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Come non aver paura della malattia?

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Zoom Team | Shutterstock

padre Carlos Padilla - pubblicato il 25/02/20

Quello che potrebbe essere un cammino oscuro e triste si può trasformare in uno pieno di luce e di pace. Tutto dipende dallo sguardo capace di cambiare la realtà

L’uomo vive angosciato dalla paura di perdere la salute. È tutto così fragile… Da un momento all’altro posso perdere la sicurezza del mio corpo sano, della mia anima sana. Posso ammalarmi quasi senza rendermene conto. Prima potevo fare tutto, ora mi sento impotente.

Celebrando Maria a Lourdes mi commuove pensare a tanti malati che arrivano alla grotta. A Lourdes offrono il loro dolore, la loro paura, la loro solitudine.

Lì Maria effonde un’acqua che purifica il corpo e l’anima. Non sono malato solo nel corpo. Anche la mia anima è malata.

Quante malattie dell’anima in questa società pazza e confusa! Mi sento tirare da tutte le parti. Nasce l’angoscia. Il senso di colpa che mi attanaglia. La solitudine che mi lacera la pelle.

Voglio che Maria guarisca le mie ferite più profonde. Il corpo spesso si ammala a causa dell’anima. Le ferite dell’anima si riflettono nella carne, nella pelle. Sono corpo e anima, carne e spirito. Tutto si ripercuote, ha il suo peso, la sua forza.

Spesso prego per un miracolo. Perché si curi una malattia incurabile, perché ci sia un miracolo e il fortunato sia io. Chiedo la stessa cosa che chiedono molti. Cerco il santo più efficace perché interceda.


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Lo chiedo a Maria a Lourdes, dove consola i malati. Chiedo la salute perduta. Per me, per i miei, per chi mi è vicino, anche per chi è lontano.

Chiedo miracoli perché sono quello che voglio, quello che desidera anche Dio stesso. Vuole la mia salute, non riesco a immaginare altro.

La natura umana è debole e si ammala. È fragile e ha delle mancanze. E sono impotente perché non riesco ad arrivare fin dove pensavo.

Vorrei invecchiare sano. Non ci riesco e mi ammalo. Chiedo un miracolo. Credo che dovrei chiedere meglio un’altra cosa. Potrei chiedere la grazia di vivere in pace la malattia che mi tocca. Non sarà un’opportunità per crescere nella mia vita interiore?

Conosco un uomo che già anziano si è ammalato di un cancro senza speranza. Lo ha saputo fin dall’inizio. Una volta mi ha detto: “Sto vivendo i mesi più belli della mia vita”.

Com’è possibile? La malattia è in genere l’aspetto peggiore della mia vita, ma nel caso di quell’uomo la malattia l’ha avvicinato a quel Dio da cui si era allontanato da giovane.

La malattia gli ha fatto valorizzare molto di più i figli già grandi e la moglie. Quella malattia maledetta gli ha fatto scoprire quel Gesù povero che camminava al suo fianco. E ha potuto abbracciarlo. E ha potuto sentirsi abbracciato da Lui.

È morto poco tempo fa con la certezza di sapersi profondamente amato da Dio. Come ha detto la figlia dopo il suo decesso, “e così ha vissuto la malattia, ha trasformato quello che avrebbe potuto essere un cammino oscuro e triste in un cammino pieno di luce e di pace. Ci ha insegnato che l’accettazione della realtà la può trasformare, che non dobbiamo aver paura di niente, che perfino la situazione più dura può essere un’occasione di pace e allegria”.

A volte la malattia può essere un’ancora di salvezza in mezzo alla tempesta dell’anima.

Per lui lo è stato. Tutto dipende dallo sguardo capace di cambiare la realtà.

Credo che la malattia non possa mai essere una parentesi nella vita del malato. Come un tempo perduto in cui non sono più io, ma solo una persona limitata, nascosta, occulta.


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Solo io e la mia malattia. Siamo la stessa cosa. Non c’è possibilità di separazione. Per questo non smettono di sorprendermi le persone che ridono nel dolore, sorridono quando tutto sembra oscuro, non vivono lamentandosi di quello che non possono fare.

E si rallegrano scoprendo la nuova via aperta dalla malattia, i nuovi volti che conoscono, le nuove situazioni che possono tirar fuori il meglio da loro anziché il peggio.

Prego Dio per tanti malati che vivono nell’amarezza, e per tanti che sono soli, senza compagnia, senza consolazione. Per tanti che non capiscono perché accade loro qualcosa di così terribile e non vedono nel loro dolore un’ancora di salvezza che li tiri fuori dalla mediocrità della loro vita.

Guardo Maria a Lourdes, nella sua grotta. Da lì Ella guarda i malati commossa. Guarda la loro vulnerabilità e la loro anima malata.

Gli chiedo di accettare la mia fragilità e di alzare le mani implorando il suo amore, la sua misericordia, che mi abbraccia perché non cada.

Mi sento come un bambino che accarezza la pietra umida della grotta, desiderando trovare nella mia vita quell’ancora di speranza, quell’ultima consolazione.

Per accettare la vita nei suoi limiti e comprendere che lì mi si apre una porta stretta per guardare il cielo più da vicino, più dentro la mia anima. Tutto si riveste di luce e allegria quando Lei mi guarda e mi consola.

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