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L’itinerario spirituale dei Beatles

THE BEATLES
Shutterstock | Michele Paccione
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Successi e fallimenti, e qualche riflessione anche per la nostra epoca

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È comune che le manifestazioni artistiche siano un riflesso dell’epoca in cui si sviluppano, e se l’opera artistica è rilevante – per la qualità, la creatività o il successo (o tutti e tre i fattori, come in questo caso) – gli artisti saranno non solo il prodotto del loro tempo, ma anche i “gestori” di determinati costumi e di certe cosmovisioni.

I Beatles, forse il gruppo rock di maggior successo nella storia e per molti “la band più grande di tutti i tempi”, hanno entrambe le caratteristiche. I musicisti britannici sono stati frutto e al contempo promotori della controcultura degli anni Sessanta, con le sue inquietudini intellettuali, esistenziali e sociali in tono di rifiuto nei confronti delle risposte tradizionali e con la fiducia nel fatto che la loro ricerca rinnovata avrebbe permesso di avvicinarsi a quel mondo migliore sempre promesso e mai raggiunto.

L’itinerario dell’opera Beatle, dai pezzi più semplici e adolescenziali alle opere più liriche e musicalmente elaborate, come anche la vita personale dei Fabulous Four, ci permette di comprendere questo tentativo, con i suoi successi e i suoi fallimenti, e lascia spazio ad alcune riflessioni valide anche per la nostra epoca.

In questa sede, vorremmo ripercorrere brevemente l’itinerario spirituale dei ragazzi di Liverpool, non solo perché sono stati grandi rock star, ma anche perché sono stati forse le prime stelle di questo tipo che la gioventù dell’epoca ascoltava e seguiva non solo a livello musicale, ma anche di idee e opinioni.

Il più famoso era forse John Lennon, che ha avuto intenzioni sempre maggiori di manifestare e diffondere la propria visione politica, religiosa e filosofica.

Figlio di padre irlandese, con cui aveva perso i contatti in tenera età, frequentava la chiesa di St. Peter a Woolton, caratterizzata da un certo moralismo formalista. Ce lo portava la zia Mimi, che si prendeva cura di lui (la madre era stata uccisa da un guidatore ubriaco), preoccupata per la correzione e la decenza derivanti dal fatto di appartenere alla classe media “religiosa”.

John assisteva agli incontri giovanili della chiesa, anche se le sue ragioni erano più sociali che autenticamente religiose. I sermoni noiosi e dalla scarsa vitalità spirituale gli fecero sperimentare che “in chiesa non accadeva nulla… niente ci toccava”, come ricordava anni dopo.

Nell’adolescenza si “convertì” al rock and roll, con una speciale “adorazione” per Elvis Presley. Sguì una reazione di ribellione, anche aggressiva, nei confronti di Cristo e della Chiesa, con atti blasfemi di vario tipo.

Il suo atteggiamento contestatore si attenuò col passare del tempo, e la sua inquietudine religiosa cercò nuove direzioni, interessandosi alla meditazione induista (“La meditazione trascendentale non è opposta ad alcuna religione…”, consolava per lettera una fan cristiana preoccupata), anche se rimase sempre affascinato dal personaggio di Gesù, non concepito però come Dio fatto uomo.

Nel 1968 dichiarò: “Tutti siamo Gesù e tutti siamo Dio. (…) Gesù non era Dio venuto sulla terra più di qualsiasi altra persona, ma un migliore esempio di una brava persona”.

Le sue esperienze con l’LSD lo indussero a una reinterpretazione dell’idea del “regno dentro di te”. Nella sua ricerca sembra essersi inclinato verso un certo sincretismo religioso (“Tutte le religioni sono lo stesso in tutto l’universo”) di taglio immanentista.

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