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Bariona, l’opera cristiana di Jean-Paul Sartre

SARTRE

Shutterstock | Marusya Chaika

Manuel Ballester - pubblicato il 03/03/20

Un'opera sul Natale, scritta quando l'autore era prigioniero dei tedeschi nel 1940 e che poi ha voluto dimenticare

Nella misura in cui la sofferenza e la libertà sono qualcosa di più di semplici parole, all’uomo si apre la possibilità di negare validità al mondo, di rifuggire la sua collaborazione nel mantenimento di uno stato di cose che lo repelle.

La libertà reale mette in mano all’uomo non solo se stesso, ma anche il suo modo di vivere e di sentire il mondo. Dio potrebbe annullare la libertà, ma allora non avremmo più un uomo; per questo, “contro un uomo libero, neanche Dio stesso può nulla”.

La libertà può portarci alla negazione di un futuro, al rifiuto di quello che ci trascende o, in altri termini, all’accettazione lucida della miseria del mondo. È questo lo stato che chiamiamo disperazione.

In questo universo in cui l’uomo affronta se stesso e gli altri in base alla sua libertà, con il carico della sofferenza e dell’oppressione, c’è posto per Dio, c’è spazio per la speranza?

Si tratta, come si sa, di questioni che hanno occupato in modo centrale l’attività intellettuale di Jean Paul Sartre (Parigi, 1905-1980). Il suo anticristianesimo belligerante e il suo attivismo politico pro-comunista indicano la sua opzione al riguardo. Per questo lo stesso Sartre ha contribuito a non diffondere la sua prima opera teatrale, Bariona, o il figlio del tuono, scritta e interpretata nel campo di prigionia Stalag 12D (Treviri) nel Natale 1940.

Alcuni prigionieri cattolici che assistettero alla rappresentazione conservarono delle copie e gli chiesero l’autorizzazione per pubblicare e rappresentare l’opera. Nel 1962 Sartre acconsentì, aggiungendo un prologo in cui “giustificava” il suo trattamento della “mitologia” cristiana, ma chiarendo che Bariona non rappresentava una rottura con il suo pensiero, ma un mero avvicinamento estetico alla questione del Natale.

Le circostanze che circondano la scrittura e la prima rappresentazione, come anche l’approccio di Sartre alla stessa questione nelle sue opere successive, non mancano di interesse. È segnalato, ma in questa critica ci limiteremo all’opera citata.

Il contesto è un villaggio vicino a Betlemme, durante la dominazione romana. È un villaggio povero, con una bassa natalità e una popolazione anziana, un villaggio in agonia. Senza prospettive, senza futuro, senza speranza. Bariona è il capo: “un uomo duro di tratti […], della razza dei piccoli capi feudali”, e “in questo momento un uomo disonorato, il capo di una famiglia affondata”.

Un villaggio in un brutto momento, un capo nel suo momento peggiore, un impero che li opprime ancor di più. Che fare? “Quando il nemico è più forte, so che bisogna abbassare la testa”. Gli anziani, deboli, consigliano di cedere. Bariona, il leader, cede.

Trae però lucidamente le conseguenze della sottomissione: bisogna “accecare” il futuro. Non si può portare in questo mondo nessun figlio, in questa valle di lacrime e sofferenza non si può chiamare nessuna persona cara, noi siamo già qui e porteremo avanti la nostra sottomissione con mitezza e dignità. Con noi, però, finirà tutto, finirà la schiavitù, la sofferenza, perché non ci saranno più uomini da sottomettere e resteranno terra e polvere in questo mondo caduto. L’oppressore non avrà chi opprimere, la malattia non troverà carne da danneggiare e la sofferenza non sarà più possibile. È l’unica via, la nuova religione: “la religione del nulla”.

La vita non corre in direzione del nulla, ma ogni nuovo bambino che viene al mondo è una nuova opportunità, un nuovo inizio, un nuovo mattino per il mondo. Ma Bariona è duro e blinda il suo “cuore con una tripla corazza: contro gli dèi, contro gli uomini e contro il mondo. Non chiederò compassione né dirò grazie. Non piegherò il ginocchio davanti a nessuno, metterò la mia dignità nel mio odio”.

Visto che non può raggiungere il bene e la giustizia, né può lottare contro un destino che lo schiaccia o può pensare e sentire il mondo partendo dall’amore, lo farà in base alla rassegnata opzione per l’odio, al rifiuto perfino dell’Eterno, visto che ha deciso così e “contro un uomo libero neanche Dio stesso può far nulla”.

La tensione drammatica aumenta quando un angelo, infreddolito, annuncia la prima notte del nuovo mondo, la prima notte in cui Dio piangerà sulla Terra come qualsiasi altro uomo. Sarà un segno per Bariona, per il popolo che aspetta un Messia?

È possibile che quel bambino sia il Messia? Che speranza può apportare? Se Dio volesse porre fine alle ingiustizie e far fiorire i campi, gli basterebbe volerlo. Non avrebbe bisogno di farsi uomo.

Bariona si vede di fronte a quello che apporta davvero quel bambino, e capisce che chi quella notte lo adora come Messia pensando che sia venuto a realizzare prodezze terrene sarà il primo ad abbandonarlo. Lo abbandoneranno tutti, quelli che cantano “Osanna” e quelli che lo ricevono tra gli applausi. Bariona è il primo a capire che non si è fatto uomo per donarci una vita più comoda.

Chi spera che il suo Messia ponga fine alle ingiustizie o accusa Dio perché non fa niente non capisce quello che fa: ha messo i suoi discepoli perché lottino per la giustizia, cerchino ciò che è positivo e consolino chi soffre. Chi non capisce che Dio agisce attraverso i suoi sarà il primo ad
abbandonarlo e a perseguire i suoi.

Al contrario, chi soffre e ha scoperto che Cristo non solo non sopprimerà il dolore, ma egli stesso soffrirà in modo indicibile, è più vicino alla verità di chi lo esalta. Forse per questo una delle figure sapienti che transitano nell’opera dice che Bariona è “il primo discepolo del Cristo”.

Tutti soffriamo. Anche i discepoli di Cristo. Anche i bambini; ma il bambino confida nella madre, e da questo trae il motivo della sua allegria.

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