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L'eroismo quotidiano del personale sanitario

CORONAVIRUS

Pixabay

Lucandrea Massaro - pubblicato il 09/03/20

Tra turni massacranti, piccole e grandi rinunce in questi giorni funestati dal Coronavirus dobbiamo davvero dare un abbraccio (per ora virtuale) a medici e infermieri

Sono tempi duri, specialmente in Lombardia e nelle zone maggiormente colpite dal virus che ha bloccato l’Italia, tirando fuori a volte il meglio e a volte il peggio della popolazione. Tra coloro che stanno davvero facendo miracoli ci sono i medici, gli infermieri, il personale sociosanitario, i volontari della Croce Rossa impegnati in una lotta continua oppure nell’offrire un po’ di conforto e sollievo. Abbiamo cercato di fare un collage di questa umanità che lavora, piange, lotta, si arrabbia ma continua.

Ha fatto il giro del web questa foto, scattata ad una infermiera sfinita che si addormenta con mascherina e guanti


Così come il gesto di cura e attenzione di questa infermiera all’Ospedale di Ariccia che saluta una donna contagiata in partenza per lo Spallanzani di Roma (Il Messaggero)

Oppure le testimonianze di chi è in trincea da troppo tempo e si commuove per un gesto di solidarietà e di cura per una volta rivolto verso medici e infermieri: “Ecco una infermiera di Sala Operatoria, ex Neurorianimazione, passata dall’oggi al domani in Corona-Ria, dopo una giornata di merda, spettinata e che puzza di disinfettante, che si commuove con sette pizze in mano davanti a un ragazzo della pizzeria Rida”

C’è poi chi racconta le cicatrici che il lavoro, la missione, lascia a chi sta sul campo da così tanti giorni senza quasi conoscere pausa come la dottoressa (anonima) che ha un blog molto conosciuto in ambito medico “Nessuno dice libera” (la famosa frase che sentiamo in tv quando i feriti arrivano in pronto soccorso, pronti per essere rianimati, un titolo che serve a togliere patine da soap ad un lavoro molto duro in Italia), che racconta questi giorni di fuoco in ospedale, accogliere in triage i malati fuori, al gelo nelle tende, vivere con la mascherina, perdendo pezzetti della propria identità, mentre – talvolta – gli altri pigramente non cambiano una virgola della loro vita:

L’abbassamento della mascherina raccontato come una ribellione, mentre senti racconti di uomini e donne che se ne fottono delle restrizioni e vanno a ballare, alle cene, ai ritrovi delle leve, sfoghi di genitori furibondi per il fatto di avere figli a casa.

“Ma siamo solo 10-20, cosa vuoi che sia?”

Cosa vuoi che sia cosa?

Che la popolazione anziana è quella più a rischio e la più fragile, quella che si ammala e, poi, viene ricoverata, che i bambini sono vettori perfetti e, poi, loro malgrado, portano il contagio nelle famiglie. Dai, su, dovete fare solo cose facili: stare a casa, muoversi il meno possibile ed evitare situazioni potenzialmente rischiose.

Invece devi scontrarti con la ribellione dei civili, molti non rinunciano a niente e, durante l’anamnesi, ti mentono e le loro sciocche bugie fanno chiudere interi reparti del primo ospedale del Piemonte, costringendo il personale, prezioso come oro, a stare fermo per la loro superficialità ed egoismo.

E io, guardo le mie mani, quanto sono brutte le mie mani in questi giorni, e dire che ne ho, solitamente, una cura maniacale, mani scartavetrate dai millemila lavaggi, non che prima non le lavassi, ma, ora, ancora di più, la dermatite galoppa, si formano le ragadi, ho anche tolto la fede nuziale, che non tolgo da 16 anni, a parte quando faccio manovre invasive sterili, ma ora è una routine, la lascio a casa e passo le giornate a toccarmi il dito dove, solitamente c’è un anello che ora non c’è.

Ho tolto gli orecchini e le unghie sono tagliate cortissime.

I miei amici hanno tagliato le loro amatissime barba e baffi per poter indossare i presidi in modo corretto e igienico per la salute di tutti.

Un limbo dove abbiamo messo i nostri segreti: la mia fede, il punto luce degli orecchini del mio quarantesimo compleanno, quella barba che al mio collega dona tantissimo.

Una lenta e non richiesta, ma necessaria, spoliazione di tutti i privati piccoli vezzi.

Ma anche, più sorridente ma provata, Sara Colombo infermiera che lavora all’Azienda socio sanitaria territoriale Ovest Milanese e sui social posta una foto mentre fa il segno “V” di vittoria, ma in cui si possono vedere i segni della mascherina tenuta per ore sul viso. A raccontare la sua storia è l’Huffington Post.

Facebook/HuffPost

“Le cicatrici sono segno di sofferenza ma anche di guarigione”, scrive Sara all’inizio del suo post, che è soprattutto un appello alla responsabilità. Tanto più rilevante perché arriva da chi la sua parte la sta facendo fino in fondo. […]

Si rivolge a tutti, Sara, alla fine della giornata con ancora sul viso i segni della battaglia che da giorni sta combattendo quotidianamente, e scrive “State a casa gente, state a casa. Fatelo per voi, fatelo per i vostri cari. Fatelo per gli sconosciuti, fatelo per i più deboli”. Ma anche, appunto, per chi come lei sta in prima linea. “Fatelo per noi – prosegue l’infermiera – La mia vita e quella dei professionisti che lavorano con me si è catapultata in un mondo parallelo da inizio settimana…ci facciamo forza a vicenda e ci mettiamo un sorriso sotto quelle mascherine che ci lasciano dei solchi che arrivano fino all’anima” (HuffPost).

Idealmente rispondono a questa richiesta, a questo appello al limitare al massimo i contatti, le star italiane, a cominciare da Fiorello: “Che brutta cosa andare in giro a fare le feste, a fare gli aperitivi. Andare in giro e ritrovarsi tutti appiccicati uno sull’altro, che brutta cosa. Potete stare tutti a casa, giocare a Monopoli, a Risiko, al mimo dei film. Potete divertirvi con i vostri cari, con i vostri genitori, evitate di uscire, evitate di andare in giro, restate a casa, guardate che bello. C’è del casismo intorno a me”.

Restiamo a casa, per i nostri nonni, per i nostri amici, per noi stessi. Passerà tutto, con un po’ di fortuna in tempo per andare al mare, rispettiamo il sacrificio di tanti che lavorano per superare questa crisi, facciamo la nostra parte di bene.

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