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Ecco perché essere single non significa solitudine o tristezza

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Parker Johnson/Unsplash | CC0
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di María Belén Andrada

“E il fidanzato?”. Spesso negli incontri familiari qualche zia indiscreta pone questa temuta domanda. “Non c’è”, rispondiamo, e vorremmo aggiungere “Sono single, sola con me stessa, sola contro il mondo”. Beh, forse no, è un po’ esagerato.

Oggi, però, vorrei parlarvi di come affrontare il tema dell’essere single, come guardarsi in modo adeguato quando non si ha un partner. Iniziamo a riflettere un po’ sul tema della solitudine, perché è in qualche modo collegato al modo in cui ci percepiamo quando siamo single.

Mi riferisco al fatto che al giorno d’oggi ci sono atteggiamenti opposti al momento di parlare del fatto di essere single. Uno di questi è vederlo come qualcosa di terribile, perché in parte si collega – e in modo molto drastico – alla solitudine. E pensando alla solitudine, questa viene vista come un male da sradicare o una triste realtà che merita compassione, quando in realtà se sappiamo approfittarne è tutto il contrario.

Dall’altro lato, però, si può percepire il fatto di essere single anche come qualcosa di splendido, quasi un ideale elevato, che permette di fare ciò che si vuole e quando si vuole, concentrandosi su se stessi, sulla propria carriera, su quello che “ci fa bene”, ecc. Penso che questo aspetto abbia a che vedere con un’altra interpretazione errata della solitudine, vista come uno spazio interiore in cui non entrano né devono entrare gli altri.

La solitudine in sé non è negativa

In questi tempi in cui ogni pensiero è oggetto di un tweet e non usciamo senza documentare tutto ciò che facciamo su Instagram, credo che ci si disperi un po’ quando ci si trova da soli con se stessi, vivendo qualcosa che non si può condividere.

La solitudine viene considerata qualcosa di scomodo, e in un’epoca in cui non vogliamo che nessuno ci tiri via dalla nostra zona di comfort vogliamo liberarcene.

Imbattersi in questa crisi è però molto positivo per capire che siamo persone, e in quanto tali abbiamo uno spazio interiore, intimo, che ci appartiene e che non è per un’altra persona. Capire che quello che sentiamo non lo può provare nessun altro. Se lo capiamo senza frustrarci, possiamo trarne molte cose positive.

Ad esempio, imparando a vivere il silenzio che accompagna la solitudine possiamo crescere nella vita interiore. L’indipendenza ci fa maturare e valorizzare molto di più gli altri. Possiamo imparare a contemplare, e in questo modo di contemplazione scoprire quello che Dio ci vuole rivelare in ogni evento che ci si presenta.

Santificazione o egoismo?

Anche se possiamo trarre molti beni spirituali da una solitudine ben vissuta, spesso bisogna discernere se la nostra solitudine è una circostanza da santificare o un isolamento per egoismo, per il fatto di non avere pazienza con il prossimo, di volerci riservare del tempo per noi anziché condividerlo o per la superbia di pensare che nessuno possa capirci o anche “meritarci”, per il fatto di metterci al centro e di non voler cedere un po’ di spazio a chi ci circonda, e a Dio, che a volte spingiamo fuori dal nostro circolo, perché nessuno entri a turbare la nostra pace (apparente).

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