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Aver ascoltato le stesse storie aiuta gli uomini a riconoscersi

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Andrea Monda - L'Osservatore Romano - pubblicato il 07/03/20

A colloquio con Francesco De Gregori: Il vero, il bello e il buono delle canzoni

Era il 1983 e Francesco De Gregori cantava di una ragazza e di una miniera, del cuore umano, «un cespuglio di spine», e del fatto che: «Meno male che c’è sempre uno che canta / E la tristezza ce la fa passare / Se no la nostra vita sarebbe / Come una barchetta in mezzo al mare»

Qualche settimana fa, il 24 gennaio, il Papa ha pubblicato il Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali e ha parlato della necessità della narrazione, che ci sia chi abbia la capacità e il coraggio di raccontare storie buone, perché altrimenti prevarrebbe lo smarrimento, il disorientamento, la resa al dominio della chiacchiera e delle narrazioni false e negative, manipolative e scoraggianti.

Il cantautore romano è rimasto molto colpito dalle parole del Papa: «In realtà, se ripenso a quella canzone, La ragazza e la miniera, io non lo so se veramente la tristezza possa passare grazie a uno che canta. Forse no, forse non sempre, forse dipende da qual è la canzone… Io non credo molto nelle canzoni “edificanti” nel senso banale del termine, come non ho mai creduto nelle canzoni “impegnate”. Non è detto che, perché una narrazione sia “buona”, il bene debba necessariamente trionfare sul male, non sempre il lieto fine è obbligatorio, plausibile o sopportabile».

Infatti, nello stesso Messaggio il Papa ha precisato che “storie buone” non vuol dire prive del racconto del male, tutt’altro, ma che «Anche quando raccontiamo il male, possiamo imparare a lasciare lo spazio alla redenzione, possiamo riconoscere in mezzo al male anche il dinamismo del bene e dargli spazio».

Ecco, infatti. Penso a un film come Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick che nel finale vede trionfare l’ingiustizia e la ferocia ma che, proprio nella canzone di una prigioniera tedesca schernita e costretta a esibirsi davanti ai soldati francesi vincitori, trova nelle ultime inquadrature un riscatto della pietà e un reciproco riconoscimento del dolore comune. Quindi forse sì, una canzone può far bene, in un testo ci si può ritrovare e si possono ritrovare gli altri, che siano eroi oppure gente sconfitta. Del resto aver letto o visto o ascoltato le stesse cose aiuta gli uomini a riconoscersi, crea un’intesa, un linguaggio condiviso in partenza. Se io ti cito Kubrick, e tu sai chi è, è come se in quel breve attimo ci stessimo rivedendo insieme tutti i suoi film. Quanto tempo risparmiato per conoscerci, per sapere l’uno dell’altro, per poterci raccontare altre cose! E che imbarazzo al contrario se mi capita di dare per scontato che il mio interlocutore abbia visto 8 e 1/2 di Fellini e mi accorgo che non è così (ovviamente può succedere anche il contrario!).

Lo sguardo di De Gregori è lucido sulle grandi trasformazioni che hanno investito la società, soprattutto nel campo delle relazioni e quindi anche della comunicazione interpersonale, a scapito del momento della narrazione.

Oggi si racconta meno di una volta: non si raccontano più le vacanze, il matrimonio della cugina, la nascita di un bambino. Si fanno, in genere, vedere delle foto sul cellulare e di solito quelle foto non “raccontano” molto. Quando mi capita di vederle, immagino delle vacanze finite male, dei matrimoni destinati a non durare, dei bambini che diventeranno un po’ antipatici. Questo succede quando una tecnologia viene abusata anziché usata correttamente, quando invade un altro campo, quando stimola la nostra pigrizia invece della nostra creatività. Quando il bello del narrare e dell’ascoltare viene rimosso in nome di una pretesa velocità o semplicità nella comunicazione che spesso sono il contrario della verità. Mi viene in mente un altro film, Blow Up, è il film di Antonioni che rivedo più volentieri, dove la realtà è diversa, inevitabilmente, dalla realtà fotografata. Insomma anche la foto delle vacanze alle Maldive è una fake news come tante altre, sicuramente più aberranti e pericolose, che ci stanno intorno e che tolgono spazio alle parole e alla verità.

C’è un altro motivo per cui De Gregori è rimasto molto colpito dal messaggio del Papa, un po’ personale, legato al suo lavoro di cantautore:

La prima cosa che mi ha colpito nella riflessione del Papa è una cosa piccola piccola che in qualche modo mi riguarda personalmente: il fatto che egli non abbia nessun problema a mettere accanto alla letteratura e al cinema anche le canzoni. Questo non è affatto scontato. È difficile che le canzoni siano considerate cultura, raramente ciò che “raccontano” le canzoni viene invitato alla stessa tavola delle arti cosiddette “maggiori”. D’altra parte la Chiesa è stata spesso anticipatrice di atteggiamenti e di aperture analoghe. Pochi giorni fa ho visitato i Musei Vaticani e lungo il corridoio dei candelabri, ho ammirato sul soffitto un bellissimo affresco della fine dell’800 dedicato alle arti e fra queste è compresa, seppure collocata ai piedi delle consorelle, anche la fotografia, incredibile! Ben prima che questa venisse riconosciuta come un’espressione artistica e narrativa autonoma. Nell’affresco una primitiva macchina fotografica, una semplice cassetta con un rudimentale obiettivo, sicuramente una delle prime mai sperimentate, è raffigurata accanto a un telaio. L’arte della narrazione accanto a quella della tessitura quindi. Ambedue raccontano. Un unico “testo”, come dice il Papa, avvolge l’uomo e coinvolge l’umanità.

Dei tre requisiti che Papa Francesco indica come proprietà fondamentali delle storie di cui ha bisogno l’umanità, il vero, il bello, il buono, è il primo quello che più colpisce il cantautore romano:

Sì, il Papa parla di racconti belli, racconti veri e buoni, forse è un modo di dire che debbano non solo essere belli esteticamente ma avere a che fare direttamente, concretamente, con la vita, essere capaci di trasformarla. Il punto è che la vita, e questi tre aspetti fondamentali di essa, sono un po’ come il poligono e il mal di denti di cui parla Borges (ho trovato questo splendido esempio proprio leggendo «L’Osservatore Romano»): solo il primo è chiaramente definibile, mentre il bello, il vero e il buono sono tre concetti difficili da definire, somigliano piuttosto al mal di denti di cui tutti abbiamo esperienza ma che sfugge a una descrizione precisa. Mi sembra però che nel “vero” possano rientrare anche gli altri due, senza troppe forzature. Per chi produce racconti, per chi tesse la trama sia del reale che dell’immaginario, per chi se ne lascia vestire ascoltando, leggendo, abitando una grande casa comune. È la verità che informa il lavoro dell’artista, se l’artista è un artista onesto (non necessariamente un “grande artista”).

In una canzone del 1966 Bob Dylan afferma che «se vuole vivere fuori dalla legge, un uomo deve essere onesto». Lei ha sempre riconosciuto un debito a livello d’ispirazione rispetto a Dylan; in questa frase non trova ci sia una grande verità? Una verità propria dell’artista, che da un certo punto di vista è sempre s-regolato, ma anche di ciascun uomo che è richiamato alla propria responsabilità, ad una “legge” che va oltre quella scritta, e che è legata alla fedeltà, quasi alla lealtà rispetto alla vita, alla terra, all’essere parte dell’umanità?

È un verso sintetico, bellissimo e nonostante l’apparenza per niente enigmatico. Il conflitto dell’uomo con la legge è sempre stato nel cuore degli uomini sin dai tempi di Antigone. Dylan sembra banalizzarlo perché lo mette sulle labbra di un uomo che sta in prigione, lo rende per così dire quotidiano, lo riporta sul terreno del canto popolare di cui è epigono e continuatore. Sappiamo della religiosità di Dylan, dei suoi frequenti riferimenti alle Scritture. Come sappiamo anche del periodo in cui si avvicinò alla religione dei Cristiani Rinati, quando produsse tre dischi di scarso successo commerciale e consapevolmente affrontò un pubblico che comprensibilmente era deluso da questa conversione artistica oltre che personale. In quel caso lui trasgredì una legge, in quel caso fu “onesto”.

De Gregori ritorna sul tema della verità; gli sta molto a cuore, vuole spiegarlo più precisamente.

La verità che intendo non è vista come soluzione ma come ricerca e ispirazione continua. «State contenti, umana gente, al quia»: non possiamo sapere tutto, avverte Dante, se non rimandando la nostra legittima esplorazione di noi stessi e del mondo a qualcosa che ci trascende e ci sfugge in continuazione, che possiamo intuire e fare nostra solo con un atto di fiducia, se non di fede, in una verità che è sempre un passo più avanti di noi. L’arte abita nel dubbio che circonda l’esistenza, e nel tentativo sempre frustrato di penetrare il vero trova la sua consistenza, la sua forza consolatrice. Perché ci sentiamo fragili ma intuiamo che nel vero non possono esserci né cattiveria né bruttezza. Che forma devono avere, dunque, un racconto e una bibliografia del mondo che siano veri e buoni e belli, ma che non rinuncino alla descrizione del male e del fallimento così presenti nella storia degli uomini? Come non commettere falsa testimonianza? Qual è la responsabilità dell’artista, dell’editore, dell’ingegnere? Come distinguere il vero dal fake? Come collocare in una stessa biblioteca il Vangelo e Mein Kampf? E come percorrere le sale di questa biblioteca senza smarrirsi? Forse la risposta a tutte queste domande è confusa nel vento, come dice Dylan, ma basta sapere ascoltare per orientarci, per scegliere cosa raccontare, cosa leggere e come vivere da arbitri di noi stessi.

C’è un suo verso che racchiude in modo efficace questa riflessione, quando in “Ti leggo nel pensiero”, dice «Sarà quel che sarà, se sarà vero». Mi sembra quella una canzone di intensa spiritualità: il protagonista si rivolge a una donna, ma potrebbe anche essere una preghiera a Qualcuno che sta più in alto, capace di «pescare un uomo caduto nel mare», tutto questo in un orizzonte drammatico ma ricco di speranza: «Sarà come sarà, e mi vedrai davvero / Poco prima dell’alba, quando il buio è più nero». Sto intuendo qualcosa o forse faccio come con il poligono e cado nel rischio di voler capire e definire tutto?

No, non è dedicata a una figura femminile. È proprio così invece, si tratta di una canzone che allude al mistero, alla trascendenza, alla spiritualità.

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