a causa di malattie gravi ma dal decorso lento. E fin lì.
Il problema vero però si veniva a creare laddove, al capezzale dell’infermo colpito da male gravissimo e improvviso, arrivavano contemporaneamente un medico e un prete, tutti e due ugualmente smaniosi di prestare al malato le proprie cure.

Mondeville non se la sente di sfidare l’autorità dei preti, e quindi raccomanda ai suoi studenti di farsi da parte per il tempo strettamente necessario a

che si siano compiute tutte le altre cose che secondo le prescrizioni della fede cattolica bisogna fare

partendo dall’auspicabile presupposto che il prete sia una persona di buon senso. Si presume infatti che

se il prete vuole per prima cosa ascoltare la confessione, è perché secondo lui il pericolo è più grande per l’anima che per il corpo – e il primo soccorso va portato là dove il pericolo è maggiore.


DAVID BUGGI

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“Affida la tua malattia a Dio!” David Buggi: una diagnosi feroce, una vita felice

Allo stesso tempo, però, Mondeville si appella molto umilmente alla coscienza dei sacerdoti, invitandoli a non essere troppo frettolosi nell’anteporre la salute spirituale a quella fisica. Bisognerebbe tenere ben presente che

il confessore salva solo l’anima del penitente; i chirurgi […] salvano un dito, una mano, qualche volta un braccio, e in tal modo la vita dell’artigiano povero e malato. Se quello morisse, morirebbero anche sua moglie e i suoi bambini, che egli sfama col suo mestiere.

Non oso immaginare che cosa direbbe Mondeville a gente che scrive sui social cose tipo “il più efficace farmaco contro il coronavirus non può che essere l’Eucarestia, e se tu non ci credi non sei un vero cristiano” (lo scrivono davvero, eh. Tipo, a me).
Non oso immaginare, ma sospetto che Mondeville non direbbe niente e passerebbe direttamente alla violenza fisica, come si desume dal gustoso aneddoto che l’autore riporta subito dopo (parlando di se stesso in terza persona e definendosi “sciocco chirurgo”, come spesso faceva).

Ebbene, in un caso eclatante

a proposito di questa alternativa (ossia chi dovesse officiare per primo) vidi uno sciocco disputare con un ignorante fino al momento in cui, mentre aspettavano un parere terzo

(!!! Al capezzale di un moribondo, sottolineo!)

i due vennero alle mani. Alla fine fu il chirurgo ad averla vinta, perché era il più forte e il più ostinato. Va detto che, su questo argomento, una cosa è agire secondo la scienza medica e un’altra è agire secondo la fede.

Avendo interessi terapeutici diversi, è ragionevole che in alcuni casi il medico e il sacerdote possano avere priorità diverse.

Ecco, sarebbe però carino se i religiosi la smettessero di

pretendere di ricevere da Dio glorioso la Scienza Infusa con la quale sanno guarire le malattie (che vengono inviate dai santi e che sono un Dono di Dio e dei santi),

con l’aggravante di far derivare

questa speciale grazia non dallo studio ma dalla pura provvidenza del Salvatore.

E pensa che ai tuoi tempi non c’erano ancora le epidemie social, amico mio.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA UNA PENNA SPUNTATA

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Tags:
coronavirusfedemedici
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