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Davvero salviamo gli altri quando ci sottraiamo alla norma?

Allumettes
Jens Goepfert - Shutterstock
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Osare la differenza per salvare gli altri! Un’idea seducente, ma che non va da sé. Prendersi per il salvatore non è garanzia di altruismo né di efficacia.

L’immagine è suggestiva: una fila di fiammiferi allineati – la prima metà dei quali bruciati, intatti per la seconda, salvati dal fuoco da un fiammifero “uscito dai ranghi”. La didascalia recita: «Quando non vi allineate alla norma, avete una chance di salvare gli altri». C’è da riflettere! Anzitutto, va contro una certa vulgata manageriale che vorrebbe «l’allineamento organizzativo» o ancora «l’allineamento strategico». Si può comprendere, sì, che la collettività esiga coerenza quanto a un certo allineamento di persone e di “processi”, ma resta il fatto che queste espressioni conservano sempre un che di rigido, probabilmente perché sembrano ignorare i propri effetti perversi, a differenza dell’immagine che vorrebbe esaltare le virtù del non-allinearsi. Quest’ultima però merita anche altre osservazioni:

1
Allineamento mimetico

Il fiammifero non allineato è più basso degli altri. I primi, più alti, sono esposti al rischio del coinvolgimento mimetico (di cui il fuoco è simbolo): appena un fiammifero si accende, tutti quelli che gli sono vicini s’innescano automaticamente. Il vuoto lasciato dal fiammifero basso salva i seguenti da un mimetismo fatale.

2
Il salvatore romantico

La frase che incoraggia il non-allineamento contiene una promessa implicita: se osi essere differente potrai essere quello che salva gli altri! Un’idea che sembra evidente e che però non va da sé.

Anzitutto, la pretesa di salvare gli altri non è mai scevra da un certo narcisismo. Se è possibile diventare dei salvatori è perché da una parte ci sono delle potenziali vittime – i primi fiammiferi della fila – e dall’altra un carnefice: facendo rientrare tutte le differenze nel guscio dell’uniformità, con l’evidente rischio di un contagio mimetico, il carnefice garantisce la norma. Il salvatore ha evidentemente una bella posizione rispetto a entrambi gli altri attori – è sempre gratificante immaginarsi in quella posizione – ma il sottrarsi alla norma permette davvero di salvare gli altri?

3
Il carnefice, la vittima e il salvatore

Nient’affatto: il trio carnefice-vittima-salvatore non esprime del resto la totalità degli attori. Non si parla mai di quanti non sono né salvatori, né carnefici né vittime. Diceva Michel Serres:

L’umanità si compone di un gran numero di brave persone che sognano di essere lasciate in pace, e di una sparuta minoranza di psicopatici il cui feroce attivismo modella la cultura e la storia.

Questo parto posto descrive quelli che operano in silenzio nel quotidiano, senza violenza né spettacolo, senza eccessiva indignazione: formiche operaie che mandano avanti il mondo finché una crisi non devasta l’organizzazione. Effettivamente, in una crisi il trio riprende vigore e bisogna cercare salvatori, ma allora perché cercarli tra quanti si ritirano dalla collettività, invece che tra quanti si adoperano per essa?

4
Il capro espiatorio e René Girard

Bisogna tener presente anche un’altra configurazione, specularmente opposta al nostro schema e ben più frequente, nelle crisi che le organizzazioni attraversano: è la configurazione del capro espiatorio, che René Girard oppone all’attitudine del tutti contro tutti. Si sa che in situazioni di crisi, per evitare l’implosione indistinta, la comunità cerca di salvarsi designando una “vittima non-rischiosa”. “Dagli al somaro!”, come dice La Fontaine. La violenza in eccesso si scarica su una vittima e ristabilisce una concordia indispensabile alla sopravvivenza della collettività. Lo ammetto, René Girard mi ha aperto gli occhi facendomi prendere coscienza che questa pratica è tanto più efficace quanto largamente inconscia. E frequente.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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