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Leila Janah, imprenditrice dei poveri: vivere solo 37 anni può essere “abbastanza”?

leila janah
wikimedia
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Muore di cancro, a 37 anni, la giovane imprenditrice Leila Janah che col suo modello sociale di business e due aziende ha strappato alla povertà circa cinquantamila vite.

Quando la vita ti viene tolta troppo presto, soprattutto se sei una che si chiama Leila Janah e hai aiutato qualcosa come cinquantamila persone a uscire dalla povertà grazie a un nuovo modello di business, quello che resta è un senso di profonda ingiustizia, tanti condizionali, tanti “se”, tanti di quei “chissà cosa avrebbe potuto ancora fare con le sue capacità…” .
Quando però la tua vita, breve o lunga che sia, l’hai spesa ad aiutare il prossimo, a fare del tuo tempo una missione per gli altri, credo che niente vada misurato in “abbastanza”, in ore, giorni. Niente come la storia di questa imprenditrice morta il 24 gennaio scorso per un cancro all’epitelio, ci ricorda che anche del poco che abbiamo possiamo fare tanto, oltre ogni immaginazione, fino a un rapporto di uno a cinquantamila, appunto. Ed è forse l’unico modo che abbiamo davvero per ingannarlo, questo tempo che sarà sempre troppo poco.
Leila Janah lo ha capito fin da subito, che non sarebbe stato facile, ma che doveva crederci fino in fondo a quella “missione” per dare benessere e dignità alle persone che aveva visto vivere in condizioni di miseria assoluta:

La più grande ragione del successo nell’imprenditoria non è l’intelligenza,

spiega in un’intervista nel 2017 riportata da Elle,

Non è nemmeno il genio creativo. È la semplice capacità di non arrenderti quando le cose vanno davvero male.

Un vero esempio di donna “forte”, una che ha scelto di fare l’imprenditrice nel mondo degli uomini, ma che lo ha fatto per vero “dono” agli altri, ai bisognosi. C’è una profonda differenza, per me, tra dedicare la propria vita al lavoro per inseguire un’immagine che a volte neanche ci appartiene o uno status e farlo in modo davvero libero, come missione d’amore per gli altri, che sia per la famiglia che dobbiamo sostenere o per i poveri come Leila. E’ lì che ci doniamo ed è lì che anche il lavoro diventa vocazione, non solo per noi stesse, l’emancipazione, la lotta sessista e l’orgoglio “pink”. E’ uno sguardo verso l’altro, è l’eco di un “sì” per amore di chi ha bisogno di me: la quintessenza dell’essere donna.

Leila, dal primo viaggio in Ghana in cui era andata grazie a una borsa di studio per insegnare inglese a bambini non vedenti, non si era potuta arrendere a quella povertà che aveva toccato con mano e che “opprime le persone”, come l’aveva descritta in una intervista a Hearts on Fire.
Da allora la vita di questa ragazza è stata un riscatto: riscattare sé stessa dal peso di vivere al fianco di tante persone con meno possibilità, prima che con meno beni. Leila non voleva tanto dare aiuti materiali, ma restituire dignità, opportunità per uscire dalla spirale del “bisogno” incessante, del dover dipendere da qualcuno, dagli aiuti, dalla generosità, per poter prendere in mano la propria vita. Aveva capito che solo offrendo un lavoro a queste persone, facendole uscire dall’indigenza con le loro stesse mani, non dando solo compassione, si poteva combattere la povertà. Quella povertà che prima ancora di essere una condizione economica è soprattutto uno stato mentale da sradicare: la mancanza di istruzione, di dignità, prima che di beni.

Credo che la più grande sfida dei prossimi cinquanta anni,

scrive nel suo libro “Give Work”,

sarà quella di creare un lavoro dignitoso per tutti…non attraverso distribuzioni di beni e beneficenza, ma attraverso il mercato del lavoro.

Dopo una laurea ad Harvard ed esperienze nella consulenza e alla Banca Mondiale, nel 2008 fonda la Samasource (dal sanscrito “Sama” che vuol dire “eguale”) per assumere persone in Kenya e dare loro lavoro nel campo della tecnologia: idee, dati, progetti e strumenti poi utilizzati nei campi più vari, dai videogiochi alla meccanica per auto. Il modello di social business aiuta circa cinquantamila persone a uscire dalla povertà, ma Leila non si accontenta: nel 2015 lancia una nuova azienda, Lxmi, che ad oggi è arrivata ad assumere undicimila persone tra Uganda, Benin e India impiegandole nel campo della produzione di creme per uso cosmetico.

Forse sapeva di avere poco tempo, Leila, ma mi piace pensare che invece, questa donna dai tratti e dai colori che ne tradiscono l’origine indiana per parte di papà, nella sua vita avrebbe continuato a spendersi per gli altri, senza fermarsi mai, perché in un mondo con così tanta ingiustizia e disuguaglianza non dovremmo accontentarci di fare solo la nostra “piccola” parte per poi sentirci arrivati e a posto con la coscienza.

Non sottovalutate mai l’effetto a catena di ciò che fate. Questo tipo di azioni hanno rovesciato degli imperi

ha detto durante un TedTalk nel 2018.

Non nascondiamoci dietro agli “abbastanza” o anche ai “non abbastanza” nella vita: corta, lunga, di successo, silenziosa, normale persino, è tutto quello che serve se la riempiamo come ha fatto Leila. Forse non daremo lavoro a migliaia di persone, probabilmente non ne abbiamo le capacità, ma quello che la storia di questa donna ci insegna da quei pochi, pochissimi trentasette anni di vita spesi a fare qualcosa di straordinario, è che la grandezza non è solo una questione di numeri che ti vengono assegnati.

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