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8 marzo: la speranza del mondo è scritta da Dio nel corpo della donna

RENATA, NATILI, MICHELI

Centro italiano femminile

Annalisa Teggi - pubblicato il 08/03/20

Abbiamo intervistato Renata Natili Micheli, Presidente del Centro italiano femminile, e facciamo nostra la sua proposta rivoluzionaria (perché ritorna all'origine dell'idea di Dio) sul corpo della donna: lì è custodita la sorgente dell'umano, inesausta tensione alla relazione.

Nelle redazioni femminili si freme in vista della data fatidica: 8 marzo. Scatta la preoccupazione di trovare il contenuto più originale, avvicente, magari addirittura scioccante. All’opposto c’è la fazione di chi critica il giorno della mimosa e della retorica per festeggiare simbolicamente le donne una sola volta all’anno. Distanti da entrambi gli estremi, noi siamo contente di aver avuto l’occasione di incontrare una persona speciale e siamo felici di darle spazio proprio l’8 marzo. Renata Natili Micheli è la Presidente del Centro italiano femminile e ha un curriculum encomiabile: Dottore in Storia della Teologia, Professore incaricato presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose all’Apollinare della Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce in Roma, membro del Comitato Pari Opportunità del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Cofondatrice del Coordimanento Teologhe Italiane.


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Mi ero appuntata le domande che avevo a cuore di porle, con un po’ di timore che però è subito passato non appena abbiamo rotto il ghiaccio. La sua cordialità disarmante ci ha portato a darci del tu, immediatamente e mi sono sentita libera da ogni formalità. Siamo abituati a parole dette alla svelta, istintive e non nascondo che ascoltare la professoressa Natili Micheli ha richiesto tutta la mia attenzione, perché le sue parole nascono da un discernimento profondo. Anche se lo racconterà bene lei stessa, accenniamo al fatto che il Centro Italiano Femminile nasce nell’ottobre 1944 come federazione finalizzata alla presenza e partecipazione attiva delle donne alla ricostruzione e alla vita della nascente democrazia ed ebbe grande sostegno da parte di Mons. Giovan Battista Montini allora Segretario di Stato. Ebbe poi il suo riconoscimento ufficiale nel discorso indirizzato da Sua Santità Pio XII alla federazione nell’ottobre del 1945, laddove il Pontefice incoraggiava le donne nell’esercizio attivo della cittadinanza da poco pienamente riconosciuta con il diritto di voto.

Questa presenza storica così radicata fa dell’associazione una presenza vitale su tutto il nostro territorio italiano, capace – come sentiremo – di una proposta rivoluzionaria per l’attualità: il corpo della donna, usato spesso come mera bandiera di una sterile indipendenza femminile, è depositario di una speranza concretissima per un mondo ferito a morte dall’individualismo. Sì, leggetevelo con calma, prendetevi il tempo della riflessione, che è la più sana delle premesse per essere davvero operosi.

Cara Renata, siamo felici che sia la tua voce ad accompagnare i lettori di Aleteia For Her a celebrare la festa della donna, andando oltre le formalità e al cuore di una proposta che renda le donne protagoniste senza essere ingabbiate nelle maglie di troppe ideologie. Partiamo raccontando cos’è il Centro italiano femminile.

È la prima associazione femminile nata nel dopoguerra, esattamente nel 1948 e perciò oggi viene definita associazione storica. Dopo il secondo grande conflitto mondiale, permanendo l’esclusione della donne dalla vita politica che durava già dallo Statuto albertino, si pose il tema di riconciliare le donne con la partecipazione diretta alla vita politica, che si concretizzò subito con il diritto di voto. Questa identità originaria, politica e associativa, non è venuta meno nel tempo, perché se è vero che la Costituzione si regge sul principio dell’uguaglianza, pure a 70 anni e più di distanza dalla stesura della carta costituzionale questo principio di uguaglianza non è riuscito a misurarsi con la sua vera realizzazione, a causa del problema della parità.


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Che cosa fa la nostra associazione? Accanto a questa specificità tutta politica, l’Associazione ha un altro elemento non secondario: la condivisione nel metodo di osservare la realtà e nella scelta dei mezzi grazie all’ispirazione data dai principi della Dottrina Sociale della Chiesa. Ne nasce un lavoro capillare a livello territoriale ispirato alla solidarietà, alla sussidiarietà, alla trasversalità. Il CIF ha delle sedi dislocate su tutto il territorio nazionale e creiamo servizi (educativi, culturali, di formazione, di volontariato) e non in astratto, ma a seconda del bisogno del territorio e siamo pronti a uscire dal quel servizio nel momento in cui lo Stato subentra.

Di solito quando si comincia a parlare di presenza femminile nella società si riduce tutto alla questione delle quote rosa, ma non questo il punto. Cosa ne pensi?

Non è assolutamente questo il punto. Questo tema però occupò tantissimo spazio all’interno del dibattito della Commissione dei 75, chiamata a scrivere la Costituzione. Già allora i grandi costituzionalisti, e parliamo di grandi uomini, si divisero su una vexata quaestio, così sintetizzabile: i principi costituzionali sono soltanto programmatici o sono invece obbligatori rispetto alla realizzazione della democrazia? Sembra una questione di lana caprina, ma non è così perché se i principi sono programmatici, vuol dire che sono affidati solo alla buona volontà dei governi e della cultura dominante. Di conseguenza il tema che dicevamo prima, quello dell’uguaglianza misurata sulla realizzazione della parità, rimane sempre qualcosa di incompiuto, di là da venire. Se invece i principi costituzionali sono obbligatori, essi esigono sempre la loro compiutezza nell’immediato e nelle azioni della politica concreta. Iscritta dentro questa cornice, la questione delle quote rosa risulta, dunque, un pannicello, nel senso che serve a tenere buone le donne, tanto più che la questione delle quote è affidata agli ordinamenti interni e agli statuti dei partiti. Così facendo si svia dal problema reale della presenza delle donne; questo non è il nostro metodo democratico.

Allora passiamo a un orizzonte più positivo e propositivo, anche pensando al giorno della festa della donna. Quali sono le ferite della società di oggi che richiedono alla donna cristiana una presenza coraggiosa? E quale ritratto della donna vuoi offrire alle giovani di oggi?

Il punto di osservazione che noi proponiamo per questo 8 marzo, e che può sembrare ovvio ma è rivoluzionario, è il rovesciamento del cannocchiale. [Nella novella Tragedia di un personaggio di Pirandello si racconta della strategia umana del dottor Fileno di rovesciare il cannocchiale: anziché usarlo per guardare le cose lontane, lo usava capovolto per guardare le cose vicine. In pratica aveva smesso di leggere notizie del passato e ipotesi sul futuro e si limitava a osservare il suo presente – Ndr]. Applicando il riferimento letterario al nostro caso, ecco: il punto di osservazione deve essere la donna e più in particolare il corpo della donna, inteso come elemento di relazionalità.


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È quello che i sociologi chiamano “discambio simbolico allargato” e che comporta il ritorno alla corrispondenza che è scritta nell’atto creativo di Dio – “maschio e femmina li creò”. Dal punto di vista della società, della cultura e della politica, un simile sguardo implica che il punto di attacco delle politiche, pur diversificandosi via via nei rami della vita concreta, sia la relazionalità del corpo della donna: la donna è famiglia, la donna è madre, la donna è elemento propulsivo della società, la donna è conciliazione, è lavoro. Bisogna uscire dalla logica di segmenti isolati, da un’ottica soltanto funzionale della questione femminile (la conciliazione quando si tratta di lavoro, il servizio quando si tratta dell’asilo, per fare degli esempi); bisogna uscire dalle politiche parziali e mettere al centro la scommessa scritta nella relazionalità del corpo femminile.

girl authentic smile
By Bricolage/Shutterstock

L’attualità interpella molto le donne: il gelo demografico, la famiglia sempre più oggetto di cronaca nera, la perenne ferita dell’aborto. A cosa siamo chiamate dentro questa realtà?

Dobbiamo difendere la speranza che il corpo della donna in se stesso rappresenta. In un presente in cui, anche vista la situazione internazionale, l’umanità è considerata un agglomerato indifferenziato di elementi che possono, se accostati, portare alla morte di un’altra parte di umanità, la donna custodisce il mistero e la speranza della vita. Allora, in questo senso, anche la violenza e le ferite che vengono portate – anche se non direttamente alla singola persona – al corpo della donna in quanto madre dell’umanità, diventano questione politica universale. Ed è per questo che noi per l’8 marzo abbiamo individuato come tema: i diritti delle donne sono diritti umani. Sembra un’ovvietà perché questi sono stati sanciti già nell’immediato del dopoguerra, ma il problema è che anche la sezione dei Diritti umani dell’Onu per un periodo fu affidata alla Libia di Gheddafi, paese in cui furono compiuti i delitti più efferati contro l’umanità e contro l’umanità rappresentata dalla donna. Ribadisco che per noi occorre fare quella che Pirandello chiamava la rivoluzione del cannocchiale: per adesso abbiamo guardato dalla parte del cannocchiale che ci fa vedere le cose lontane e quindi non raggiungibili. Cominciamo, invece, a guardare le cose vicine e con queste cominciamo a ragionare ed operare.




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Il bene ha delle vie misteriosamente piccole che lo fa essere davvero presente e operativo; ha ragione Pirandello, noi dovremmo avere il coraggio di cambiare prospettiva. Eppure molto femminismo di oggi è urlato e rischia di smarrirsi in astratte galassie sconnesse dalla vita reale. La via è quella di una fecondità nel nascondimento, in una vitalità entusiasta eppure non ostentata?

Questa è la nostra sfida. Ricordo che l’ultimo libro di Nancy Fraser è intitolato Il vecchio muore e il nuovo non può nascere. La Fraser è una delle più grandi femministe storiche e punta il dito contro questa incapacità: rimaniamo fermi al vecchio, ne prendiamo persino le distanze ma non siamo capaci di generare il nuovo. Non riusciamo ad avere uno sguardo libero, e liberato da tanti orpelli, per ricominciare con passo coraggioso e lieve a scrivere l’immagine di una storia riconciliata. Vorrei ricordare che, durante i conflitti mondiali, l’esclusione della donna dall’elettorato attivo e passivo era giustificata con il fatto che le donne arma ferre non possunt (non possono portare le armi): quella forza fisica non è più la caratteristica che oggi esigono le società liberate dal lavoro materiale, questo significa che anche la visione dialettica hegeliana del 900 è completamente superata e avanza invece il modello della corrispondenza che è tipico della teologia cristiana.

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