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Lorenzo muore a 20 anni di anoressia. I genitori: “solo vuoto intorno a questa malattia”

ANORESSIA
VGstockstudio|Shutterstock
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Era maggiorenne, Lorenzo e firmava per uscire dall’ospedale nonostante ogni volta cadesse di nuovo nel baratro dell’anoressia. Oggi i genitori rompono il silenzio impostogli dal figlio e in che è il più grande complice di questo male.

Nonostante tutto non si era arreso, Lorenzo. “Sono magro, ma sono in forze”, continuava a ripetere ai genitori preoccupati. Voleva uscirne e in passato sembrava quasi avercela fatta contro quell’anoressia con cui lottava dal primo anno di liceo. Forse voleva sconfiggerlo da solo, il mostro che si nutriva delle sue ansie e delle sue paure. Una malattia subdola, che più scava, più si nutre di te e più ti fa sentire invincibile, più vicino a un obiettivo che non arriverà mai però, perché non fa vedere quello che ci rende affamati davvero. E Lorenzo era prima di tutto affamato: di vita, di sogni. Quelli racchiusi in una lista che aveva fatto sperare i genitori, ma che resterà spuntata a metà: “essere più fiero di me stesso”, “offrire la colazione a papà”…

Affamato di perfezione, in tutto. A scuola, nello sport. Così tanto da auspicare di morire quando credeva di non essere abbastanza, come ricordano i genitori:
“Perché non mangi?”, gli domandavano. “Perché so che prima o poi così muoio”.
Eccola, la porta da cui è entrata l’anoressia, che lo ha strappato alla vita ad appena venti anni, quando quel foglio pieno di sogni aveva ancora tanto spazio bianco da scrivere. Eppure, quando stai male, ogni chilo in meno sulla bilancia, è un chilo in più di certezze nella mente e ti dà la forza di continuare a dire no: al cibo, al sostegno, all’evidenza, all’aiuto anche di chi ti ama.

Ci aveva confidato che era arrivato a vomitare anche venti volte al giorno, ma era come se non fosse lui a farlo. Era uno spettatore, era la malattia ad agire per lui. E ci rassicurava che stava bene, che insieme ce l’avremmo fatta, senza ricovero (Repubblica),

raccontano i genitori.
La solitudine in cui ti fa piombare è la prima ad uccidere: quando pensi di potercela fare da solo, quando non vuoi che gli altri si preoccupino per te, quando credi davvero che questa volta sei fuori. Un dramma a cui si aggiunge il dolore di una mamma e un papà che hanno assistito impotenti, in silenzio, perché Lorenzo era maggiorenne e firmava ogni volta le sue dimissioni non appena rientravano i livelli di potassio delle analisi e senza che nessuno potesse impedirglielo. Ma era davvero in grado di gestire la sua malattia, Lorenzo o era piuttosto la malattia che stava logorando lui? Perché due genitori non sono riusciti a salvare con un TSO tanto auspicato quel figlio che vedevano scomparire ogni giorno di più?

Il silenzio è forse il più grande complice di questa morte. Il silenzio intimato da Lorenzo per primo, con quel divieto di parlare ai medici, ma anche il silenzio e la disinformazione che circondano ancora oggi questo e altri disturbi alimentari. Oggi, quei genitori, possono solo provare a romperla, la cortina di silenzio, per aiutare chi da questo dramma può ancora uscirne:

Di anoressia si può morire e i genitori dei ragazzi che ne soffrono lo devono sapere. Bisogna parlarne e affrontare il fenomeno. A partire dalla legge: non si può dimettere una persona nelle condizioni di nostro figlio solo perché maggiorenne. È una vergogna nazionale. Non ci sono abbastanza strutture pubbliche, non c’è un sistema che sappia dirti a chi rivolgerti…È necessario mettere mano alla normativa, perché c’è un vuoto…C’è carenza di conoscenza reale della malattia, mancano strutture adeguate e personale che sappia gestire questi pazienti, che sono in grado di fare di tutto pur di tornarsene a casa. (Repubblica)

Se c’è disinformazione sull’anoressia, ce n’è ancora di più sul fenomeno tristemente in crescita, di quella maschile (un uomo ogni quattro donne segnala Avvenire): si pensa sempre a un problema legato agli standard estetici, di difficoltà ad accettare la propria immagine, ma l’anoressia non è solo questo e la storia di Lorenzo lo conferma. La dispercezione corporea può avere cause varie e spesso nascondersi anche dietro al corpo apparentemente sano di un culturista:

Sono malattie che vanno affrontate soggettivamente,

affermava tempo fa sempre su Avvenire Stefano Tavilla, presidente dell’associazione Mi nutro di vita.

Non c’è un percorso identificato con il sesso o l’età. Il percorso è personale, da affrontare in maniera multidisciplinare, ma chiaramente è importante che chi è malato trovi la forza per chiedere aiuto e arrivare ai centri. In questo senso è importante l’ambito familiare e le possibilità di cura, ma la riuscita della cura non ha un arco temporale certificato. Prima si interviene e più è facile, ma non c’è una regola.

L’aiuto e il supporto da parte di chi guarda da fuori appare quindi fondamentale nell’aiutare chi, da dentro, fatica a vedere con lucidità il problema. Difficile comprendere allora perché, nel caso di Lorenzo, a quei due genitori non sia stata data fiducia.

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