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Codogno, il primario Giorgio Scanzi rimanda la pensione: resto vicino ai malati

GIORGIO SCANZI
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Giorgio Scanzi
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Il medico era in ferie e doveva rientrare per un solo giorno prima di andare in pensione, ma è tornato in servizio per stare comunque vicino a quei malati che sono la sua priorità, nonostante tutto.

Non c’è nulla di più eroico che stare al proprio posto. Esattamente qui, dove siamo e dove siamo chiamati a fare la differenza. Che non sai mai quando la tua monotona realtà possa tramutarsi nel peggior film americano. In questa specie di set hollywoodiano in cui si è trasformato il nostro paese a causa del Coronavirus, per fortuna c’è anche un’altra costante, un classico in tutti i film: gli eroi. Certo, sembra esagerato, una parola grossa, un ruolo per cui poi nessuno ha chiesto e neanche superato il provino, in questo caso. Eppure, quando la crisi arriva proprio a casa tua, quella che fino a pochi giorni fa sembrava al sicuro, lontana anni luce da una Cina che era il centro di tutto, quando le mascherine, l’Amuchina, i guanti che vedevi in TV oggi sono in fila davanti al solito supermercato, non è che ci sia molto tempo di pensare e non è che ci si chieda se è giusto o no essere eroi: fai quello che devi, anche se va oltre il semplice “mio dovere”, anche se non ti sembra nulla di speciale perché quelli sono i tuoi colleghi, i tuoi concittadini, i tuoi amici. I “tuoi” malati. E infatti, come dichiarato all’Eco di Bergamo e riportato da Repubblica, non vuole essere chiamato eroe, Giorgio Scanzi, il primario sessantacinquenne dell’ospedale di Codogno, originario di San Pellegrino. Si stava godendo le ultime ferie prima di rientrare per un ultimo giorno in corsia e poi andare in pensione, il 29 febbraio.

“Mi scusi per la voce bassa ma cerchi di capire. Non sto facendo niente di speciale. Mi sembrava giusto essere qui, ho solo rinunciato a delle ferie”.

E no, eroe forse non lo è: è “solo” tornato al suo posto, dove sentiva di dover stare ora più che mai, per senso civico, dice lui, per buon senso:

“…il mio lavoro è proprio questo, stare al servizio dei malati”,

ricorda sempre nell’intervista.

E scherza anche sulla tempra bergamasca:

“Eh sì, diciamolo chiaramente: le mie origini bergamasche si vedono in questo – ha affermato – Ho proprio l’animo del classico muratore bergamasco: quando costruisco qualcosa voglio finirla e finirla bene. Certo, mai mi sarei immaginato di chiudere la mia carriera ospedaliera con una emergenza simile. Diciamola così, una cosa del genere non mi era mai capitata e non mi capiterà più”.

Nulla di straordinario nella decisione, lo sono semmai le condizioni. Anche se a vederlo da fuori, un po’ di eroismo c’è. Perché oggi “Mors tua, Amuchina mea” è il motto mentre ci scanniamo al supermercato per l’ultima bottiglia di disinfettante. Oggi “per fortuna non sono il farmacista o uno che lavora a contatto con la gente”. E allora sembra un po’ eroico, concedetemelo, questo gesto non dovuto che riporta questo signore nel focolaio del virus, proprio quando aveva tutte le ragioni (neanche scuse) per restarne lontano. E ci ricorda che nel fare solo la nostra parte c’è tanto di straordinario, a volte. Nel restare, nel fare quello che sentiamo giusto oltre il semplice “nostro dovere”, anche se è qualcosa che facciamo da sempre, c’è qualcosa di talmente umano che ci sembra davvero eroico. E forse, lo è. Forse, questo Coronavirus che ci sta facendo riscoprire la nostra fragilità, sta anche riportando a galla quell’eroismo ordinario di cui non ricordiamo di essere capaci e che significa restare al nostro posto, costi quel che costi. Per senso di giustizia e per amore verso il prossimo, due motivazioni non così superate. In fondo siamo nel tempo di quell‘eroico nel quotidiano che auspicava San Giovanni Paolo II, perché lo vedeva possibile e già presente: l’uomo è capace di imprese grandi, alte e nobili. Soprattutto se nascoste nelle pieghe della vita di tutti i giorni.

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