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Gesù questo sconosciuto: il suo volto “amico dei deboli”

JESUS IN A CROWD

Public Domain

Don Francesco Cosentino - pubblicato il 04/02/20

Al volto di Dio associamo quasi inconsapevolmente gli aspetti della forza, dell’onnipotenza e della grandezza. Ciò che i Vangeli ci fanno vedere, però, raccontandoci la storia di Gesù, è l’immagine di un Dio che non usa la forza né si ammanta di potere e di gloria, ma, anzi, rivela la sua presenza nell’accostarsi con amicizia e tenerezza all’umanità.

Gesù ci mostra questo tratto di Dio che provoca anche noi e il nostro cristianesimo a superare la tentazione di essere una religione del potere, asservita ai potenti del mondo, o che si confonde con essi per contendersi qualche pezzo di autorità.

Al contrario, il messianismo di Gesù, la sua predicazione, i suoi gesti, ci fanno vedere quanto il grande teologo tedesco Johann Baptist Metz, aveva teorizzato: la religione messianica di Gesù si oppone a quel cristianesimo borghese che è una specie di moda esteriore e che, dietro l’apparente conversione, non si converte affatto, usando Dio solo per i propri bisogni e per la conferma dei propri privilegi. La religione messianica non rimane tranquilla mentre l’uomo e la storia gridano a Dio; al contrario, essa invita alla “sequela pericolosa” di Cristo, che è assumersi il rischio dell’amore, della solidarietà e della compassione verso i deboli e verso chi soffre.

I Vangeli ci fanno vedere che Gesù non è un borghese che se ne sta sdraiato con la pancia piena in una carrozza, passando per le città a dispensare qualche predicozzo morale su come essere bravi davanti a Dio. L’amore che predica è una fiamma che lo divora dentro, lo tiene sveglio dinanzi al dolore del mondo e lo mette in cammino verso i confini dell’esistenza, dove regnano sofferenza, emarginazione e povertà.

Gesù è amico dei più deboli, dei vulnerabili della società, dei disprezzati, di coloro che non contano e che la società del potere e dei privilegi ha condannato a essere senza volto e senza voce: poveri, vedove, lebbrosi, ammalati, peccatori pubblici.


Jesus and the Samaritan woman

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Il ministero di Gesù inizia con un’attenzione speciale verso coloro che sono prigionieri del male; a Cafarnao, entra nella sinagoga e guarisce un uomo posseduto da uno spirito immondo. Alza la voce per sgridare presenza fastidiosa che fa soffrire quest’uomo: “Taci! Esci da lui”. Così, Gesù ci presenta Dio come Colui che vuole liberarci dal male e da ogni prigionia interiore, mettendo a tacere quelle voci, quelle paure e quelle situazioni che a volte si agitano dentro di noi e “non ci lasciano in pace”.

In pochi versetti, subito dopo, il Vangelo di racconta che Gesù rialza la suocera di Pietro dal letto, guarendola dalla febbre e che “Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati” (Mc 1,32-33). È una scena meravigliosa: quando il sole sembra tramontare nel nostro spirito, sulle nostre giornate e nella nostra vita, nella fragilità e nel dolore, nella paura e nel peccato, possiamo presentarci davanti a Dio: non c’è sera, che Egli non possa e non voglia rischiarare.

Mentre percorre la Galilea, subito dopo, Gesù viene fermato da un lebbroso che lo supplica: “Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò” e lo guarì. Un Dio puro e puritano sarebbe scappato, avrebbe evitato il contatto per non contaminarsi, avrebbe dato qualche indicazione sanitaria con i guanti bianchi. Gesù, invece, piange dentro le viscere, ha i crampi allo stomaco, si lascia scuotere dal dolore di quest’uomo; poi stabilisce un contatto con l’ammalato, invece che trattarlo come un mero caso clinico. Si guarisce ogni volta che il dolore è condiviso, è guardato in faccia, è toccato e maneggiato con tenerezza e senza violenza. Dio lo fa con noi, con la nostra lebbra, con tutto ciò che ci fa sentire impuri, sporchi, non altezza di noi stessi e della vita, scartati ed emarginati da certe situazioni o persone.
Poco dopo, quattro persone fanno un buco nel tetto della casa dove si trova Gesù e calano un paralitico sul lettuccio. È una delle immagini più belle del Vangelo. Anche quando la solitudine, l’amarezza, il dolore, e ogni altra ferita della vita hanno creato in noi una barriera, un tetto ermetico che nessuno può scoperchiare, la grazia di Dio – spesso attraverso qualcuno che ci vuol bene come i 4 amici del paralitico – può aprire un varco. A quell’uomo, Gesù dice: Alzati, prendi il tuo lettuccio! Ci sono situazioni, ferite e peccati che ci paralizzano, ci immobilizzano, ci rendono insicuri, ci costringono al palo; Gesù ci lancia la sfida di alzarci dal lettuccio dove la malattia ci costringe o dove per paura ci siamo accomodati e ci invita a credere che possiamo farcela, possiamo stare in piedi, possiamo camminare con le nostre gambe.


jesus.jpg

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Gesù prende le difese delle vedove, che in Israele erano private di ogni diritto e. Si rallegra, quasi commuovendosi, perché i misteri del regno sono nascosti a coloro che si credono sapienti, religiosi e importanti e sono rivelati ai piccoli e ai semplici. Spezza il pane con chi ha fame, disseta la samaritana e tutti coloro che hanno sete, consola il pianto di una madre e le restituisce suo figlio, risorgendolo dalla morte.

Gesù, amico dei vulnerabili ci ricorda che “possiamo entrare nel cuore di Dio solo attraverso le piaghe di Cristo, e sappiamo che Cristo è piagato negli affamati, negli ignoranti, negli scartati, negli anziani, nei malati, nei detenuti, in ogni carne umana vulnerabile” (Papa Francesco).

Guardando alla tenerezza di Gesù verso i più piccoli, i più deboli e i più vulnerabili, possiamo imparare ad accogliere noi stessi e la nostra fragile carne umana senza giudicarci, senza irrigidirci nel perfezionismo e senza scagliare verso noi stessi le pietre violente del moralismo. Ci prendiamo in braccio, come fa Gesù con noi, e guardiamo alla nostra storia ferita con compassione, affidandola alla misericordia di Dio che ci dona la forza di lottare e di cambiare. Possiamo accogliere meglio la parte di noi che sentiamo più vulnerabile e imparare ad accogliere i limiti e i difetti degli altri, le loro povertà e vulnerabilità.
Come Chiesa, possiamo imparare a essere, luogo e spazio di accoglienza di tutte le fragilità umane. Possiamo finalmente uscire da noi stessi e andare verso le periferie dell’esistenza, incontro al dolore, alla sofferenza e alla solitudine, incontrando Cristo nei poveri, nei tossicodipendenti, nelle persone sfruttate e abusate, nei carcerati, nei senza tetto, negli anziani soli. Possiamo essere e diventare, come afferma Papa Francesco, “una chiesa povera per i poveri”.

E guardando a Gesù, scopriamo questo Dio amico dei deboli, che si prende cura della nostra vulnerabilità e ci fa diventare esperti di tenerezza verso le ferite di ogni uomo che incontriamo sul cammino.


PRINCE OF PEACE

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Francesco Cosentino, sacerdote calabrese, è docente di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana e officiale della Congregazione per il clero. Tra le sue pubblicazioni recenti: Immaginare Dio. Provocazioni postmoderne al cristianesimo (Cittadella, 2010); Il Dio in cammino. La rivelazione di Dio tra dono e chiamata (Tau, 2011); Sui sentieri di Dio. Mappe della nuova evangelizzazione (San Paolo, 2012); Incredulità (Cittadella, 2017).

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