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Nuova Delhi: 68 studentesse costrette a dimostrare di non avere le mestruazioni

INDIAN GIRLS
Di travelwild - - Shutterstock
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Il tabu resiste e continua ad infliggere sofferenze alle donne di tanti paesi asiatici: in India, Nepal, Bangladesh le perdite mestruali sono sinonimo di impurità e causa di segregazione e umiliazione. Tutto questo significa anche scarsissima igiene ed elevato rischio in termini di salute. Ma c’è chi si oppone a questa barbarie.

Quando abbiamo le mestruazioni si deve sapere o no?

Per noi donne occidentali, dal menarca alle soglie della menopausa, il tema è: come fare in modo che, pur avendo le mestruazioni, io donna possa svolgere tutte le mie attività quotidiane, dal lavoro, allo shopping o perfino l’ora di acquagym? O meglio, così ce la vendono le aziende che producono assorbenti, alati, sottili, anatomici, anallergici, petalosi, ecosostenibili, divoratori di odori.

Dal lancio con il paracadute, molto ’90 years, all’audacissimo outfit che osa pantaloni bianchi anche in quei giorni e magari ci scappa pure una ruota (audacia che resta in ogni caso: quante stanno davvero bene con dei bei jeans bianco candido, senza sembrare reduci da frattura multipla con conseguente gesso ad entrambi gli arti inferiori?), fino alla ginnasta in spaccata sulla trave durante una competizione, il mood è sempre quello: hai il ciclo (che poi non è nemmeno corretta l’espressione perché “il ciclo” è tutto il mese)? Gli altri non devono accorgersene e nemmeno tu.

Utopia marketing perché ce ne accorgiamo eccome e va bene così. Tra chi ne soffre in maniera tanto intensa da doversi fermare e aiutare con farmaci potenti e chi non sa nemmeno cosa sia la dismenorrea sta gran parte della popolazione femminile, che se la cava. Fa i conti con la sindrome premestruale e i suoi sbalzi d’umore (“Mamma, ma perché urli? Ho solo dimenticato la merenda!”), si arrabatta con antidolorifici a rapido assorbimento, si difende con indumenti intimi pochissimo charmant ma parecchio protettivi e se ne fa una ragione. Il ciclo femminile è parte del nostro essere e anzi ci contraddistingue in maniera davvero stupefacente: danziamo con il tempo, lo segniamo, lo celebriamo: ogni mese siamo anche possibilità di una nuova vita e sentiamo una più o meno consapevole tristezza per tutte le volte che questa vita non arriva (non vogliamo un figlio ogni mese in realtà, ma quello strano, fisiologico “fallimento biologico” che è il sanguinamento mestruale sappiamo cosa significa; il nostro corpo e la nostra mente lo sanno).

E in India, invece?

Ma qui non stiamo parlando di noi, donne occidentali, che sebbene oppresse da tante fatiche, mortificate da discriminazioni reali soprattutto alla nostra maternità, viviamo comunque in contesti dove avere perdite mestruali non è una colpa, non è sinonimo di isolamento e segregazione o, peggio, mutilazione. Ricordate?

Se vivessimo in India (o Nepal e Bangladesh), invece, anche nel caso appartenessimo a fasce di popolazione benestante, non staremmo benissimo. E’ un tabù che resiste anche nelle città: alla perdita di sangue dovuta allo sfaldamento dello strato superficiale dell’endometrio si associano stigma sociale, segregazione, vergogna. E anche scarsissima igiene, soprattutto per le donne più povere, con conseguenze gravi sulla salute femminile (infezioni, tumori, decessi persino).

Piccola deviazione: Muruga, l’imprenditore indiano che ha inventato gli assorbenti low cost

C’è una storia molto bella a questo proposito: il marito di una giovane donna indiana, avendo visto gli orrendi stracci con cui la moglie faceva fronte alle perdite, si è inventato degli assorbenti usa e getta confortevoli e low cost. Ora gli assorbenti di Muruga sono un prodotto accessibile per migliaia di donne poco abbienti. In mezzo ci sono stati anni di ricerca, condotta a prezzo di umiliazioni e tanto altro, ma sfociata in un prodotto che soddisfa le esigenze di tante donne povere e offre lavoro a centinaia di altre nelle zone rurali più povere.

Avere le mestruazioni implica di essere escluse dal tempio, dalla cucina, dal contatto con i cibi, e da quello con i propri simili; significa mangiare da sole, lavarsi i propri piatti e sedersi in ultima fila a scuola, se si è studentesse.

Nuova Dehli: la rivoluzione di 68 studentesse

Ma questi protocolli presuppongono che ogni ragazza, di fatto, si autodenunci, firmando una dichiarazione di avvenuto inizio delle perdite mestruali. Così succede nelle scuole, anche in quella che in questi giorni è salita ai disonori della cronaca. Siamo a Nuova Delhi, presso l’istituto Shree Sahajanand Girls. La notizia è legata alla resistenza pacifica ma ferma di un gruppo di 68 studentesse. Nella scuola gestita

(…) dalla setta Swaminarayan, un gruppo religioso indù ricco e conservatore nella città di Bhujo (Stato del Gujarat), per due mesi non hanno firmato il registro dove secondo le regole, devono segnare il proprio periodo di ciclo mestruale. La loro è stata una grande prova di coraggio. (Repubblica)

La prima fonte a diffondere la notizia è stata la BBC che spiega la dinamica della protesta e dell’incidente che ha turbato profondamente le ragazze costrette a mostrare la biancheria alle insegnanti.

Erano due mesi che le giovani non indicavano più sul registro dell’ostello in cui alloggiano la data di inizio dei propri cicli. Il responsabile della struttura ha allora informato, più che spazientito, la preside.

So on Monday, the hostel official complained to the principal that menstruating students were entering the kitchen, going near the temple, and mingling with other hostellers.

The students allege that, the next day, they were abused by the hostel official and the principal before they were forced to strip.

They described what happened to them as a “very painful experience” that had left them “traumatised” and amounted to “mental torture”.

Così lunedì, il responsabile dell’ostello si è lamentato con la preside che le studentesse con le mestruazioni stavano entrando in cucina, andando vicino al tempio e mescolandosi con gli altri ospiti dell’ostello.

Le studentesse sostengono che, il giorno dopo, sono state maltrattate dallo stesso responsabile dell’ostello e dalla preside prima di essere costrette a spogliarsi.

Descrivono ciò che è accaduto come “un’esperienza molto dolorosa” che le ha lasciate “traumatizzate” come se avessero subito vere e proprie “torture mentali”.

Il braccio di ferro perdura, la dirigenza della scuola continua a sottolineare il fatto che le ragazze abbiano trasgredito le regole dell’istituto e a fare pressione perché rientrino nei ranghi (qualcuna, a detta della vice preside, si sarebbe scusata); nei giorni successivi all’episodio le giovani hanno organizzato una protesta nel campus ottenendo l’appoggio della

commissione femminile dello Stato di Gujarat  (che) ha ordinato un’indagine su questa “pratica vergognosa” e ha chiesto alle ragazze di “farsi avanti e parlare senza timore”. (TPI)

Questa è una delle tante forme reali e drammatiche di violenza contro le donne proprio in quanto donne, nella loro femminilità. Anche se viene esercitata da altre donne, conniventi e nel contempo forse anche vittime di un sistema che non rispetta la dignità, la bellezza e direi anche la straordinaria potenza dell’essere femminile.

 

 

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