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Davanti alla bara di un bambino pregano insieme cristiani e musulmani

CHILD, COFFIN, FUNERAL

Ingrid Pakats | Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 11/02/20

Miracoli quotidiani ce ne sono, uno è accaduto al Gianicolo: alla commemorazione della morte di un bimbo di 9 anni i fedeli musulmani hanno accolto quelli cristiani, pregando e scambiandosi abbracci di dolore e gratitudine.

Tutto ciò che è divisivo e violento tende ad avere un volume alto, che poi i mille megafoni della comunicazione ripetono e ripetono. A fronte di notizie tragiche che ci assediano, finiamo per pensare che l’umano sia davvero un concentrato di cattiveria e negatività. Non di rado sentiamo qualcuno che si chiede: “Ma vale la pena mettere al mondo un figlio in un mondo come questo?”.

La risposta può darla proprio un bambino, o anche solo spingerci a darla in prima persona guardando ciò che lui ha fatto. Mi riferisco a un caso accaduto in questi giorni al quartiere Gianicolo di Roma e che ha raccontato Pietro Piovani:

A Monteverde è morto un bambino e nessuno riesce a darsi pace. Aveva 9 anni, era nato a Roma da una famiglia bengalese, si chiamava Shimanto, un fringuellino intelligente e generoso. Un tumore rarissimo gli ha portato via prima una gamba poi tutto il resto. (da Il Messaggero)


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Il giornalista prosegue descrivendo cosa è accauduto quando il piccolo Shimanto è morto, il suo funerale ha ospitato un’inattesa occasione di speranza. La celebrazione è avvenuta nei locali di un’associazione islamica a cui apparteneva la famiglia, ma fuori una folla ben più grande di persone si è radunata per dare l’ultimo saluto al bambino (compagni di scuola, vicini, conoscenti). A quel punto il presidente dell’associazione musulmana ha aperto le porte per accogliere tutti all’interno. E dunque, nota Piovani:

In un seminterrato del Gianicolense musulmani e cristiani hanno pregato insieme, ognuno con le sue preghiere, «sono un servo di Allah e sto ritornando a lui», «l’eterno riposo dona a lui Signore». Piedi scalzi sui tappeti, occhi gonfi di pianto, abbracci dolorosi e sorrisi di gratitudine, con la consapevolezza di partecipare a un avvenimento importante, spazzando via le diffidenze. (Ibid)

Si usa spesso l’immagine negativa della morte che spazza via, una forza indomita che ci strappa alla vita in modo ingiusto e incomprensibile. Ma la morte spazza via anche altro, è un vento di tempesta capace di ripulire il cielo dei nostri pensieri: riscoprirci mortali è l’inizio di uno sguardo sulla vita più terso e puro di quello che usiamo di solito; ci costringe a partire dal dato più onesto possibile e non è così raro che poi sbocci una gratitudine altrettanto sincera. Che una malattia dolorosa e senza via d’uscita colpisca un bambino è un dramma che non ha risposte consolanti. Che anche un bambino malato possa essere una testimonianza di bene per gli altri, che generi qualcosa di opposto alla morte, è la direzione in cui possiamo aiutarci a guardare.

Sorella morte

È vero che Gesù ha vinto la morte, ma dopo averla conosciuta, patita e sofferta. Non è sufficiente tamponare la nostra spontanea paura di morire aggrappandoci al pensiero della Resurrezione senza andare a fondo della nostra caducità, che non può essere aggirata. Tanti, leggendo il Cantico delle creature, rimangono inderdetti e provocati nel sentire che San Francesco chiama sorella anche la morte. Non ho le compentenze teologiche per glossare quest’intuizione, ma ho nel sacchetto della memoria il ricordo di tanti momenti in cui il confronto anche duro con la morte ha comportato una rivalutazione completa della vita.


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Oggi la storia del piccolo Shimanto ci riporta lì, all’incontro con sorella morte. O siamo per il nulla o siamo per il Tutto. Questo bambino non è stato semplicemente un malato sconfitto, ma una persona la cui prova ha aperto gli occhi e cambiato le persone a lui vicine. Proprio il lutto può diventare un’occasione per nulla divisiva, ci si ritrova radicalmente simili e le differenze su cui saremmo disposti a batterci con furore diventano come increspature della superficie del mare. È sorella la morte perché nostra parente, non possiamo sciogliere il legame con lei; ma è sorella anche perché grazie a lei è possibile un discernimento tra ciò che nella casa del nostro io sono le fondamenta, i muri portanti, e poi gli arredi.

A Dante, ad esempio, non premeva andare nel regno dei morti per fare del gossip sull’aldilà; gli premeva parlare ai vivi, sul valore della vita, dall’unico punto di vista rispetto a cui tutto si fa chiaro: tu sei mortale. A chi dunque metti in mano la vita? A quale scopo vuoi dedicare il tuo tempo che, poco o tanto che sarà, finirà? Un’anima superficiale considera tutto ciò come un parlare pessimista, ma è la vera radice di una positività che non sia solo un ottimisto ubriaco. Il giornalista ci ha documentato che al funerale di Shimanto ci sono stati abbracci dolorosi e sorrisi di gratitudine.

Proprio la gratitudine è un vertiginoso dono di cui è capace solo sorella morte (anche in tutte le mille altre forme che la mortificazione assume). Noi creature mettiamo a fuoco per bene i colori solo grazie all’oscuro, perché non ci appartiene una cosciente consapevolezza del nostro destino che sia sempre costante.


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Ci dimentichiamo di come stanno le cose, ma per fortuna – disse il poeta T. S. Eliot – ” siamo lieti che anche la tenebra ricordi a noi la luce”. Chesterton, poi, fece di questa evidenza uno dei suoi cavalli di battaglia; tanto che si può dire che da vero difensore della vita, si impegnò a parlare tanto di morte:

C’è alle spalle della vita di tutti noi un abisso di luce, più accecante e insondabile di qualsiasi abisso di oscurità; è l’abisso dell’attualità, dell’esistenza, del fatto che le cose ci sono davvero e che a noi stessi risulta incredibile e talvolta siamo quasi increduli di essere reali. E’ il fatto fondamentale dell’essere, come opposto al non essere; è impensabile, eppure non possiamo non pensarlo, anche se spesso siamo dimentichi di questo; siamo immemori e ancora di più siamo ingrati. Chi si rende conto della realtà in questo modo sa che essa surclassa, letteralmente all’infinto, tutti i rimpianti e gli argomenti minori a favore della negazione, e sa che dietro tutti i nostri brontolii c’è una semicosciente sostanza di gratitudine. (Da Chaucer e la storia del mondo)

Proprio di fronte alla tomba di un bambino tutti gli argomenti minori a favore della negazione, della divisione e della solitudine sono crollati.

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