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Sopravvissuto ai campi di prigionia nazisti: “Facevamo la comunione con una scheggia d’ostia”

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Giampaolo e la moglie. Screenshot-da www.avvenire.it_.jpg

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 28/01/20

Giampaolo Baschetti racconta la terribile prigionia nei campi nazisti. Ma nonostante ciò riuscì a fondare una sezione dell'Azione Cattolica

Una storia di «ordinaria felicità», la si potrebbe definire, che ha raggiunto traguardi straordinari. Cento anni lei, 100 lui (che compiranno a pochi mesi di distanza, a luglio e in ottobre) e 67 anni di matrimonio da festeggiare quest’anno, ancora insieme. Con una forza e uno spirito che nascono, anche, da una fede provata anche da due anni passati nei campi di prigionia per i militari italiani nella Germania e nella Polonia naziste.

A raccontare questa storia è Avvenire (27 gennaio). I protagonisti sono Giampaolo Baschetti e sua moglie Marcella vivono a Faenza, provincia di Ravenna e, a stare ad ascoltarli, in realtà viene il sospetto che ogni giorno per loro sia una vera festa.

KZ Auschwitz, Einfahrt
Bundesarchiv/Wikipedia | CC BY-SA 3.0 de

Gioventù Italiana di Azione Cattolica

Giampaolo, poco più che ventenne, dovette interrompere gli studi universitari di Chimica perché venne arruolato nell’esercito di leva e, con l’8 settembre, fu arrestato e spedito nei campi di prigionia per gli “Imi”, internati militari italiani.

L’ormai centenario racconta la sua esperienza che racconta nel capitolo “Azione Cattolica nei lager” del volume “Dai fronti di guerra” di Arturo Frontali. Nei campi nazisti, grazie alla presenza di don Mario Besnate (faentino pure lui) Baschetti diede vita, con alcuni compagni, ad una sezione della Giac, la “Gioventù italiana di Azione Cattolica”. Il cibo scarseggiava ma bisognava nutrirsi di speranza e di fede. «A volte – ricorda – si faceva la Comunione con una scheggia di ostia, ma quella bastava».


NAZISTI LAGER EBREI

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Dalla zia alla pleurite

Per fortuna, nella vita del sopravvissuto ai campi di prigionia nazisti, si sono susseguite una serie di coincidenze “fortunate”. Come quella di aver incontrato Marcella, nel negozio di tabacchi di famiglia, proprio il giorno in cui torna dal fronte, nel ’45, o il voto di sua zia Ines, che offrì la sua vita per la sua liberazione (e avvenne proprio nei giorni in cui lei morì) o ancora quell’ultimo trasferimento ad un altro campo di prigionia, quasi impossibile da affrontare per lui malato di pleurite, e che viene annullato dalla liberazione da parte degli Alleati.




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