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Fantascienza pro-life: vedere la disumanità in noi

ALIEN

DanieleGay | Shutterstock

Russell E. Saltzman - pubblicato il 30/01/20

Due brevi storie arrivano al cuore di quello che significa essere umani, e di come abbiamo perso di vista la preziosità della vita

Entro quattro anni dalla sentenza Roe v. Wade (che ha legalizzato l’aborto negli Stati Uniti, n.d.t.), almeno due scrittori di fantascienza hanno toccato temi pro-life, a favore e con un po’ di audacia.

The Pre-Persons, di Philip K. Dick, è una storia spietatamente schietta, un diretto rimprovero alla Roe v. Wade. La seconda, di Larry Niven, oggi 81enne, ha preso in considerazione in modo obliquo la questione pro-life. Assimilating Our Culture, That’s What They’re Doing è sconvolgente per gli schizzinosi, ma implica un uso utile dei cloni parziali e tonnellate di denaro da parte delle Nazioni Unite.

Una delle cose che amo di più della fantascienza è il modo in cui esplora l’aspetto umano negli alieni. Gli alieni sono proiezioni di noi, e quindi quando leggiamo delle storie su di loro in realtà non stiamo leggendo degli alieni; non ne conosciamo personalmente nessuno, e quindi è tutto lasciato alla nostra immaginazione. Quello che leggiamo riguarda quindi noi stessi. Scrivendo qui su Aleteia, l’ho presentata in questo modo:

“Non incontrandoli davvero [gli alieni], diventano inevitabilmente la nostra proiezione di noi stessi. Siamo sempre alla ricerca di tracce di noi, di ciò che è umano, e ‘ci’ ritroviamo da qualche parte nell”altro’”.

Quando proiettiamo l’Altro, in genere usiamo il nostro concetto più alto di umanità, ma spesso anche qualcosa di meno nobile, qualcosa di noi, in noi, di disumano.

Due storie speculari: la prima si interroga sul valore della vita umana per una razza aliena, la seconda sulla personalità e l’alienazione dell’umano dall’umano.




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(1) La fantascienza è piena di alieni assetati di sangue, ma se i presunti alieni arrivassero con la mano (di qualunque tipo sia) tesa, un sorriso amichevole, un bel vestito, offerte economiche vantaggiose e promettendo tecnologie all’avanguardia per la Terra? Pensate a un’invasione aliena in stile Wall Street.

È questa la premessa della breve storia di Larry Niven Assimilating Our Culture, That’s What They’re Doing, pubblicata quattro anni dopo la sentenza Roe v. Wade.

Quello che gli alieni, noti come Gligstith(click)optok (chiamiamoli Gligs) volevano in cambio di tutto il denaro e la tecnologia che potevano offrire erano campioni di DNA.

Ogni ambasciatore della Terra si sottopone con riluttanza a un prelievo di un campione di saliva, poi firma un nulla osta e torna a casa ricco. Semplice.

L’assimilazione di cui parla il titolo si ritrova anche in The Draco Tavern, una raccolta di brevi storie che riferiscono le interazioni tra Terra e alieni in un bar siberiano. La storia è ambientata in Siberia, per scoraggiare i turisti che passassero di lì per caso e offrire agli alieni un po’ di privacy.

È la richiesta di DNA, e i loro progetti di usarlo, a inquietare gli emissari terrestri, se non la trovano moralmente ripugnante. I Glig vogliono clonare parti di corpi umani; non tutto un essere umano, solo le parti più gustose. Incidentalmente, i Glig hanno grandi mani con dita allungate e bocche ampissime con denti simili a quelli di uno squalo. È questo che nota per primo un essere umano incontrando un Glig.

I Glig vogliono dalla Terra la stessa cosa che cercavano in altre specie basate sul DNA. Sono degli epicurei, buongustai interstellari, gourmet alla ricerca di cibi esotici e che vogliono commerciare il loro know-how tecnologico.

Sono una specie civilizzata e sensibile, che offre quello che ritengono un buon affare. Produrrebbero solo le parti umane più richieste nei ristoranti Glig.

Gli ambasciatori terrestri sono scioccati, disgustati, e rifiutano la proposta, ma i Glig sottolineano ragionevolmente che se non firmano ci sarebbero sicuramente edizioni “pirata” del DNA nella terra dei Glig. Si aspettano davvero che le Nazioni Unite e tutta la Terra si perdano tecnologia e benefici? E allora gli ambasciatori firmano. Uno di loro è così ferito a livello morale da quello che è stato costretto a fare da suicidarsi mentre torna a casa.

In fondo, però, i Glig volevano lo stesso delle bestie terrificanti de La Guerra dei Mondi di H.G. Wells, ovvero carne e sangue umani. I Glig la ritenevano un’esperienza culinaria sublime. I disperati marziani creati da Wells vedevano gli umani come una fonte di cibo necessaria. La differenza era l’elemento commerciale.

(2) Philip K. Dick è morto nel 1982 dopo una vita turbolenta con cinque mogli e tre figli. I suoi scritti affrontano soprattutto la fragilità interiore della realtà. Cosa rende tale una persona, e quando e come lo saprà? La fantascienza, ha detto più di un critico, si divide in due ere, prima di Dick e dopo di lui.

The Pre-Persons, una breve storia pubblicata nel 1974, è il suo rimprovero alla Roe v. Wade. Egli immagina gli Stati Uniti come un luogo in cui uccidere i bambini è legale fino a 13 anni. È proibito solo se il bambino dimostra di aver acquisito un’anima. Niente anima, niente persona umana.

Le prove di aver ottenuto un’anima, per atto del Congresso, vengono rivelate dalla capacità del bambino di risolvere semplici calcoli algebrici, verso i 12 anni. I camion abortivi perlustrano le strade cercando bambini abbandonati; i bambini senza documento d’identità che mostrano di avere sia l’anima che abilità algebriche vengono portati via.




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La legge ha incontrato poche proteste, ma tra quelli che protestano c’è un laureato di Stanford il cui figlio è stato preso. Ha un’esca da buttare. Si presenta a un abortista chiedendo la propria morte. Dichiara di aver dimenticato tutta la matematica, di non riuscire più a fare algebra, e quindi sostiene di aver perso l’anima.

Ovviamente si tratta di una storia di pura fantasia. Tutte le storie di Dick lo sono, e quindi se non plausibili non sembrano più del tutto assurde. 12 anni come spartiacque per l’aborto non è meno assurdo di “in qualunque momento della gravidanza”. Dick affermava che le “pre-persone” gli sono costate alcuni amici e gli hanno fatto guadagnare dei nemici. È possibile, ma allora anche la paranoia, reale o indotta, è stata una dei suoi temi.

La repulsione morale dei caratteri fittizi degli anni Settanta delineati da Dick e Niven mi sembra oggi purtroppo antiquata. Se si trattava di storie ammonitrici, non hanno ammonito nessuno. Quello di cui hanno scritto questi futuristi oggi non infastidisce quasi nessuno.

Immagazziniamo parti di bambini non nati (qualcosa di simile al vitello, se siete un Glig) e si vendono a scopo di oscura ricerca. Si trafficano i bambini non nati. Un bambino abortito è un affare commerciale. La procedura stessa ripaga, e il residuo, i pezzetti che genera un bambino, anche. Decidere che il bambino non nato non abbia un’anima, o non al punto da contare, non è molto diverso dall’eliminazione fittizia di 13enni che non sanno l’algebra. Questo ovviamente era il punto di vista di Dick, e la tempistica non conta.




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Quando sono apparse le due storie, la legalizzazione dell’aborto era ancora piuttosto recente, e la maggior parte di noi non ci si era ancora abituata. C’era ancora un po’ di spazio per lo sdegno, la tristezza e il disgusto. Ora, mezzo secolo dopo, c’è almeno un filosofo che sostiene l’infanticidio, e in Olanda anche i bambini di 12 anni vengono sottoposto all’eutanasia pediatrica.

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