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Abbiamo paura del virus. Ma dove cerchiamo la nostra più profonda guarigione?

SADNESS

Di Vladimir Volodin - Shutterstock

MEC Movimento Ecclesiale Carmelitano - pubblicato il 09/03/20

Questo momento di prova e di privazioni ci permette di scoprire la nostra fragilità e il nostro valore; e ci fa scoprire cosa significa mendicare la Salvezza, l'unica possibile, dal nostro Signore Gesù Cristo che ci ama con amore totale e indistruttibile.

di Padre Fabio Silvestri

Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo… Lo investe il vento e più non esiste e il suo posto non lo riconosce” (Sal 112,15).

Avremo già sentito chissà quante volte queste parole del Salmo e, chissà quante volte, le abbiamo pregate. Ma è diverso rileggerle e pronunciarle oggi, mentre il timore per il contagio del coronavirussta cambiando le preoccupazioni e il senso delle nostre giornate. Quella che si va diffondendo, infatti, è una nuova percezione di precarietà, cioè di poca consistenza delle nostre certezze e della nostra vita, che si scopre nuda e indifesa. Forse ci pensiamo poco, e mai davvero seriamente: ma… quanto siamo piccoli! Creature… che normalmente vivono nella convinzione (l’illusione) di avere in mano il tempo e il progetto, il timone e la direzione della loro esistenza, dimenticando fino a che punto questa non ci appartenga. Cioè fino a che punto la vita possa e debba essere vissuta soltanto nell’affidamento all’Unico che può custodirla. L’Unico che ha il potere di crearla e di riprenderla.




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C’è inoltre una percezione di precarietà, meno privata e più pubblica, che oggi è messa in evidenza dalla rapida diffusione del contagio. L’uomo troppo sicuro di sé, che costantemente gioca con la tentazione dell’onnipotenza, rischia infatti di proiettare la sua cecità anche al livello sociale: nel modo in cui la politica decide, nel modo in cui la finanza agisce, nel modo in cui a livello legislativo, culturale e commerciale ci si sente padroni della vita. E poi padroni della nascita, padroni della morte, padroni della verità sessuale ed affettiva, padroni dell’educazione dell’umano. Ma una vicenda come quella del coronavirus -per il modo in cui mette in rapporto la piccolezza del virus e la grandezza della nostra presunzione – permette di riflettere quasi di schianto sulla reale (in)consistenza di alcune visioni. Anche a livello strettamente politico. Da un lato il modello dell’uomo globale, disegnato dal pensiero dominante, che proprio mentre pretende di mettere in connessione tutto, il bene come il male, dimentica il valore autentico della persona umana, con la sua unicità storica, culturale e morale, come pure con la sua fragilità. E da un altro lato anche il modello dell’uomo sovrano che, nel nome di una sua presunta autosufficienza, predica e difende l’isolamento, trovandosi poi rapidamente in crisi di fronte a emergenze simili a quella attuale, che vanno ben aldilà di un problema nazionale.

Vita vulnerabile

No, la crisi di oggi brutalmente ci risveglia. E ce lo dice. Che non siamo né onnipotenti, né uomini globali, né sovrani autosufficienti. Dovremmo invece ricordare, come si diceva sopra, che la nostra piccolezza si colloca sulla scena di una storia ben più grande di noi, che a sua volta può rivelarsi fragile, anche solo per l’inceppamento di un minuscolo ingranaggio del “sistema”.

Se siamo piccoli, poi, siamo anche esposti. La nostra piccolezza è cioè sinonimo di vulnerabilità. Una vulnerabilità fisica che stanno constatando fino in fondo – con una crudezza e un’angoscia forse mai sperimentate in questo modo – in particolare i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari che in queste settimane sono in prima linea. E che nel giro di pochi giorni, soprattutto in molti ospedali del Nord Italia (per non parlare della Cina o della Corea del Sud) hanno visto succedersi ricoveri, sofferenze e morti con una rapidità sconcertante. Penso in particolare agli amici medici che, in queste circostanze, si ritrovano ad offrire anche cristianamente un servizio di assistenza e cura, sapendo di rischiare la vita, e con uno sguardo pieno di compassione per le tante preziose vite che vedono ferite o spente. Per loro non sarà possibile dimenticare, né facilmente né in fretta, quanto hanno visto accadere in così poco tempo. Né sarà facile dimenticare nemmeno per chi, a un certo punto non previsto, ha visto aggredito dal virus un collega, un amico, un parente… Perché avere a che fare in questo modo con l’angoscia della morte, è un’altra cosa rispetto a tante parole… La vulnerabilità del nostro corpo ci ricorda allora quella del nostro cuore. E il nostro estremo bisogno di avere qualcuno accanto, di non restare soli.

L’altro: distanza o prossimità?

In quest’ultimo senso il virus ci ferisce anche aldilà dei suoi contagi effettivi. Perché ci condiziona su un livello decisivo, quello relazionale, che di questi tempi è segnato da una privazione. Non può non sembrarci innaturale infatti (cioè contro la nostra natura), che in questi giorni i gesti più quotidiani dei rapporti debbano essere fortemente limitati, se non evitati. La condivisione di un ambiente, lo stare o il sedersi accanto, una parola o una risata da vicino… ma anche solo una stretta di mano, un abbraccio, un bacio: sono questi i gesti che permettono l’espressione quotidiana del nostro “io”. Che sono la comunicazione visibile del nostro cuore. Che danno una forma al nostro amore. Questi stessi gesti, però, sono quelli indicati ora come veicoli primari di un possibile contagio…

Che significa, allora, doverli sacrificare alla distanza da tenere, se non anche alla diffidenza reciproca? Credo che la risposta debba essere data in positivo: che valgono molto. E che normalmente non ce ne rendiamo conto, non fino in fondo. Ma la separazione di oggi – che tanto ci pesa là dove deve essere attuata (tra quarantene, isolamenti o anche solo quella certa distanza da tenere con più attenzione tra noi…) – deve farci riflettere su quanto sia preziosa per noi la prossimità. Perché la prossimità è richiesta dall’amore, dall’amicizia, dalla vita famigliare. Sino alla pura e semplice vita di relazione, per la quale noi siamo stati fatti e alla quale siamo anche affidati. No, oggi non dobbiamo mostrarci solidali soltanto perché ci riscopriamo limitati e impauriti, soltanto perché (ci riscopriamo facilmente) mortali… cioè soltanto perché la paura del finito ce lo suggerisce. Ma riscopriamoci capaci di dare reale valore all’amore, quello possibile ogni giorno: ai fatti concreti dell’amore, alle parole, ai sorrisi e alle lacrime dell’amore. Perché questa è la nostra natura più profonda, di essere stati creati per vedere l’altro, per fargli posto accanto, per camminare insieme. Per amare ed essere amati.

L’altro siamo noi

Credo che su questo punto non possa non interrogarci, inoltre, quanto sta accadendo su un altro palcoscenico, ben più povero e drammatico. Mentre infatti l’attenzione dei media si concentra inevitabilmente sulla tematica del coronavirus, ai margini dell’Europa decine di migliaia di profughi afghani, siriani, somali assediano il confine tra Turchia e Grecia, o approdano disperati all’isola di Lesbo (cfr. M. Corradi, Questa è una crisi di umanità, «Avvenire», 4 marzo 2020). La Turchia di Erdogan li ha “lasciati andare” e loro si sono riversati ciecamente verso l’Europa, percepita come loro grande e unica speranza. In realtà, sono respinti a lacrimogeni dai soldati greci e picchiati con bastoni sui gommoni; per scoraggiarli i militari sparano anche in aria e in acqua, e con le motovedette provocano onde che sbilanciano le barche stracariche. Molti muoiono così, senza altro benvenuto. E tutto questo accade per i calcoli incrociati di un dittatore e per quelli dell’Europa, cioè per i nostri calcoli, che intendono tutelare le relazioni politico-economiche con la Turchia. Ecco, questi calcoli, in questi giorni, hanno il volto di migliaia di uomini, donne e bambini. Di tende nel fango, di falò per scaldarsi, di vedove circondate da orfani che muoiono per il freddo delle notti all’aperto. È una crisi umanitaria? No, prima ancora è una crisi della nostra umanità.

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