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«Tre cose devi sempre fare…»: i consigli “missionari” del Papa per i futuri Nunzi Apostolici

Vista frontale della Pontificia Accademia Ecclesiastica, a Roma

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 21/02/20

Qualche tempo fa un giovane ecclesiastico avviato alla carriera diplomatica ha chiesto al Santo Padre perché la Chiesa chieda un simile sacrificio a un giovane che voleva “solo” fare il parroco nella sua diocesi. Francesco ha risposto e, poco dopo (sulla scia di Querida Amazonia), ha deciso di inserire un anno missionario nella formazione di quei giovani. Cerchiamo di capire perché

Ha fatto parlare di sé la lettera del Papa a mons. Joseph Marino, Presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica, con la quale il Santo Padre ha istituito – a partire dall’Anno Accademico 2020/2021 – un anno di missione nella formazione dei giovani diplomatici della Santa Sede.

L’Accademia

Ciò ha destato anzitutto stupore, perché la Pontificia Accademia Ecclesiastica vive da tre secoli (fu fondata nel 1701 e ha stabile sede in Piazza di Santa Maria Sopra Minerva dal 1706) avvolta in un’aura di mistero e di aristocrazia: ciò si deve anzitutto al fatto che i fondatori – Pietro Garagni e Sebastiano Valfrè – pensarono ai nobili ecclesiastici (ossia ai rampolli di famiglie nobiliari che diventavano sacerdoti) come candidati naturali per questa alta scuola di formazione diplomatica. Ormai da tempo non sono più richiesti illustri natali per esservi ammessi, ma il fatto che gli accademici siano simultaneamente invisibili per la “gente normale” e che vengano invece sistematicamente introdotti sopra i “soffitti di cristallo” (cene in ambasciate, contatti istituzionali con sovrani e governanti, innumerevoli viaggi in tutto il mondo…) ha contribuito ad alimentare quest’aura da vero gotha della Chiesa cattolica.




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Una vita “tra le più dure”

In realtà, la vita del diplomatico ecclesiastico è tra le più dure che si possano vivere nella Chiesa cattolica: certamente se si pensa ai numerosissimi cristiani che ogni giorno subiscono persecuzione e offrono al mondo splendido martirio di Cristo questa affermazione può suonare ingiustamente enfatica; il martirio cruento, però, è una grazia straordinaria che solo lo Spirito concede, insieme con la forza per viverlo, mentre quello del diplomatico ecclesiastico è un enorme sacrificio che la Chiesa richiede istituzionalmente ad alcuni suoi ministri. Ancora, si penserà al rigore di alcuni istituti monastici claustrali, quali ad esempio i certosini (sant’Ignazio la chiamava “sublimior vocatio”!), e ci si dirà che esso suona tanto più evangelico della mondanità sfacciata delle cene in ambasciata. Così può sembrare, in effetti, ma nella Certosa ogni monaco ha scelto, sospinto dallo Spirito, il Grande Silenzio, così come alle cene mondane in ambasciata ogni diplomatico ha scelto quel Grande Rumore… eccetto i diplomatici ecclesiastici.

È una vita di vere privazioni – mi fece capire ormai anni fa un uomo esperto di quel mondo –: cambi Paese, lingua, clima, moneta, usanze e relazioni ogni due o tre anni per la maggior parte della tua vita, e prima di arrivare nel “bel mondo” [intendeva sedi in Paesi benestanti momentaneamente in pace, N.d.R.] impieghi decenni. Decenni in cui non riesci a stringere relazioni d’amicizia stabili, perdi i contatti con la tua famiglia di origine e diventi un apolide. Se non hai un saldo radicamento spirituale esplodi.

Negli anni avrei ritrovato, fra le pagine di quelle cronache ecclesiastiche così tristemente simili al gossip mondano, la conferma di queste ultime parole. Mentre delle altre – quelle sul sacrificio che la Chiesa chiede a questi giovani ecclesiastici – mi ha confermato un apologo che ho appreso da poco, da fonte diretta, e che sarebbe avvenuto poco tempo fa proprio in Accademia, durante una visita del Santo Padre.


MGR LUIGI VENTURA

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Durante un incontro del Papa con gli Accademici

Un giovane diplomatico si sarebbe alzato in piedi, durante un momento di colloquio col Pontefice, e avrebbe chiesto:

Santità, io volevo fare il parroco nella mia diocesi, dove sono nato e cresciuto, dove ho famiglia e amici: immaginavo che lì avrei fatto un cammino con quella Chiesa locale, fatta di tanti volti noti. Poi il Vescovo e la Santa Sede mi hanno chiesto di rinunciare a tutto questo e di svolgere invece un servizio che sembra avere poco a che fare con lo stesso sacerdozio. Perché?

Il Papa avrebbe taciuto per un lungo istante, per poi rispondere – ma non specificamente a quel giovane sacerdote, bensì allargando lo sguardo a tutta la comunità –:

Tre cose devi sempre fare, nella tua vita:

  1. Imparare bene il lavoro che ti è chiesto di fare.
  2. Conoscere bene le persone con cui sei in contatto.
  3. Non tralasciare mai il tempo per l’orazione mentale.

Una risposta sintetica e mirabile – «degna del santo padre Ignazio», ebbe a dire un confratello del Papa – che ha lasciato di stucco la comunità: cinicamente pragmatica nelle prime due parti e intensamente mistica nella terza (che si rivela essere fondamentale).

Dalla Lettera

Mi piace pensare che anche in seguito a quella domanda (effettivamente di poche settimane antecedente la lettera) il Papa abbia deciso di impegnare un anno della formazione dei diplomatici ecclesiastici con la missione in una Diocesi:

Sono convinto che una tale esperienza potrà essere utile a tutti i giovani che si preparano o iniziano il servizio sacerdotale, ma in modo particolare a coloro che in futuro saranno chiamati a collaborare con i Rappresentanti Pontifici e, in seguito, potranno diventare a loro volta Inviati della Santa Sede presso le Nazioni e le Chiese particolari.

Infatti, come ho già avuto modo di ricordare alla comunità di codesta Pontificia Accademia Ecclesiastica: “La missione che un giorno sarete chiamati a svolgere vi porterà in tutte le parti del mondo. In Europa bisognosa di svegliarsi; in Africa, assetata di riconciliazione; in America Latina, affamata di nutrimento e interiorità; in America del Nord, intenta a riscoprire le radici di un’identità che non si definisce a partire dalla esclusione; in Asia e Oceania, sfidate dalla capacità di fermentare in diaspora e dialogare con la vastità di culture ancestrali” (25 giugno 2015).

[…]

Sono certo che, superate le iniziali preoccupazioni, che potrebbero sorgere di fronte a questo nuovo stile di formazione per i futuri diplomatici della Santa Sede, l’esperienza missionaria che si vuole promuovere tornerà utile non soltanto ai giovani accademici, ma anche alle singole Chiese con cui questi collaboreranno e, me lo auguro, susciterà in altri sacerdoti della Chiesa universale il desiderio di rendersi disponibili a svolgere un periodo di servizio missionario fuori della propria Diocesi.

L’esperienza diplomatica offre ad alcuni giovani preti uno scorcio straordinario della multiforme e poliedrica unità della Chiesa Cattolica: l’anno missionario potrà contribuire a rendere più evidente questo aspetto misterico in un ministero che altrimenti potrebbe diventare arido e inaridente. Come spesso accade nella Chiesa, tutto quanto potrebbe ricadere in clericalismo trova il suo antidoto nella sinergia tra le diversa membra del corpo di Cristo, cioè tra i diversi membri del Popolo di Dio: anche ai laici farà molto bene incontrare i diplomatici pontifici, e vedere almeno per un po’ quei giovani volti sacerdotali destinati a un olocausto lungo e silenzioso, benché consumato su una graticola dorata.




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