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Rula Jebreal sulla violenza contro le donne: lo devo a mia madre violentata e morta suicida

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Il monologo sul femminicidio della giornalista ha commosso il pubblico dell’Ariston. La madre fu stuprata la prima volta quando aveva soltanto 13 anni.

Ieri sera durante il Festival di Sanremo, pochi minuti prima di mezzanotte, il presentatore della 70esima edizione Amadeus ha lasciato il palco alla giornalista Rula Jebreal che fino a quel momento lo aveva affiancato nella conduzione. E così la giornalista, volto improvvisamente tirato, serio, ha pronunciato un monologo toccante e personale, “leggendo” da due grandi libri uno bianco e uno nero posti di fronte a lei. Unici supporti materiali a “sostenerla” nel suo discorso intenso e doloroso:

“Aveva la biancheria intima quella sera?” “Si ricorda di aver cercato su internet il nome di un anticoncezionale quella mattina?” “Lei trova sexy gli uomini che indossano i jeans?” “Se le donne non vogliono essere stuprate devono smetterla di vestirsi da poco di buono” Queste sono solo alcune delle frasi usate e domande rivolte alle vittime di violenza sessuale nelle aule dei tribunali. Domande insinuanti che sottolineano una verità amara e crudele: noi donne non siamo mai innocenti.

Metà del compenso a Nadia Murad, rapita e stuprata dall’Isis

Comincia così il racconto di Rula che per parlare di violenza sulle donne, di femminicidio, porta l’esperienza personale: il suicidio di sua madre, abusata per anni la prima volta a soli 13 anni.
La giornalista devolverà metà del compenso per il Festival di Sanremo a Nadia Murad, l’attivista irachena yazida che è stata rapita e stuprata dall’Isis (tgcom24).

Noi donne non siamo mai innocenti o perché abbiamo denunciato troppo tardi, o troppo presto. Perché siamo troppo belle o perfino troppo brutte. Perché eravamo troppo disinibite e ce la siamo voluta.

Con le bambine dell’orfanotrofio parlavamo delle nostre madri stuprate e uccise

E poi dopo aver letto dal libro bianco alcuni versi del brano La cura di Battiato condivide con il pubblico alcuni tristi ricordi della sua infanzia:

Sono cresciuta in un orfanotrofio insieme a centinaia di bambini. Noi bambine tutte le sere una per volta raccontavamo una storia, le nostre storie. Erano favole tristi non favole di mamme che conciliano il sonno ma favole di figlie sfortunate che il sonno lo toglievano. Ci raccontavamo delle nostre madri, spesso stuprate, torturate e uccise.

Io amo le parole, credo alle parole e non ai fucili

La voce fa fatica a pronunciare alcune parole, Jebreal ha bisogno di una pausa quasi impercettibile per prendere la rincorsa e buttarle fuori con forza, trattenendo la commozione. Stuprate, torturare e uccise.

Ogni sera prima di dormire celebravamo tutte insieme quelle parole di dolore. Io amo le parole, ho imparato venendo da luoghi di guerra a credere alle parole e non ai fucili.

I numeri “spietati” della violenza sulle donne in Italia

Solo dopo questa testimonianza la giornalista tira fuori i numeri, “spietati” dell’Italia:

Negli ultimi tre anni 3 milioni 150 mila donne hanno subìto violenza sessuale sul posto di lavoro, negli ultimi due anni in media 88 donne al giorno hanno subìto abusi e violenze, una ogni 15 minuti, ogni tre giorni è stata uccisa una donna. Sei donne sono state uccise soltanto la scorsa settimana. Nell’80 per cento dei casi il carnefice non ha bisogno di bussare alla porta per un motivo molto semplice: ha le chiavi di casa. Ci sono le sue impronte sullo zerbino, il segno delle sue labbra sul bicchiere in cucina.

A questo punto è il momento della Donna cannone di De Gregori che dopo Battiato e insieme a Sally di Vasco Rossi e a C’è tempo di Ivano Fossati, sono state la colonna sonora del discorso di Jebreal.

La tragedia di sua madre: violentata, costretta al silenzio e morta suicida

Ed ecco la parte più sofferta, una ferita ancora sanguinante nel suo cuore di figlia:

Mia madre Zakia, che tutti chiamavano Nadia, ha perso il suo ultimo treno quando io avevo 5 anni. Si è suicidata dandosi fuoco. Ma il dolore è una fiamma lenta che aveva cominciato a salire, ad annerirle i vestiti quando era solo un adolescente. Il suo corpo era qualcosa di cui voleva liberarsi, era stato il luogo della sua tortura, perché mia madre Nadia fu brutalizzata e stuprata due volte: a tredici anni da un uomo, poi da un sistema che l’ha costretta al silenzio, che non le ha consentito di denunciare, perché le ferite sanguinano di più quando non si è creduti. L’uomo che l’ha violentata per anni (…) era con lei mentre le fiamme divoravano il suo corpo, aveva le chiavi di casa.

“Voi non avete nessuna colpa” ripete con forza e poi cita Franca Rame e la violenza subita nel 1973 “l’anno in cui sono nata io” e ricorda che l’attrice:

Cercò salvezza nella musica: “devo stare calma, devo stare calma, mi attacco ai rumori della città, alle parole delle canzoni, devo stare calma” recitava nel suo potente monologo Lo Stupro in cui ripercorreva quel fatto drammatico. Le canzoni che ho citato stasera sono tutte scritte da uomini, tutte. Dunque vedete è possibile trovare le parole giuste, è possibile raccontare l’amore, il rispetto, l’affetto e la cura.

Sono la donna che sono grazie a mia madre e a mia figlia Miral

Io sono diventata la donna che sono per mia madre, e grazia a mia figlia Miral che è lì seduta tra voi. Lo devo a loro, lo dobbiamo a tutte noi (…) e anche agli uomini perbene, all’idea stessa di civiltà, di eguaglianza, all’idea più grande di tutte: quella di libertà.

Che non si chieda mai più a una donna stuprata com’era vestita quella notte

E poi, sempre trattenendo le lacrime, tirando su con il naso:

Sono stata scelta stasera per celebrare la musica e per celebrare le donne. Ma sono qui per parlare delle cose di cui è veramente necessario parlare. Certo, ho messo il migliore vestito e in fondo il senso di tutto ciò è nelle parole giuste, nelle domande giuste. Domani chiedetevi com’erano vestite le conduttrici di Sanremo, chiedetevi pure come era vestita la Jebreal. Che non si chieda mai più a una donna che è stata stuprata com’era vestita quella notte. Che non si chieda mai più.

Mia madre non ce l’ha fatta e così tante donne

Mia madre Nadia ha avuto paura di quella domanda. Mia madre non ce l’ha fatta e così tante donne. Noi non vogliamo più aver paura, non vogliamo più essere vittime, orfane, un accessorio, una quota. Io lo devo a mia madre Nadia, lo dobbiamo alle nostre madri, lo dobbiamo a tutte noi e lo devo anche a me stessa. Lo dobbiamo alle nostre figlie e a quelle bambine, qui e là (…). Noi donne vogliamo essere libere nello spazio, nel tempo, vogliamo essere silenzio, rumore. Vogliamo essere proprio questo: musica.

Lungo applauso, il pubblico è commosso e dopo le parole sofferte, forti, penetranti di Rula Jebreal il cuore è placato e cullato dalla musica di Caruso suonata dall’orchestra e dai versi che ciascuno avrà ripetuto a mente…

Un uomo abbraccia una ragazza
Dopo che aveva pianto
Poi si schiarisce la voce
E ricomincia il canto

 

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