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Il Coronavirus? Non ci tolga la serenità e il buon senso!

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Don Fortunato Di Noto - pubblicato il 28/02/20

Niente panico sembra dire don Fortunato Di Noto fondatore di Meter Onlus

Panico, dentro l’inferno all’improvviso. Così titola un approfondimento pubblicato qualche tempo fa, un approfondimento di questo “disturbo psichiatrico che irrompe nella vita di una persona con un attacco improvviso di senso di soffocamento e batticuore e lascia ansie e paure del chiuso, delle piazze, di luoghi animati“.

Non tutto passerà subito. Anzi. Dopo aver generato panico (chissà chi lo ha generato!), con conseguenze personali e collettive devastanti, basterà dire che è tutto passato, tutto sotto controllo? Di stare sereni? Di riabbracciarci e stringerci la mano? Di informare globalmente che è solo una semplice influenza? Che è una semplice influenza, – un po’ più complicata per chi è affetto da patologie, o perché è anziano, destinato comunque a morire? ( che tristezza questa affermazione ripetuta spesso, di cui i familiari dei cari defunti/vittime, hanno protestato!).
Qualcuno diceva: “minaccia peggiore del terrorismo” (OMS, dichiarazione mai smentita); e se le parole possano far vivere e possono uccidere, questa e tante altre affermazioni discordanti ha messo nel panico, nel troppo e incontrollabile panico panico.

Se vogliamo vivere, e sopravvivere, dobbiamo superare e guarire da questo panico, panico (così come cantava Anastasio in Rosso di rabbia, Sanremo 2020), perché il panico è anche una rabbia inespressa che quando non è contenuta provoca uno spargimento di sangue incruento: interrompe le relazioni (non darsi la mano, un abbraccio, non parlarsi vicino), sospettare dell’altro che proviene da un Paese anche non infetto. Certo, e confermiamo, tutte e giuste le precauzioni per non diffondere il virus, guai a non accogliere e renderle prassi quotidiane le disposizioni sanitarie, ma quando esplode la rabbia, poi si raccolgono i brandelli dell’esplosione dei terroristi di turno.
Non possiamo scendere in altre analisi, ma sarebbe bene che dopo questa emergenza qualcuno, analizzi bene ogni responsabilità.

Il panico ha invaso i pensieri e le azioni. A livello globale è diffuso: si chiudono aeroporti e porti, si fermano e svuotano treni, luoghi e ambienti pubblici e privati; chiusi in stanza come eremiti in una specie di “martirio incruento” dentro il mondo ma separati dal mondo. Tristissima, pur condivisa, la decisione di non celebrare la Eucarestia, la Santa Messa: toglieteci tutto, veramente tutto, ma non di poter celebrare il memoriale del Signore. Ma ripeto, comprendiamo le esigenze sanitarie per non diffondere il virus, diffondendo il panico nell’illusione di non diffonderlo.

Nell’incertezza degli eventi il panico, ha preso il sopravvento. Ci ha fatto assaporare la sua potenza devastante, il dio Pan ha sostituito il Dio della speranza e della vita, della fraternità e dell’amore. Ha avuto la capacità, non in tutti, di fare emergere quando siamo auto egoisti e attaccati a noi stessi, ai nostri confini, alle nostre paure eccessive.

E’ una linea sottile, quasi impercettibile ma potente. Ed essendo impercettibile, anche i razionali hanno ceduto a questa tentazione e “il suo terribile grido, però, può spaventare e gettare nello smarrimento chi lo ode: è il panico” (Enciclopedia dei ragazzi, Treccani), un tutto universale (globalizzato) a cui l’uomo e il mondo tende a uniformarsi.

Abbiamo scoperto i punti più vulnerabili della vita umana. Siamo fragile, cocci sparsi di umanità. Ma non dobbiamo disperare.

Sono un uomo di fede, a qualcuno forse non interesserà, e spero non abbia pensieri cinici, ma non posso non lottare contro dio Pan, contro il panico: in mezzo alla paura di morire di panico non posso non professare la mia fede, ragionando sul fatto che non potrò mai controllare le incertezze, ma posso vivere una certezza: Egli, Dio che è Amore, sa quello che fa e lo fa sempre per il mio bene, anche nella malattia e nel dolore, nella gioia e nella sofferenza. Non avere timore, non avere paura, non cadere nel buio del panico.

Sembra non comprensibile ai dotti del mondo, ma ai piccoli, si! Perché, anche chi muore per le complicanze di un influenza non è un numero che sparisce nel business del mercato in crisi, ma rimare sempre una storia di vita, una persona. Non dimentichiamolo mai, perché anche di questo è capace il dio Pan. Farci dimenticare la nostra umanità e la bellezza del creato. L’impegno di uomini e donne che sono capaci di morire pur di far vivere in serenità e pace.
Compito di noi cristiani, che dovremmo infondere la speranza e non la paura.

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