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Vietato l’ingresso ai bambini maleducati. E a quelli vivaci?

COLLAGE, CHILDREN, EATING
Shutterstock
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Il titolare di una pizzeria di Sondrio ha esposto un avviso in cui vieta l’ingresso ai bambini maleducati. Giusto? Sì, però, quali sono i bambini educati, quelli che stanno sempre zitti e buoni? Se è così c’è un problema.

Stanno seduti e attenti a scuola 5 ore al giorno; a messa devono stare seduti e silenziosi; in un ristorante devono mangiare composti e senza gridare. I bambini vanno tenuti al guinzaglio in pubblico? E a chi borbotta che per farli sfogare ci sono i parchi, rispondo che anche per giocare nei parchi pubblici oggi ci sono le regole. L’infanzia è il tempo della sacrosanta esuberanza, eppure in diversi contesti si manifesta una forte insofferenza alla presenza tumultuosa dei piccoli e un recente fatto di cronaca mi ha fatto mettere a fuoco meglio il perché: certa maleducazione esagerata dei bambini grida un bisogno di relazione, a cui ci basta rispondere con degli schemi. Ma partiamo dalla cronaca.

Imbavagliati

Sta facendo discutere, anche se non è il primo caso, la provocazione di una pizzeria in provincia di Sondrio il cui titolare, il 24 enne Gabriele Berbenni, ha affisso all’ingresso del suo locale un avviso per impedire l’ingresso ai bambini maleducati:

Avviso a tutti i genitori, lasciate a casa i bambini maleducati, provate ad educarli, nel caso non vi fosse possibile cambiate ristorante o restatevene a casa. Ci riserviamo il diritto di prenderli in cucina a lavare i piatti con tanto di nastro adesivo sulla bocca. Firmato: L’uomo nero. (da Corriere)

Per quanto scherzoso possa essere il tono, l’immagine di un bambino col nastro adesivo sulla bocca mi turba. Cosa si vuole imbavagliare? Certo, tutti abbiamo assistito a scene davvero tremende nei locali pubblici: bambini fuori controllo che provocatoriamente compiono gesti irrispettosi. Il pizzaiolo si lamentava di piccoli che correvano su e giù per le sale, giocavano a nascondino nei bagni, stavano in piedi sulle sedie. Mi auguro però che nessuno si aspetti che un bambino stia immobile per più di un’ora seduto a un tavolo e sia capace di mantenere un tono di voce che non superi il sussurrato. C’è un abisso tra un bambino che rovescia apposta le stoviglie dai tavoli e un bambino che ride di cuore. Insomma, bisogna intendersi sul significato di maleducati. Ed è chiaro che il discorso si sposta dall’infante ai suoi genitori. Tutta l’urlante sregolatezza di certi bambini manifesta una carenza grave nel mondo degli adulti. Ma non è l’unico orizzonte: il discorso si sposta anche sul tipo di ritrosia che la società sempre più spesso manifesta verso ciò che sfugge, anche benedettamente, dagli schemi.

Riassumo la mia perplessità in forma paradossale: anche dei bambini seduti e zitti al tavolo di un ristorante con gli occhi fissi su uno smartphone sono mal-educati (forse sono addirittura più mal-educati del bambino che gioca a nascondino in bagno). Perché ho il sospetto che quel pizzaiolo non caccerebbe loro e la famiglia dal suo locale? Eppure io lo stimerei moltissimo, in quel caso.

© Alina R / Shutterstock

Queste uscite sul problema della maleducazione nei luoghi pubblici manifestano un vero interesse per il bisogno di educazione o sono solo la richiesta che il cliente piccolo si omologhi all’inquadramento del cliente grande? Il nostro grosso pericolo è che, essendo diventati un popolo che ha dimenticato cos’è l’educazione, si rischi di ridurla a un codice di comportamento. E non c’è nulla di più dannoso per la società.

Vivaci, cioè educati

I ristoranti a volte mi sembrano posti strani, si mangia assieme eppure ciascun gruppo per conto suo. Per carità, non voglio rompere le scatole alla coppia che si concede una cena romantica! Dico solo che è strano ignorarsi a vicenda mentre si condivide una cosa così intima e semplice come il cibo. La tavola è davvero sinonimo di compagnia, ma il vero plus di un locale chic è che ti permette di avere tutta la privacy che desideri. E ci mancherebbe. Però io benedico anche la chiacchiera spontanea con lo sconosciuto del tavolo accanto. A volte ci sono costretta perché ho una figlia estroversa che non si trattiene dal chiedere a chi incontra: “Tu chi sei?”. Sono nati incontri meravigliosi. Sono una madre che non ha educato bene sua figlia se le permetto di continuare a fare questo? Non credo. La vivacità è agli antipodi della maleducazione. E lo scopo dell’educazione è nutrire la sacra vivacità del bambino, perché molto spesso la maleducazione è frutto di questa mancanza. Il pericolo è che, avendo scambiato l’educazione per un codice di comportamento, ci venga imposto di sopprimere la vivacità per impedire la maleducazione.

Io sarei pronta a dire che Mary Poppins aveva educato davvero bene i bambini Banks, alla luce del putiferio che Jane e Micheal combinarono nell’ordinatissima Banca inglese. Perché educazione non è sinonimo solo di buone maniere, ma anche di coraggio. L’educazione vera non placa un’anima, la accende meglio. E c’è talvolta una specie di coraggio un po’ ruvido e maleducato che noi adulti dovremmo imparare dai bambini per non lasciarci spegnere il cervello e il cuore. E l’ordine e la compostezza non sono sempre il segno di una cosa buona.

Cambio contesto, e mi tuffo nel regno vegetale: il glicine è una pianta fin troppo esuberante. Lasciata a se stessa è capace di crescere smisuratamente, sgretolando muri, invadendo completamente altre piante, non avendo alcun freno nel coprire tutto ciò a cui può aggrapparsi. E’ maleducata. Ma quando il giardiniere la educa (la pota e la fissa ai supporti perché cresca senza sregolatezza) il risultato non è una pianta avvizzita, anzi riesce a essere persino più rigogliosa di fiori. Fuor di metafora: l’obiettivo dell’educazione non è un bambino mansueto perché messo a tacere da un comando imperativo. La regola non è un’imposizione ma un incoraggiamento; le regole che una vera educazione dà nascono dal desiderio di incoraggiare a un obiettivo. E un genitore sa che per arrivare all’obiettivo contenuto nella regola del “si mangia con le posate” occorre un sacco di creatività e flessibilità. Spesso i locali pubblici non sono adeguati a questa flessibilità che non è affatto maleducata, ma solo creativa.

Un pic nic sul pavimento delle terre selvagge

Tappatevi le orecchie. Ci sono volte in cui mia figlia non ne vuole sapere di mangiare seduta a tavola e …. sapete? Finisce che pure io mi metto con lei a mangiare sul tappeto della sala. Inorridite pure, non sapete cosa vi perdete. Non lo faccio abitualmente, ma per me è educativo farlo occasionalmente. Mi libera da certi schemi opprimenti che ho in testa, mi ricorda che dentro le molte specie di schiavitù che il mondo mi impone, la famiglia è e rimane un regno così libero che ogni tanto l’autorevolezza dei genitori rivendica di lasciarsi guidare da un bambino. Prima o poi metterò un cartello fuori dalla porta di casa con su scritto “Benvenuti nelle terre selvagge”. Seduta sul tappetto della sala, ringrazio mia figlia di ricordami che la vita si ridesta cambiando prospettiva sulle solite cose; l’infanzia ha questo guizzo eccentrico, perché vivo ed entusiasta, che deve rimanere intoccabile dalle grinfie di chi ci vuole addomesticati, buoni e zitti.  L’ho imparato da Chesterton:

La verità è che per l’uomo moderatamente povero la casa è l’unico luogo libero. Anzi, è l’unico luogo anarchico. È l’unico ritaglio di terra dove un uomo può cambiare gli accordi all’improvviso, fare esperimenti e concedersi dei capricci. In qualunque altro luogo egli vada deve accettare le regole del negozio, dell’albergo, del club, del museo in cui gli capita di entrare. A casa sua può mangiare sul pavimento, se vuole. Io lo faccio spesso, mi dà la sensazione simpatica, infantile e poetica del picnic. Sarebbe assolutamente problematico se provassi a farlo in una sala da thé. In casa sua un uomo può indossare vestaglia e pantofole, ma sono sicuro che questo non sarebbe permesso al Savoy, anche se fino ad ora non ci ho provato. Se vai al ristorante devi bere uno dei vini alla carta, anche tutti quelli presenti se insisti, ma certamente uno di quelli. Per il sano lavoratore la casa non è il luogo della routine in un mondo pieno di avventure. È l’unico posto selvaggio in un mondo di regole e compiti prestabiliti. La casa è l’unico luogo in cui egli può mettere il tappeto sul tetto e una lavagna come pavimento, se vuole. Quando un uomo trascorre ogni notte passando da un bar all’altro o da un concerto all’altro, diciamo che conduce una vita irregolare. Non è vero: vive una vita infinitamente regolare, sotto le scialbe, e spesso oppressive, leggi di quei posti. In qualche caso non gli è neppure permesso di sedersi dentro ai bar e spesso non gli è permesso cantare ad un concerto. L’hotel può essere definito come quel luogo in cui sei costretto a vestirti e il teatro può essere definito come quel luogo in cui non puoi fumare. Un uomo può fare un picnic solo a casa sua.

PIC NIC, GIRL, READING

Se qualcuno si aspetta che la famiglia educata sia quell’aggregazione umana docile agli inquadramenti, silenziosa e succube ai dettami di un mondo quieto come la calma piatta (cioé pieno regole e non più innestato nella vivacità di una Verità), allora mi permetto di protestare.

I parenti che litigano a tavola sono molto maleducati, ma sono pronta – udite, udite! – a tenermi questa maleducazione che esplode in un rapporto vivo, piuttosto che la compostezza dell’indifferenza reciproca. Non è istigazione alla violenza fisica e verbale, ma una protesta verso una convivenza sociale in cui sempre più le buone maniere sono ridotte alla separazione di “questo è il mio spazio, questo è il tuo spazio”. Che è quella che Montale chiamò profeticamente “solitudine di massa”. Se devo scegliere una parte, preferisco quella che eccede nell’interesse piuttosto che nel distacco inamidato e rispettoso. Non metterò mai il bavaglio a un bambino che va dal vicino sconosciuto e gli chiede: “Tu chi sei?”. Anzi, io adulta voglio essere educata da quel bambino.

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