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Coronavirus: perché è doveroso obbedire alle disposizioni dei Vescovi

POPE AUDIENCE
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E pregare con fede il Signore con l’interecessione dei santi

Hanno dell’incredibile le sdegnose reazioni di alcuni fedeli ai decreti dei loro vescovi (come mons. Delpini a Milano) che limitano o sospendono le funzioni liturgiche pubbliche per evitare di offrire al contagio occasioni di facile propagazione. Non si capisce cosa vorrebbero dimostrare e/o ottenere, i sacerdoti che platealmente disobbediscono ai suddetti decreti: come se potessero pronunciare il nome del Vescovo nella Messa senza rasentare il sacrilegio proprio celebrando messa contro le disposizioni dei rispettivi Vescovi («maestri di dottrina, sacerdoti del sacro culto e ministri del governo» [CIC 375 § 1]). Questi sacerdoti ribelli dovrebbero ricordare la lezione di Ignazio Antiocheno, che per primo insegnò alla Chiesa come i presbiteri debbano restare uniti al vescovo «al modo delle corde alla cetra», e come in definitiva «nulla vada fatto senza il Vescovo».

Sulla liceità e sulla legittimità di un simile provvedimento è bene fare una specificazione: il Codice di Diritto Canonico non dispone esplicitamente un comportamento pastorale consigliato in situazioni di pericolo per la salute pubblica, e anzi neppure esplicita che l’Ordinario del luogo abbia facoltà di disporre delle celebrazioni pubbliche; il comunicato della Diocesi Ambrosiana, anzi, subordinando il provvedimento del Vescovo all’ordinanza del presidente della Regione mostra che sul piano tecnico il profilo della materia è più specificamente ecclesiastico che canonistico. Insomma, poiché lo Stato chiede di evitare i raduni di massa la Chiesa cerca di fare responsabilmente la propria parte: il silenzio delle leggi viene colmato dalle consuetudini (ultrasecolari), o meglio dai precedenti – come diversi ottimi amici (tra cui Lucia Graziano qui e Marco Rapetti Arrigoni qui) hanno cercato di mostrare. La storia della Chiesa c’informa insomma che – quando ancora il Codice Pio- benedettino era di là da venire – il vasto Corpus Iuris canonici et ecclesiastici si accresceva di provvedimenti come quelli del (venerabile) mons. Angelo Ramazzotti e di mons. Giulio Arrigoni, la cui ratio quest’ultimo sintetizzava con “vuolsi pregare, ma non tentare Iddio”. Esporsi, infatti, ed esporre altri (specie i propri bambini e i propri anziani) al rischio di contagio raccogliendosi a pregare per essere scampati dal contagio era forse un nonsense ammissibile quando le dinamiche virologiche erano ben note (ma già la cornice narrativa del Decamerone mostra che anche i medievali riducevano la vita sociale per scongiurare il contagio) – in epoca moderna sarebbe grave irresponsabilità, nonché una sottile sfida a Dio, fare cosa simile.

Più sensato, invece, sarebbe discutere di quanto il provvedimento rispecchi, nella data fattispecie, i criterî di equità e di proporzionalità: per farci un’idea circostanziata della serietà della situazione clinica dovremmo essere dei virologi, e del resto per poterci fidare serenamente delle notizie del servizio pubblico dovremmo vivere in un Paese governato da persone responsabili. Il fatto che la prima delle due condizioni sia quella che di gran lunga ha più probabilità di essere soddisfatta spiega come da una parte vorremmo respingere le derive psicotiche, mentre dall’altra stiamo in guardia rispetto a comportamenti avventati. Forse le comunità ecclesiali – in prudente e armonioso discernimento – potrebbero chiedere alle Curie di ritoccare i decreti conformandoli a quelli disposti dalle Chiese più direttamente esposte a focolai infettivi, ad esempio quella di Hong Kong: le norme sono stringenti (distanza minima, niente segno della pace, niente canti, comunione solo in mano, obbligo di mascherina, disinfettante per le mani onnipresente) ma non proibitive, e quanti comunque non fossero in condizione di prendere parte fisicamente alle celebrazioni riscoprirebbero i sensi degli affetti ecclesiali, nonché la condizione perenne di moltissimi cristiani nel mondo.

A margine di questo, giova ricordare (e l’abbiamo fatto più diffusamente qui) come una concezione dei sacramenti tale da ritenere che per la loro virtù mistica essi non possano trasportare e propagare virus e batteri è contraria alla dottrina cattolica (e tanto più perniciosa quanto più appare smaltata di sacro zelo).

Siamo cristiani, non cediamo di fronte alla paura.

La preghiera, il rivolgersi a Dio per chiedere aiuto, forse nelle nostre coscienze condizionate dal contesto culturale che ha ridotto la speranza ad una resistenza di retroguardia, all’ottimismo di chi non vuole fare i conti con la realtà, fatica a togliersi di dosso quel senso di “non ci resta altro ormai”, di soluzione in extremis, di soluzione da ultima spiaggia.

Certo, siamo talmente duri di cervice noi creature umane che spesso il nostro animo si piega seguendo le ginocchia solo quando queste cedono alla paura, di fronte a pericoli ritenuti inediti ed eccezionalmente grandi. Ma il coronavirus non è la peste, sebbene debba essere giustamente temuto per la sua virulenza più che per la letalità, che pure porta in dote (più bassa di altre epidemie, vedi Sars o Aviaria).

Per questo serve tutta l’ampiezza delle nostre capacità umane per farvi fronte; dobbiamo attingere alle nostre virtù più o meno esercitate e sperare che almeno una degna rappresentanza dei sette doni dello Spirito Santo sia rimasta impigliata nel nostro di spirito, distratto. Perché la malattia si affronta con la medicina, con la ragionevole prudenza, con un contegno responsabile e scrupoloso per ridurre i rischi oggettivi a cui il virus ci espone. E insieme serve anche la serena consapevolezza che siamo fragili, e lo siamo insieme, lo siamo nel nostro dimenticato appartenerci reciproco. E soprattutto nella memoria, il più possibile condivisa, che non siamo soli, né abbandonati alla nostra impotenza. Pure se noi ci trovassimo ad esaurire le nostre risorse, la nostra potenza, avremmo sempre accesso e proprio per mezzo della preghiera all’Onnipotenza di Dio.

Come un grave conteso tra la forza centrifuga che ci spinge lontani dai nostri simili e quella centripeta che ci incatena insieme allo stesso temuto destino dobbiamo, più semplicemente, scoprirci uguali, fratelli uniti dallo stesso sangue non immune ai malanni ma soprattutto perché figli dello stesso Padre.
Le disposizioni del governo ratificate dalle ordinanze regionali che hanno imposto isolamento e sacrifici hanno significato, per noi cattolici, anche il dolore di non potere partecipare alla Santa Messa e ai momenti di preghiera comune come il santo rosario recitato in chiesa. Questo ci fa soffrire ma nell’obbedienza intelligente alla madre chiesa ci sentiamo al sicuro.

A ridosso del tempo forte di Quaresima, vivendo il Carnevale più dimesso da che mi ricordi, scopriamo che avere la libertà di partecipare all’Eucarestia è un bene inestimabile. Certo, se ci paragoniamo ai fratelli nigeriani i nostri timori si ridimensionano, devono ridimensionarsi. Cosa deve farci davvero paura?
Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?

Nemmeno il coronavirus, quindi.

La Chiesa, che è madre intelligente, saggia e premurosa, non ci impone sacrifici senza scopo, Lei che del Sacrificio per eccellenza è la costola viva. Per questo possiamo accettare con tristezza ma senza disperazione, o peggio rancore verso i nostri pastori,questa faticosa rinuncia.
Le iniziative di preghiera si stanno moltiplicando in tutte le diocesi e non poche sono le parrocchie che per iniziativa anche di singoli sacerdoti vogliono mostrare la verità, cioè che la Chiesa è vicina, che non si ritrae dai suoi figli.
Ci sono le celebrazioni trasmesse dalle emittenti tv locali religiose e non; ci sono le messe celebrate dal sacerdote sine populo che però le trasmette dal canale Facebook, Instagram o Youtube. Pur avendo qualche riserva su eventuali eccessi, crediamo che possano essere dei mezzi da tenere in considerazione.
Così come riflettere sulle realtà invisibili e certe che la nostra fede ci propone: mentre il sacerdote celebra la messa, la Madonna, i cori angelici, i santi e i martiri, le anime purganti tutte partecipano, lodano, adorano e attingono benefici dal sacrificio incruento che si ripete sull’altare.

Affidarsi alla preghiera e ai santi

Tra le intenzioni per le quali i pastori invitano a pregare ci sono certamente gli ammalati e i familiari ma anche gli operatori sanitari. Siamo fratelli, siamo uguali ma a loro, va riconosciuto, è chiesto un sacrificio maggiore: il carico di lavoro si moltiplica, il livello di rischio a cui sono esposti è esponenziale rispetto al nostro, lo stress cui sono sottoposti non lascia tregua.
Allora ci uniamo volentieri a questa specifica intenzione di preghiera oltre a quella della liberazione da questa prova perché il Signore ci usi presto misericordia. Non siamo all’ultima spiaggia, siamo appena salpati a vele spiegate e col vento a favore.
Tra i Santi che la nostra tradizione ci indica come potenti intercessori in simili necessità ci sono i Santi Arcangeli (Raffaele e Michele soprattutto); San Benedetto potente contro il maligno e le infermità, il “nostro” S. Antonio da Padova amato e invocato a tutte le latitudini e tante devozioni mariane: il ruolo materno, di protezione, aiuto, cura della Vergine Maria è declinato in innumerevoli titoli e devozioni.
Per questo segnaliamo, tra le altre, la lettera del Vescovo di Reggio Emilia Guastalla Mons. Camisasca che, proprio a causa delle restrizioni che impediscono fino ad almeno il primo marzo di partecipare di persona alle celebrazioni eucaristiche, invita a supplire alla messa con la recita del Santo Rosario.

In questi giorni, e probabilmente anche nei successivi, sarà difficile o addirittura impossibile partecipare alla Liturgia Eucaristica. Sostituiamola con la preghiera del Santo Rosario: invochiamo da Maria la protezione per la nostra Città, la nostra Provincia, la nostra Regione, il nostro Paese. Se ci è possibile, chiediamo la guarigione dei cuori, oltre che dei corpi, anche attraverso il digiuno, nelle forme che ciascuno deciderà di intraprendere. Capovolgiamo il male del coronavirus in un bene per tutti noi. Sono vicino ai malati, ai loro famigliari, alle comunità provate. Su tutti chiedo la benedizione del Signore.

Commovente, sapiente anche il messaggio accorato e paterno del Vescovo di Pavia che ci invita a usare dell’emergenza sanitaria per convertirci decisamente a Dio:

Questa situazione di prova, che siamo chiamati a vivere, può essere un tempo di purificazione e di maturazione della nostra fede, se ci porta ancora di più a stringerci a Cristo Salvatore, con la preghiera personale e nelle famiglie: come facevano i nostri vecchi, quando si trovavano ad affrontare ben peggiori epidemie e malattie, senza togliere nulla all’impegno prezioso dei medici e degli operatori sanitari, e senza venire meno alle indicazioni di prudenza e d’igiene, prendiamo in mano il Rosario e affidiamoci alla tenerezza e all’intercessione potente di Maria, invochiamo la protezione di nostri Santi, di San Siro, di Sant’Agostino, di San Riccardo Pampuri.

Tra pochi giorni entreremo nella Quaresima: alla preghiera, uniamo il gesto della penitenza, del digiuno, delle opere di carità e accettiamo di vivere questi giorni delicati e difficili come tempo di conversione. Rimane sempre la possibilità di seguire la Messa anche quotidiana via radio o Tv.
Concludo con una semplice riflessione: il clima di grande allarme sociale, d’insicurezza e d’ansia che rischia di diffondersi è anche il frutto di uno sguardo sulla vita che vorrebbe avere tutto sotto controllo, che fa fatica ad accettare la condizione umana fragile e vulnerabile e che, in fondo, ha cancellato Dio dall’orizzonte dell’esistenza. Pensavamo di poter controllare tutto, ma la realtà è più grande di noi e forse dobbiamo imparare a unire al giusto e appassionato impegno per vincere il male e le malattie, l’affidamento al vero Signore del mondo, creatore e Padre, nel gesto umile e intelligente della preghiera: “I conti sull’uomo, senza Dio, non tornano, e i conti sul mondo, su tutto il vasto universo, senza di Lui non tornano” (Benedetto XVI).

Preghiere e devozioni

Sopra a tutte le invocazioni e pratiche brilla sempre la recita del Santo Rosario con le litanie alla Vergine, ogni suo titolo una certezza di soccorso potente e dolcissimo.
Vale la pena ricordare che Radio Maria da decenni educa un popolo intero a questa pratica con la recita quotidiana trasmessa in diretta.
Per lenire la sofferenza per l’impossibilità di partecipare all’Eucarestia sacramentale, incoraggiamo come da tempo fa la Chiesa, la pratica della Comunione spirituale:
Gesù mio,
io credo che sei realmente presente
nel Santissimo Sacramento.
Ti amo sopra ogni cosa
e ti desidero nell’ anima mia.
Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente,
vieni almeno spiritualmente nel mio cuore.
Come già venuto,
io ti abbraccio e tutto mi unisco a te;
non permettere che mi abbia mai
a separare da te.
Amen.

Invocazione a Sant’Antonio da Padova
Se cerchi i miracoli,
la morte, l’errore, la calamità
e il demonio sono messi in fuga,
gli ammalati divenir sani.
Il mare si calma,
le catene si spezzano;
ritrovano le cose perdute
i giovani ed i vecchi.
S’allontanano i pericoli,
scompaiono le necessità;
lo attesti chi ha sperimentato
la protezione del Santo di Padova.
Il mare si calma,
le catene si spezzano;
ritrovano le cose perdute
i giovani ed i vecchi.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio,
ora e sempre,
nei secoli dei secoli.
Il mare si calma,
le catene si spezzano;
ritrovano le cose perdute
i giovani ed i vecchi.
Amen.
Prega per noi, o Beato Antonio, perché siam fatti degni delle promesse di Cristo.
Preghiamo.
O Dio, la votiva commemorazione del Beato Antonio, Confessore tuo, allieti la tua Chiesa affinchè resti sempre munita di aiuti spirituali e meriti di godere gli eterni gaudi del Cielo. Per Cristo, nostro Signore.
Amen.
O Lingua benedetta, che benedicesti sempre il Signore e lo facesti benedire dagli altri, ora chiaro appare di quanto merito sei stata al cospetto di Dio.

PREGHIERA PER DEBELLARE LE EPIDEMIE

Il testo della preghiera:
Signore Gesù,
guarda noi e l’umanità intera
afflitta da questa nuova epidemia
che già sta seminando sofferenza e morte
in ogni angolo della terra.
Ti chiediamo, umilmente,
difendici da questo morbo terribile
che sta colpendo particolarmente
i bambini e le persone già debilitate
nel fisico e nello spirito.
Non permettere che in Italia e nel resto del mondo,
questa nuova influenza si trasformi
in una strage degli innocenti
ma libera dalla sofferenza e dal male
tutti coloro che vengono a contatto
con il nuovo male o vengono contagiati.
Fa che l’efficacia delle cure preventive,
la ricerca del nuovo vaccino ed altre coperture,
di carattere medico e farmaceutico,
possano portare beneficio prima che il virus
aggredisca un numero sempre più elevate
di persone sane o già debilitate.
Affidiamo alla tua bontà di Padre
questa nostra umile preghiera,
mediante l’intercessione della Beata Vergine Maria,
salute degli infermi e di tutti i santi nostri protettori.
Fa che non soffriamo
per questa e per tante nuove malattie
che mettono ansia e preoccupazione
nel cuore dei tuoi figli,
così deboli, fragili e paurosi di fronte ai tanti mali
e sofferenze di questo nostro tempo
e di questa nostra generazione. Amen
(Dal testo di Padre Antonio Rungi, sacerdote missionario, insegnante, giornalista e scrittore).

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