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Weekend di sangue per i cristiani in Burkina Faso

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Almeno 24 persone sono state uccise, domenica scorsa, 16 febbraio, nel corso di un attacco jihadista contro una chiesa protestante in un paesino nel nord del Burkina Faso.

Domenica cruenta nel noto Paese dell’Africa occidentale: una chiesa protestante nel paesino di Pansi, situato nel nord del Burkina Faso, è stato preso di mira da terroristi jihadisti lo scorso 16 febbraio. «Il bilancio provvisorio era di 24 persone assassinate, tra cui il pastore di una chiesa protestante», ha indicato il colonnello Salfo Kaboré, governatore della regione del Sahel. L’attacco ha fatto pure 18 feriti e diverse persone sono state rapite. Stando ai primi elementi disponibili, «un gruppo armato terrorista» ha fatto irruzione nel villaggio e «attaccato la pacifica popolazione della località dopo averla ben individuata e distinta dai non-residenti».

Quest’attacco è sopraggiunto nella medesima provincia in cui un pastore e quattro persone a lui vicine (suo figlio, i suoi nipoti e un diacono) erano state rapite l’11 febbraio, prima di essere assassinate alcuni giorni più tardi. Così precisava la ONG Open Doors:

Il diacono Lankoandé Babilibilé è stato il primo ad essere trucidato. Alcuni uomini armati e non identificati l’hanno assassinato nella notte tra il 10 e l’11 febbraio, e poi hanno rubato la sua automobile. Il suo veicolo è stato quindi utilizzato per rapire il pastore Omar Tindano, nonché due delle sue figlie, suo figli e due nipoti. Le due figlie sono state liberate illese il 13 febbraio, ma in serata si era appreso che Omar era stato assassinato insieme con i suoi due nipoti.

750 morti dal 2015, e 600mila sfollati

Spiega ad Aleteia Amélie de la Hougue, dall’ufficio stampa di Aiuto alla Chiesa che Soffre:

Gli attacchi jihadisti contro le chiese e contro i cristiani sono cominciati nel 2015, ma dal 2018 hanno conosciuto un’accelerazione con la dichiarazione dello stato d’urgenza nel nord e nell’est del Paese. Tali attacchi possono essere molto mirati, come si è dato il caso nello scorso fine-settimana, e possono puntare direttamente a dei cristiani, ma possono anche colpire qualsiasi cosa rappresenti lo Stato: le scuole, le istituzioni e via dicendo. Gli attacchi contro i cristiani si intensificano ma a questo si aggiungono anche razzie e altri crimini abbietti.

Gruppi autonomisti si sono formati, nel nord del Paese, nella provincia del Soum, giungendo fino al confine orientale, cioè la frontiera col Niger. Dal 2015 questi attacchi hanno fatto circa 750 morti e 650mila sfollati. Nel maggio 2019 Marc Frontier, africanistica e conferenziere all’Institut Catholique de Paris, dichiarava ad Aleteia:

Il Burkina Faso diventerà progressivamente un focolaio jihadista, e ciò tanto più intensamente quanto più il Paese diventa una zona priva di diritto, dove lo Stato non è più capace di imporre la legge nazionale. Nei tempi che viviamo, con una forte moltiplicazione di movimenti islamisti fondamentlaisti, il cristiano diventa inevitabilmente – per capillarità – il nemico prediletto.

Riprende Amélie de la Hougue:

C’è chiaramente una volontà di islamizzare il Paese da parte di gruppi terroristi, ma ci sono anche – in seno a questi gruppi – persone che vivono in grandissima povertà e che sono state abbandonate dallo Stato, e che decidono quindi di diventare mercenari al soldo degli altri.

Se la minaccia e il pericolo sono onnipresenti, «c’è una reale volontà di mantenere una presenza cristiana ovunque nel Paese», spiega ancora Amélie de la Hougue:

Le suore dell’Immacolata Concezione, presenti nell’insieme delle diocesi del Burkina Faso, mi hanno confidato: «Le persone hanno paura che partiamo… che speranza possono avere, se noi ce ne andiamo?

La Chiesa vuole quindi mantenere quella presenza per incoraggiare le persone nella loro fede e per mantenere un processo di pace e di riconciliazione lì dove i jihadisti vogliono creare un clima di guerra etnica e religiosa.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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