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L’arte di Benjamin e Joe svela i superpoteri dei bambini “problematici” (VIDEO)

CUBE KID
Cube Kid | YouTube
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Benjamin è dislessico, ma risolve il cubo di Rubik in un secondo e ha fatto un gigante ritratto pixel di John Cena con 750 cubi. Joe continuava a disegnare ovunque e a mettersi nei guai a scuola: oggi i suoi doodle decorano la parete di un ristorante! Due bambini ci ricordano che sì, siamo più dei nostri “problemi”.

Bambini “con” problemi o bambini problematici: certo, perché l’accento, prima di tutto, lo poniamo sempre su ciò che è la normalità dal nostro (limitato) punto di vista. Poi viene il fatto che sono bambini, che hanno interessi, una vita felice magari, hanno costretto i genitori a portarli al cinema a vedere l’ultimo di “Me contro te” e vogliono la sorpresa dell’Happy Meal esattamente come tutti gli altri, ma spesso, è il loro problema a definirli come prima cosa.

Quel “problematico” detto a bassa voce, nei corridoi delle scuole, sussurrato a mezza bocca all’assemblea dei genitori ci mette subito in allerta, ammettiamolo. Perché anche se siamo gente che non discrimina nessuno, ci mancherebbe, quell’etichetta generica-che-più-generica-non-si-può, dietro alla quale può celarsi un handicap, una situazione familiare difficile o anche solo un comportamento fuori dalla media, meglio tenerla presente, soprattutto quando si tratta di “con chi sta di banco” il nostro pargolo.
Sapere quanti bambini “diversi” ci sono in classe con nostro figlio, quello normale, spesso è più importante che informarci su come potrebbe aiutarli, quei compagni, interagire con loro, sapere se li ha invitati alla festa di compleanno, quante volte a mensa ci si mette seduto accanto, se in palestra li sceglie per formare la squadra di calcio, almeno qualche volta.

Benjamin e Joe, entrambe nove anni, canadese uno, inglese l’altro, hanno dimostrato che spesso è solo questione di dare spazio e modo anche a loro (i problematici) di esprimersi; seppur in modo diverso dagli altri, ma non meno eccezionale, come dimostrano i risultati! Il fatto è che spesso sbagliamo i termini di paragone: le capacità di questi due bambini possono non essere le stesse dei compagni nel leggere, scrivere o stare concentrati, ma superarle in altri campi, se gli viene data la possibilità di farlo.

Benjamin: il wrestler del Cubo di Rubick!

La dislessia non è la mia disabilità, ma il mio superpotere

c’è scritto nero su bianco nel cartello che Benjamin tiene in mano nel video diventato virale sul web in cui, con uno speed motion, mostra l’opera d’arte fatta in sole cinque ore di lavoro.

Il ritratto pixel della star WWE; John Cena con settecentocinquanta facce del Cubo di Rubik ognuna coi quadretti perfettamente allineati sui giusti pixel-colore. Chiunque abbia provato almeno una volta nella vita a risolvere il rompicapo sa che non è per niente una passeggiata, non senza quella percezione dello spazio su cui può contare un dislessico come Benjamin e che gli permette di memorizzare pattern e riprodurli sulla faccia del cubo in pochi secondi. Ancora oggi, molti vedono la dislessia come la malattia che in realtà non è: è una disabilità, ma non c’è una cura,

è la persona che cambia, che diventa nel tempo più consapevole delle proprie abilità e può imparare a gestire in maniera diversa questa caratteristica. E quanto più le persone che ha intorno la sosterranno, tanto più produttivo diventerà il suo percorso,

si legge sul blog del portale “W la dislessia”.

Joe: non è tutto (un doodle) bianco o nero

Finiva sempre nei guai, il piccolo Joe Whale, perché durante le lezioni, aveva degli improvvisi “attacchi d’arte” che lo portavano a distrarsi e disegnare. Chi ha riconosciuto in quell’arte spontanea e straripante il vero talento del piccolo è stato l’insegnante del corso di disegno pomeridiano a cui i genitori lo avevano iscritto per aiutarlo e permettergli di avere un luogo in cui esprimersi (e dove non venisse richiamato per questo). Racconta il padre come riportato su Elledecor:

A scuola era frustrato per la poca libertà espressiva che gli era concessa, quindi scarabocchiava sulla lavagna, sui tavoli, sui quaderni e su qualsiasi superficie avesse a disposizione. Per questo abbiamo deciso di iscriverlo a un corso di arte. Alcune settimane dopo, la sua insegnante ha chiesto se poteva pubblicare il suo lavoro su Instagram affinché tutti potessero vederlo e poco dopo abbiamo ricevuto la telefonata del ristorante.

Eh sì, perché proprio il talento che lo metteva nei guai a scuola è ora diventato il lavoro di questo piccolo artista! Il ristorante di Shrewsbury, Number 4, ha ingaggiato il “Doodle Boy”, come si fa chiamare sui profili social dove condivide la sua arte, per decorare una intera parete nella sala da pranzo principale. Ogni giorno, due ore dopo la scuola per un totale di dodici, un pennarello nero e una parete bianca dove raccontare e raccontarsi (perché Joe ha lasciato anche un suo autoritratto doodle, come un Leonardo che si rispetti!). Un murales per dire che la vita non è sempre tutta solo bianco o nero: sono colori tristi solo se non sai sfruttarli bene e non riesci a vedere oltre quel “problema”. Ci voleva il piccolo Joe e la forza della sua famiglia che ha sempre creduto in lui, per spiegarci come!

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