Ricevi Aleteia tutti i giorni
Iscriviti alla newsletter di Aleteia, il meglio dei nostri articoli gratis ogni giorno
Iscriviti!

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

Le parole per vivere la Quaresima nella quotidianità – dalla A all’H

© Godong
Condividi

Parole che non devono restare solo propositi, ma trasformarsi in vita vissuta: molte tradizioni e usanze possono aiutarci nella nostra quotidianità quaresimale. Scopriamole dalla A alla Z!

Sta per arrivare la Quaresima, il periodo liturgico che più amo. O, per meglio dire: il periodo liturgico che più sento (il che, quasi sempre, va di pari passo con l’amore). Come mai sento così tanto la Quaresima? Sicuramente, perché è proprio la Quaresima il periodo in cui la mia quotidianità cambia da così a così. Il mio frigo si svuota di certi alimenti e la mia dieta si fa radicalmente diversa rispetto a quella che seguo nel resto dell’anno. Lo scorrere del tempo è cadenzato da una infinità di piccole usanze e tradizioni.

La mia Quaresima non è solo questo: ovvio.
È anche preghiera, spiritualità, pratica religiosa, lettura di testi edificanti. Ci mancherebbe. Ma che la Quaresima debba un tempo forte a livello spirituale, grazie al cielo, lo diciamo tutti. Che la spiritualità quaresimale possa trarre beneficio da penitenze e tradizioni decisamente “terra a terra”, mi pare invece un concetto meno diffuso.
Però, per me è vero. Orpo se è vero.

Come dico sempre: noi uomini siamo esseri fatti di anima e di corpo, e non so fino a che punto sia utile ridurre la nostra vita di fede a un’esperienza totalmente astratta. Va a finire che la fede diventa una parentesi che ci ritagliamo per evadere dal nostro tran-tran quotidiano, e non è bello. Quindi: casomai a qualcuno dovesse interessare, ecco qui un (letterale) abbiccì di come, negli anni, ho scelto di vivere la mia Quaresima a livello di usanze, tradizioni e quotidianità.
Magari, per qualcuno di voi potrebbe essere uno spunto. Magari, qualcuno di voi lo troverà una eccentrica follia, e va benissimo. Però, intanto, ecco ciò che faccio io.

A – Astinenza

La Chiesa Cattolica la impone obbligatoriamente il mercoledì delle Ceneri e in tutti i venerdì di Quaresima, ordinando ai fedeli di astenersi dalla carne e da tutti quei cibi e bevande che, a loro “prudente giudizio”, siano da ritenersi “particolarmente ricercati e costosi” (no, non vale rinunciare al McDonald’s per andare a scofanarsi di ostriche e sushi). Personalmente, io ho deciso di fare di più: mi sono resa conto che, su di me, è più fruttuosa una astinenza continuativa. Sicché, mi astengo dalla carne (e dai dolci) per tutta la Quaresima. Puro e semplice.

“Come sei medievale!”, commentava stupita la blogger Manidipastafrolla, domandando: “ma nemmeno nelle domeniche o nelle feste importanti, ti concedi ‘na fettina di salame?”. No, perché mi sono resa conto che su di me il sacrificio è fruttuoso proprio nella misura in cui è lungo e continuativo e mi impedisce di sgarrare. Oh, io mi ci trovo bene.

B – Buonsenso

Lo dico sempre quando parlo di questi temi: ragazzi, le mortificazioni corporali e le rinunce alimentari facciamole… ma con molto, molto buonsenso. Come vedrete tra un paio di lettere, io tendo ad essere abbastanza strong anche nel modo di digiunare. Ma per l’amor del cielo non facciamoci del male fisico in una gara di santità.
Ricordo, ad esempio, una Quaresima iniziata due giorni dopo un fastidioso intervento alla bocca, che, costringendomi a una dieta semiliquida, limitava di moltissimo la quantità di cibi a mia disposizione. In quelle condizioni, non ci ho pensato manco per scherzo a ridurre ulteriormente il mio menù: mi sono limitata a rinunciare alla carne nei venerdì, e ciao. A maggior ragione se parliamo di digiuno, va da sé che sono sempre molto attenta a cogliere i segni che mi manda il corpo e non ho alcuna remora ad ammorbidire in corso d’opera la penitenza, se mi rendo conto che rischierei di star male. E ci mancherebbe altro, voglio dire.

C – Carne

C’è – anche tra i cattolici – un diffuso malinteso secondo cui il consumo di carne sarebbe stato vietato dalla Chiesa perché, all’epoca, la carne era un cibo particolarmente ricercato. Secondo questa consolante visione, la Chiesa non aveva alcun interesse a vietare il consumo di un cibo in sé: il suo scopo era, semmai, richiamare i fedeli a stili di vita meno lussuosi. Ehm, no. Ragazzi: no.
A questa obiezione (che evidentemente ha radici tutte storiche, dunque anche poco opinabili, se vogliamo) ho dedicato un intero articolo in passato. Non è vero che nel Medioevo la carne era un cibo da ricchi: in certe epoche e in certe zone d’Europa, se ne mangiava addirittura più di quanto se ne mangi oggi. La Chiesa non invitava ad astenersi dalla carne per condannare le ostentazioni di ricchezza.
La Chiesa invitava ad astenersi dalla carne per lo scopo puro e semplice di invitare ad astenersi dalla carne, cioè da quell’alimento che, all’epoca, era ritenuto “buono” e “gustoso” per eccellenza. Col precetto dell’astinenza, la Chiesa non condannava un vizio. Invitava a fare una penitenza corporale. Vogliamo approfittare della maggiore elasticità concessaci per aggiornare questa penitenza? Mia mamma, che detesta la carne, in Quaresima rinuncia al suo tè pomeridiano. Ho un amico che rinuncia agli alcoolici. Ne conosco un altro che rinuncia alla pausa caffè alla macchinetta. Ho una amica che ha deciso di mortificare il suo corpo rinunciando alla funzione snooze della sveglia e abbassando il livello della caldaia in modo tale da farsi docce tiepide (e non calde). Ma il senso del fare una rinuncia alimentare è sempre stato quello di fare una rinuncia alimentare, cioè esercitare la propria volontà per privarsi di qualcosa che il corpo legittimamente desidera. E non condannare un vizio.

D – Digiuno

Posso dire, con molto rispetto, che l’obiettivo minimo sindacale prescritto da Santa Romana Chiesa tiene davvero molto bassa l’asticella, nello stabilire come si fa digiuno? Non è una polemica. È una considerazione. Sol per quello, la Chiesa dice anche che è obbligatorio confessarsi una volta all’anno, ma penso ci sia un comune consenso sul fatto che confessarsi con maggior frequenza non è insubordinazione.
Allo stesso modo, io ritengo che le norme da seguire obbligatoriamente nei giorni di digiuno (un unico pasto nel corso della giornata, con possibilità di integrare con due piccoli snack a mattino e sera) siano davvero molto generose. Ritengo che, mediamente, un individuo adulto, in buona salute e che non svolge lavori di fatica sia in grado di digiunare con molta più intensità. Personalmente, quando mi rendo conto di essere nelle condizioni fisiche ottimali, digiuno nel vero senso della parola (limitandomi cioè a ingerire liquidi) e prolungo il digiuno del venerdì santo fino alla veglia di Pasqua (come è, in effetti, suggerito).

Può sembrare da pazzi, ma la realtà è che io ce la faccio benissimo e senza ripercussioni sul piano fisico (a parte ovviamente una fame boia il primo giorno). A onor del vero: quando avevo vent’anni, era proprio una passeggiata; adesso, il digiuno sta cominciando a farsi sentire un po’ di più e non escludo che verrà il giorno in cui dovrò rimodulare questa mia mortificazione accantonando il digiuno completo nel cassettino delle cose belle per cui non ho più l’età.

E – Easter Dress

Ma dopo questa apertura col botto, passiamo a cose un tantinello più leggere! Tipo: l’Easter Dress.
È una usanza che, mi si dice, è ancora abbastanza viva nei paesi d’area anglosassone, dove del resto è presa assai sul serio anche la tradizione del vestito buono della domenica. Ecco: l’Easter Dress è il vestito buono della domenica elevato all’ennesima potenza – cioè, è un vestito particolarmente grazioso (magari addirittura nuovo, a mo’ di auto-regalo) che si indossa in occasione della Messa pasquale. Posso dirlo? Amo questa tradizione.
La amo perché rende visibile quella che dovrebbe essere la realtà dei fatti: Pasqua è il giorno più bello dell’anno; la Messa di Pasqua è la più gioiosa dell’anno – e se abbiamo l’abitudine di vestirci bene per una Messa nuziale o per una Prima Comunione, perché non dovremmo riservare attenzioni analoghe alla meravigliosa veglia madre di tutte le veglie?

F – Foglie d’Ulivo

È una tradizione tutta mia, me la sono inventata di sana pianta, ma ormai è diventato un must per la mia famiglia. Avete presente le foglie d’ulivo? Intendo quelle di grano duro, la pasta per pastasciutta. Si tratta di un formato di pasta a forma di foglia d’ulivo, resa verde dagli spinaci presenti nell’impasto. Fino a qualche anno fa, la trovavo solo in Liguria, patria della taggiasca, e me la spacciavano come un piatto tipico di Imperia. All’atto pratico, pare che questo formato di pasta esista anche in altre regioni (e comunque si trova comunemente al Lidl). Ad ogni buon conto, le foglie d’ulivo sono, a casa nostra, il piatto immancabile della Domenica delle Palme. Una sciocchezzuola, per carità, oltretutto senza fondamento storico. Ma, ormai, per noi assurta a tradizione.

G – Gloria

Il Gloria è il mio momento preferito della Veglia di Pasqua, quello in cui inevitabilmente mi si inumidiscono gli occhi (ehm, sì: un digiuno di quarantott’ore ha come effetto collaterale quello di rendermi insolitamente emotiva. Ed è bellissimo).
Amo visceralmente (un digiuno di quarantott’ore ha molto a che fare con le viscere) il momento meraviglioso in cui le campane iniziano a suonare forsennatamente. È uno dei tanti momenti meravigliosi che la liturgia dona a chi è capace di coglierli – e io ho talvolta il sospetto che non tutti i fedeli prestino alla liturgia l’attenzione che meriterebbe. Durante la Quaresima, il Gloria e l’Alleluja non vengono cantati: fateci caso. Se avete bimbi piccoli, fateglielo notare. Non è che l’organista si è messo in sciopero: è un segno, ha un significato profondo.
Chi non ci presta attenzione gode solo a metà, come diceva la pubblicità dei Fonzies.

H – Hot Cross Bun

Ho scoperto la tradizione degli hot cross bun molti anni prima di poterne assaggiare uno di pasticceria. Già li amavo a livello astratto per la loro storia; al primo morso, ho scoperto di amarli ancor di più. Se vivete a Torino: li vendono da Perino. Se non siete delle mie parti, provate a farli in casa, questi dolcetti tipi della tradizione inglese. Sono legati a una leggenda terribilmente triste e dolce, e – da tradizione – si mangiano il Venerdì Santo. Ovviamente io non li mangio il Venerdì Santo (!) ma non me li faccio mai mancare nel periodo di Pasqua. Sono abbastanza semplici da preparare (ma: Torinesi, quelli di Perino son speciali) e, se avete in casa dei bambini piccoli, potreste coinvolgerli nella fase della decorazione, raccontando loro la leggenda che sta dietro a quella “hot cross”. Secondo me, si divertono.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DAL BLOG UNA PENNA SPUNTATA

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni
I lettori come te contribuiscono alla missione di Aleteia.

Fin dall'inizio della nostra attività nel 2012, i lettori di Aleteia sono aumentati rapidamente in tutto il mondo. La nostra équipe è impegnata nella missione di offrire articoli che arricchiscano, ispirino e nutrano la via cattolica. Per questo vogliamo che i nostri articoli siano di libero accesso per tutti, ma per farlo abbiamo bisogno del vostro aiuto. Il giornalismo di qualità ha un costo (più di quello che può coprire la vendita della pubblicità su Aleteia). Per questo, i lettori come TE sono fondamentali, anche se donano appena 3 dollari al mese.