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“Hanno ucciso mio figlio a 7 mesi di gestazione”, il caso di aborto che scuote la Colombia

SNEAKERS
Shutterstock | Ramona Stravers
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La madre ha abortito nonostante l’opposizione del padre ed ex fidanzato. La Chiesa ribadisce che l’aborto è la pena di morte contro i più piccoli e indifesi

Juan Sebastián, Juanse, era da sette mesi nel grembo materno, il suo sviluppo era normale e la gravidanza non aveva presentato complicazioni. Juanse, però, non è nato. È stato abortito per decisione della madre, che ha affermato di non essere pronta ad averlo e si è basata su un’interpretazione polemica di una sentenza della Corte Costituzionale colombiana.

Oltre a togliere la vita a suo figlio, la donna ha privato Juan Pablo Medina del diritto di essere padre, e nonostante la battaglia che ha intrapreso quando ha saputo della decisione dell’ex fidanzata, l’uomo non è riuscito ad evitare che abortisse il bambino.

JUAN PABLO MEDINA
Capture video

“Nel mese di settembre 2019 ci siamo resi conto che era stato concepito un bambino, e da quell’istante ho iniziato l’accompagnamento, finché alla fine dell’anno scorso non ho saputo più nulla di lei”, ha raccontato il ragazzo all’emittente Blu Radio. Juan Pablo ha aggiunto che la gravidanza procedeva normalmente, e che attraverso terze persone ha saputo dell’intenzione dell’ex fidanzata di abortire.

“Diceva che voleva portare avanti la sua carriera professionale e che non aveva i mezzi economici per prendersi cura del bambino. Affermava anche di aver terminato la relazione con me da sei mesi e che non si sentiva pronta a diventare madre”, ha riferito il giovane ad altri mezzi di comunicazione.

Lotta per essere padre

Per alcune settimane Juan Pablo ha provato a impedirlo, anche attraverso un’azione di tutela (un ricorso per difendere dei diritti fondamentali), proteste pubbliche e messaggi sulle reti sociali a cui si sono uniti migliaia di pro-vita.

Un giudice donna ha tuttavia chiesto a Profamilia – entità che promuove campagne di pianificazione familiare e che per i settori pro-life è un’impresa abortista – di analizzare il caso di Angie Tatiana Palta, ma secondo Marta Royo, direttrice di questa entità privata, il fatto rientra in una delle tre causali per l’aborto depenalizzate dalla Corte Costituzionale.

Le causali che permettono l’aborto in Colombia sono molto specifiche: quando esiste una malformazione fetale che renda impossibile la vita extrauterina, nei casi in un cui la gravidanza sia frutto di violenza e in quelli in cui portare avanti la gravidanza mette in pericolo la vita o la salute della donna (Sentenza C-355 de 2006).

Quello che Juan Pablo Medina non si spiega e che molti colombiani non capiscono è come siano state accettate le motivazioni della donna, visto che non si adattano ad alcuno dei tre casi previsti in Colombia.

Secondo la Royo, “i professionisti offrono assistenza integrale alla madre circa le varie opzioni a sua disposizione”, ma dopo l’“assistenza integrale” alla giovane di 22 anni si è verificato l’aborto da parte di Profamilia.

Juan Pablo ha chiesto che gli consegnassero suo figlio per dargli una sepoltura cristiana e ha assicurato che andrà fino in fondo contro tutti coloro che hanno partecipato al suo aborto, tra le altre ragioni – secondo la stampa – perché Profamilia ha usato il parere di un ginecologo sulla situazione psicologica della madre di suo figlio, quando per legge questo tipo di diagnosi dev’essere effettuata da uno psicologo.

 

“La vita è sacra”

Tra tante voci di rifiuto, i vescovi colombiani hanno espresso “tristezza, costernazione e solidarietà”. In una dichiarazione della Conferenza Episcopale si legge: “Abbiamo assistito perplessi a come le istituzioni di questo Paese non abbiano garantito i diritti del padre, che con persistenza e tenacia ha lottato per la vita di suo figlio attraverso i canali regolari”.

“La vita è sacra, l’aborto è un’ingiustizia che grida al cielo e una gravissima ferita nei confronti della società. Non si può costruire la pace impiantando questa pena di morte contro i più piccoli e indifesi”, continua il testo. I vescovi hanno anche chiesto alle autorità di rispondere a questa richiesta a favore della vita e hanno convocato il popolo cattolico a giornate di preghiera per il diritto alla vita, indebolito dalle recenti sentenze della Giustizia.

Sentenze contro la vita

Nelle prossime settimane si aspetta una decisione della Corte Costituzionale relativamente a due richieste dell’avvocato Natalia Bernal, che cerca di proteggere i bambini e afferma che l’aborto provoca un’enorme sofferenza sia al bambino che alla madre.

Le infiltrazioni alla stampa sostengono che la decisione del magistrato Alejandro Linares ordinerebbe di depenalizzare l’aborto fino a 12 settimane senza alcuna limitazione, il che rappresenterebbe un grande progresso per l’aborto in Colombia.

Il sindaco di Bogotá, Claudia López, ha intanto chiesto alla Corte la depenalizzazione totale dell’aborto e la difesa dei diritti raggiunti dalle donne in Colombia.

Le organizzazioni pro-vita hanno trasmesso il loro allarme e diffuso la preoccupazione di fronte a sentenze giudiziarie che violerebbero l’Articolo 11 della Costituzione Politica, che dichiara che la vita umana è inviolabile e “non ci sarà pena di morte”.

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