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Si è suicidato il vigile aggredito sui social per aver parcheggiato nel posto dei disabili

CAR, DISABLED, PARK
merrymuuu | Shutterstock
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Il linciaggio sul web è stato l’elemento scatenante? Non è chiaro, ma tutto in questa storia urla il bisogno di un perdono che sia non solo una voce passeggera, ma una compagnia dentro l’esperienza del male quotidiano che facciamo.

Aveva 44 anni il vigile urbano di Palazzolo sull’Oglio (Brescia) che si è suicidato ieri: non sono ancora chiare le ragioni del gesto, ma senz’altro il caso di cronaca di cui era stato progatonista ha inciso sulla sua scelta estrema. Il 24 gennaio scorso era stata pubblicata su Facebook una foto eloquente sul profilo del presidente di zona dell’ANMIC (Associazione Nazionale Mutilati Invalidi Civili): un’auto della Polizia locale di Palazzolo parcheggiata in un posto riservato ai disabili. A commento dell’immagine alcune domande retoriche,

«Erano in servizio?? Corsi universitari??? Sul parcheggio disabili chi non ha diritto si prende una contravvenzione e perde 2 punti dalla patente. A chi vanno tolti???»

che hanno scatenanto un putiferio di insulti e aggressioni verbali al vigile. Il suo errore era talmente evidente che ha chiesto scusa e si è auto-multato e l’Associanzione Invalidi ha riconosciuto il valore di queste scuse. Eppure, qualche giorno dopo, l’uomo si è suicidiato. Il carico emotivo della vicenda appena vissuta forse lo ha logorato; e perciò ora finisce sul banco degli imputati la prassi di consegnare un’ingiustizia al pubblico tribunale dei social. Dalle colonne de Il Quotidiano Michele Brambilla si chiede:

Perché mettere su Facebook la foto della macchina del vigile parcheggiata al posto dei disabili? Non bastava consegnarla al comando della polizia locale e chiedere una sanzione? E perché tanti improvvisati e spietati giudici lì pronti a battere sulla tastiera dei social?

Se si va a spluciare sul web, ogni traccia della gogna mediatica di cui era stato bersaglio il vigile è sparita. Per rispetto, immagino, ma anche perché il rischio è l’innesco della contro-gogna, cioé dell’ira verso le belve da tastiera che potrebbero aver istigato il gesto estremo. Questa dinamica ricorda il famoso cane che tristemente si morde la coda: puntiamo il dito contro qualcuno, poi lo puntiamo contro chi ha puntato il dito.  Siamo una ronda di carcerati – in quanto urlatori seriali di giudizi universali – che fanno il girotondo attorno a una coscienza irrisolta (la propria e quella altrui). L’istinto vomita, e il vomito è sempre sintomo di un malessere. Cos’è che vogliamo sputare fuori quando ci lasciamo andare a quei commenti che sembra così facile esprimere se c’è uno schermo a proteggerci?

Sudare la colpa

La privacy sull’identità del defunto vigile è stretta, e ci mancherebbe. Questo aiuta l’immedesimazione e tiene alla larga il gossip. Si sarà davvero ucciso per colpa di tutti gli insulti ricevuti sul web? La domanda apre questioni che hanno a che fare con l’esperienza di ciascuno di noi, più che con la cronaca sul caso. Il punto doloroso di questa notizia non è semplicemente “il bullismo dei social”, ma una ferita aperta con il tema del perdono, di cui anche l’aggressività che si mostra sui social è un segnale.

Quel vigile urbano aveva chiaramente commesso un errore, e forse molti altri inciampi covavano nel suo intimo. Lo dico pensando a me stessa: quando chiedo scusa ad alta voce per una piccola mancanza o cattiveria, in realtà sto facendo i conti anche con altre mancanze di cui non sono capace di chiedere scusa. Stanno rintanate dentro e logorano; l’uomo non è una creatura candida. Il perdono è l’unica parola che non possiamo darci da soli; e non occorre essere serial killer per ammettere che c’è tanto dentro di noi che urla questo bisogno di perdono.  Nella gestione quotidiana delle faccende, possiamo tenerlo a bada questo grido; ma se improvvisamente l’errore diventa plateale e gridato ai quattro venti e biasimato da cori anonimi ma affilati come coltelli … ecco … la domanda complessiva e sottocutanea può esplodere: «Io sono le mie colpe?». Se nessun interlocutore smentisce con un’autorevolezza spirituale e carnale l’incubo di una macchia incancellabile, allora il suicidio diventa la via terribile per buttare via tutto di sé. Il bambino sparisce insieme all’acqua sporca.

E sono sulla medesima barca anche gli sputasentenze del web, da cui non mi sento poi così aliena. Lo sfogo sulle colpe altrui è un grido neanche troppo mascherato del fastidio che si nutre verso le proprie colpe. È vomitare, espellere quel marcio che non si sa come cambiare, redimere.

Ieri sera non è andata bene a Morgan e Bugo, a Sanremo: la loro canzone è arrivata ultima nelle classifica della giuria demoscopica. Peccato, sono completamente entusiasta del loro pezzo; anche solo per questo verso:

vai in palestra a sudare la colpa

C’è ritratto migliore dell’uomo che vive senza un Dio di misericordia? Come si toglie la colpa senza qualcuno che perdona? E tante volte la vedo, la foga arrabbiata che hanno certi miei compagni di palestra; si esce dal lavoro carichi di tensione e ci si concede qualche ora di esercizi intensi. Sì, per curare il corpo; sì, per il benessere generale; sì, per vanità. Eppure tutto quello sforzo sembra che possa farci sudare via il malessere. Lasciati soli a noi stessi, possiamo solo illuderci che la colpa sia una tossina che si espelle col sudore. Lasciati soli non ci resta che uno sforzo solitario e  indicibile, che si risolve in nulla.

Il grande ribaltamento arriva se la logica dell’esercizio solitario sbatte contro la follia del dono. Si fa davvero poca fatica in un confessionale, quando il cuore è libero di aprirsi. Il perdono arriva come un alito di vento, senza sforzo. Sembra paradossale; perché è una misura che l’uomo accoglie senza penetrarne il fondo. Tutte queste nostre voci che parlano sul web senza un vero interlocutore sono grida che Qualcuno aspetta di ascoltare nell’intimo di un incontro a tu per tu. Tutte le anime che vanno in giro appesantite da zavorre di cui non sanno liberarsi sono figli che un Padre aspetta a casa, per poterli liberare … come faccio io quando tolgo lo zaino dalle spalle a mio figlio all’uscita di scuola.

 

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