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«Perdere la vista non è perdere la vita». Un imprenditore lo testimonia

Didier Roche

Olivier Merzoug photographer

Thérèse Paré - pubblicato il 28/01/20

Diventato cieco all’età di 6 anni, Didier Roche intraprende, riesce, talvolta fallisce. Conserva però “la rabbia nel cuore” e ogni giorno scopre un senso al suo handicap. Ritratto di un uomo che ha scelto la vita piuttosto che la morte e l’ha raccontato ad Aleteia.

L’ultima immagine che ha visto è una bocca di cannone in primo piano e il viso infantile di suo fratello, di quattro anni più grande di lui, in secondo piano. Dietro questo quadro, il tragico incidente in famiglia: uno sciocco scherzo infantile che ha comportato l’accecamento del fratello. Ma «perdere la vista – sottolinea il fratello accecato – non è perdere la vita». Il bambino di 6 anni doveva continuare a studiare. Sono rare le scuole che ammettono tra gli alunni i ciechi, e allora il piccolo ha dovuto lasciare il nido domestico per un convitto. Lì, ogni riferimento andava costruito dal nulla, il bimbo è affidato a sé stesso. La sua sopravvivenza dipende essenzialmente da due elementi che lo avrebbero animato a lungo: la noncuranza e la voglia di vivere. I più grandi lo ammiravano per quel candore di cui, ormai grande, Didier Roche dà questa definizione: «È quella magia di voler perdurare nella gioia di vivere». Essa fu per lui uno scudo interiore contro l’aggressività del mondo. Un ometto con tanta voglia di vivere.

Poeticamente, Didier Roche si descrive: «Strada facendo, il bimbo un pizzico ribelle, amante della vita e che rifiutava il fatalismo». Questo dinamismo gli avrebbe permesso di costruire delle relazioni formidabili. Didier si ricorda:

La mia voglia di riuscire, il mio modo di amare la vita raccoglieva attorno a me un sacco di persone che venivano a trarre ispirazione da quell’energia, dalla gioia di vivere che avevo in me.

Dopo il convitto e il liceo, Didier consegue un diploma professionale da informatico e un titolo in Intelligenza Artificiale. Le sue qualità, unite a incontri con persone eccezionali, pronte a lasciarsi sorprendere dalle differenze, lo fecero assurgere a livelli di eccellenza in tali àmbiti. Sarebbe poi arrivato il momento in cui gli si sarebbe aperto il mercato del lavoro: l’amore che ha per la propria vita gli avrebbe dato accesso alla resilienza e alla realizzazione professionale.

Dalla riuscita personale all’accompagnamento

Da giovane uomo Didier prendeva iniziative, inventava, modellava: è un tipo «determinato, un poco leader nell’anima». In seno alla sua scuola, erige un’orchestra. A 23 anni s’impegna nel mondo associativo. Amato e cercato per la su originalità, diventa segretario generale, amministratore, fondatore o co-fondatore di alcune associazioni (una delle quali si occupa a partire dal 1993 di calcio per ipovedenti: oggi esistono campionati di settore!). Sul versante imprenditoriale, la sua prima ditta – Itak – gli avrebbe permesso di comprendere che fare tutto da soli non serve a niente. «Nella condivisione avviene qualcosa di forte: la riuscita di tutti». E allora comincia a fare scouting e scopre il suo talento nell’accompagnare persone. Poco a poco, nei fallimenti come nei successi, il suo percorso di vita gli suscita competenze e talenti, forse anche una missione: quella di diventare una voce per gli ipovedenti, una passerella tra i vedenti e i ciechi, un promotore non di una causa specifica ma della diversità in senso lato e nella sua bellezza, nonché un difensore della semplicità e della sorpresa.

E la sorpresa la si scopre cenando nei ristoranti “Dans le noir” [Al buio, N.d.T.]. Nel 2004 Didier Roche ha l’occasione, con tre amici, di industrializzare una cosa che faceva nel settore associativo – le cene al buio, un’esperienza sensoriale differente. «Non esiste il caso, la vita è piena di appuntamenti»: poiché l’associazione era deficitaria, hanno proposto loro di trasformarla in un luogo permanente – è stata la manna.

La differenza: il sano equilibrio per il bene di una società

Un’altra manna per il mondo è la differenza. Per Didier Roche, «la diversità conduce all’unione del tutto. E se qualcuno sta male il tutto è squilibrato». Si tratta allora di accettare la differenza dell’altro, ma anche la propria. L’accettazione necessità una decisione previa, e questa conduce Didier Roche ad assumersi dei rischi, a fare scelte, ad esporsi. Esporsi senza scopo è vano, mentre Didier confida felicemente: «In un momento, ho compreso il senso della mia vita». Questa comprensione fu seguita da una scelta, quella per la vita o per la morte, secondo quanto sta scritto nel Deuteronomio: «Vedi, metto oggi davanti a te la vita e la morte, il bene e il male». Didier ha fatto una scelta:

Se piangere sulla propria sorte è facile e confortante, comprenderne il senso è la cosa più interessante. Me ne sarei potuto restare per fatti miei a piangermi addosso, e così sarei morto infelice, ma preferisco puntare alla stelle.

“Puntare alle stelle” non è cosa che si faccia senza abnegazione, senza sacrifici, come precisa Didier. Quando l’accettazione dell’altro diventa difficile, esistono strumenti come lo humour. Didier e i suoi due figli lo vivono ogni giorno:

Oggi i miei bambini sono fieri di me. Fierezza per loro quando sono fuori e humour per noi quando siamo a casa. Una casa piena di tanto amore.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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