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Non mi piaccio. Come posso riuscire ad amarmi?

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Dima Aslanian | Shutterstock

padre Carlos Padilla - pubblicato il 20/01/20

Le ferite all'origine della mancanza di autostima restano troppo spesso nascoste, ma c'è qualcosa – qualcuno – che può curarle

Spesso non mi sento scelto, eletto. Sono altri a valere, ad avere dei meriti. Altri che vale la pena di salvare e nobilitare. Altri, non io.

Può essere che i miei complessi di inferiorità derivino da questo. Ho guardato altri e li ho visti più capaci. E mi sono visto piccolo, insignificante, povero e senza valore. Mi sono sentito troppo miserabile.

So che molte delle mie paure e delle mie insicurezze si nascondono nel profondo della mia memoria. Nel profondo dell’anima. Nelle ferite passate che non ricordo.

E in quelle ferite, in quella rottura dell’anima, sento di non essere degno. Una sensazione che non mi viene tolta dagli applausi o dai riconoscimenti che cercano di placare la mia sete d’amore.

Ho toccato tante volte quella stessa ferita… In me, in molti di quelli che arrivano cercando misericordia. Ho visto ferite profonde e superficiali. Piene di pus, coperte di croste senza essere arrivate a guarire alla radice.

E in ogni grido violento, in ogni lamentela amara, ho visto una ferita nascosta. Perfino ignorata. Sconosciuta per la scarsa capacità di introspezione che ha l’uomo.

Quella ferita deriva dal fatto di non essersi sentiti amati in un grido di bambino che viene al mondo. In modo incomprensibile, ci portiamo dietro una zavorra difficile da eliminare. Il peso di un mondo che non ci riconosce, che non ci ama.

Con quanti “Mi piace” e grida di sostegno si soddisfa la mia anima ferita? Una catena interminabile di ricerche malate e disperate volendo sentire un grido attraverso le nubi:

“Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”.

Sono parole che la Bibbia mette in bocca a Dio stesso, che si è manifestato nel Giordano quando Gesù è stato battezzato. E allora si è rivelato il mistero che nasconde la carne mortale. Sono diventate vita le parole di Isaia:

“Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Proclamerà il diritto con fermezza; non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra; e per la sua dottrina saranno in attesa le isole. (…) ‘Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre’”.

Il Messia, il salvatore, quello che deve cambiare il mondo. Il potere nascosto nelle tenebre. È l’eletto, colui che Dio sostiene. Nel Giordano si manifesta l’amore di Dio. Gesù, l’eletto, l’amato:

“Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”.

Dio si compiace in Lui. Un uomo tra gli uomini. Scelto, colui che Dio sostiene. Un uomo che non griderà né alzerà il tono. Non porrà fine a chi vacilla. Non ferirà il debole. Salverà i giusti. Riscatterà chi muore.

Queste parole mi colpiscono. Una scelta. L’amore che sceglie.

Cosa avrà provato nel cuore Gesù prima di arrivare al Giordano? Non posso mettermi nei suoi panni. Era uomo, era Dio. E Maria lo avrà amato con tutta l’anima, e anche Giuseppe. Non aveva sulla pelle la ferita del peccato. Gesù avrà assaporato l’amore in famiglia. Una scelta.

Credere nell’amore

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magdiel-lacoquis/pixabay

E nonostante questo corro il rischio di non credere alle parole. Se le porta via il vento. Molto amato ma dimenticato. Molta compiacenza e disprezzo. Non credo alla bontà dell’amore incondizionato che non scompare mai dalla mia vita.

Come si può placare la sete che suppura nella mia carne ferita? Il grido del mio cuore che cerca Dio. Un Dio che mi ami come sono, non come dovrei essere.

Un Dio che non si aspetti da me un comportamento perfetto, e semplicemente mi copra con il suo manto di tenerezza e mi sussurri all’orecchio parole di speranza.

Se sono davvero amato da qualcuno, cosa posso temere? Nulla è forte quanto l’amore. Nulla risana tanto quanto un abbraccio. Nulla è insondabile come un “Ti voglio bene” detto con le parole, con i gesti, con i fatti.

Il suo amore è capace di suturare e curare le ferite più brutte. Quelle provocate da disprezzo e odio. Quell’amore per un momento mi fa sentire degno.

Non dimenticare l’amore

Quelle parole che ascolta Gesù mi commuovono. È il Figlio amato, prediletto. Come non intraprendere la corsa definitiva dopo quella certezza?

I grandi santi hanno iniziato il loro cammino di santità nel momento in cui si sono sentiti amati. Queste parole di padre Kentenich mi risuonano oggi nel cuore.

Ho voluto correre verso la santità essendo giusto, equanime, vero, fedele. Stringendo i denti. Dimenticando l’amore. Senza l’amore al primo posto. Come posso percorrere strade impossibili?

Mi piace pensare a quell’amore incondizionato che Dio ha per me. Santa Teresina si sentiva molto piccola e bisognosa dell’amore di Dio:

“L’uccellino si volge verso il Sole amato, presenta ai raggi benefici le alucce bagnate, geme come la rondine, e con un canto dolce racconta tutti i particolari della sua infedeltà, pensando nel suo abbandono temerario di acquistare così maggior diritto, attirare più pienamente l’amore di Colui che non è venuto a chiamare i giusti, bensì i peccatori”.

Mi sento piccolo come questa santa. Piccolo e infedele, peccatore. E nella mia impotenza sono convinto dello sguardo pieno di bontà di Dio su di me. Non lo dimentico.

So che la sua misericordia è infinita, e che conosce la goffaggine della mia anima, la mia scarsa profondità, le mie incoerenze, le mie banalità. Ha toccato il mio tradimento. Ha accarezzato le mie cadute. E sa che l’unica cosa che può risollevarmi è la sua voce.

Sono il suo figlio amato, il suo prediletto. Ci credo e confido.

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