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Celibato sacerdotale: Papa Francesco, Benedetto XVI e Sarah all’incrocio

KARDYNAŁ SARAH, BENEDYKT XVI
AFP/EAST NEWS | Grzegorz Gałązka/EAST NEWS
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Attendendo l’ormai imminente esortazione apostolica postsinodale relativa all’evangelizzazione in Amazzonia, la Chiesa è stata sorpresa dall’inatteso contributo che porta la firma del Papa Emerito e del cardinale Prefetto della Congregazione per il Culto Divino. Tralasciando lo sterile contrapporsi delle note tifoserie, cogliamo l’occasione per ripercorrere tracce di continuità nel pensiero ratzingeriano e coi propositi di governo di Papa Francesco.

Come era facilmente prevedibile, oggi impazza la “discussione” sul libro “Des profondeurs de nos cœurs” [“Dal profondo dei nostri cuori”, N.d.R.] a firma congiunta di Benedetto XVI e del cardinal Robert Sarah. Mi sembra d’obbligo virgolettare “discussione” visto che in buona parte si discetta della natura del pronunciamento invece che del suo contenuto, e che talvolta lo si fa con toni ben meno riflessivi di quanto la gravità dell’argomento consiglierebbe.

Triste e preoccupante atmosfera da “scisma freddo”

Del resto, non ci si può aspettare di meglio, se da un lato il libro viene presentato come intervento di Ratzinger in contropiede sull’imminente pubblicazione dell’Esortazione Apostolica postsinodale relativa all’Amazzonia… e dall’altro respinto come un’indebita ingerenza (quasi che il Diritto Canonico normasse le forme e i modi dell’attività di un Papa emerito!). Triste e preoccupante non è che si discuta di celibato ecclesiastico (magari se ne discutesse compiutamente!), ma che si fomenti sconsideratamente un clima da “scisma freddo” dal quale è difficile dire che la Chiesa possa guadagnare qualcosa.

La reazione della Santa Sede: Francesco «darà la vita piuttosto»

Proprio poco fa Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa vaticana, ha commentato l’anticipazione del libro sul quotidiano francese ricordando la frase «preferisco dare la vita prima di cambiare la legge sul celibato», pronunciata da Papa Francesco il 27 gennaio 2019 sul volo di ritorno dalle GMG di Panama. Citazione obbligatoria e presente anche a pagina 2 del Figaro di oggi, ma tanto significativa se si considera che adesso viene dalla Santa Sede. Fino a quando non avremo in mano il testo integrale del libro (che comunque non sarà più “esplosivo” delle parti rese note da ieri sera) la cosa più saggia che potremo fare sarà attenerci a quanto pubblicato sul Figaro, ed è questo il motivo per cui già stanotte avevo approntato una traduzione integrale sul mio blog, facendola peraltro precedere dall’intera risposta data il 27 gennaio scorso a Caroline Pigozzi. Mi pare utile riportarla anche qui, non solo perché si capisce che la frase attribuita a Francesco è già in sé una citazione da Paolo VI, sottoscritta dal successore, ma anche perché mi pare che in essa siano contenuti elementi utili a meglio comprendere l’apparente contraddizione tra riaffermare l’importanza del celibato sacerdotale e l’ammettere eventuali eccezioni attraverso ordinamenti dedicati (cosa che dieci anni fa, buon ultimo, fece Benedetto XVI):

Mi viene in mente quella frase di San Paolo VI: “Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato”. Mi è venuta in mente e voglio dirla, perché è una frase coraggiosa, in un momento più difficile di questo, ’68/’70… Personalmente, penso che il celibato sia un dono per la Chiesa. Secondo, io non sono d’accordo di permettere il celibato opzionale, no. Soltanto rimarrebbe qualche possibilità nelle località più remote – penso alle isole del Pacifico… Ma una cosa è pensare quando c’è necessità pastorale, lì, il pastore deve pensare ai fedeli. C’è un libro di padre Lobinger [il Vescovo Fritz Lobinger, Preti per domani, Emi, 2009]., è interessante – questa è una cosa in discussione tra i teologi, non c’è decisione mia. La mia decisione è: celibato opzionale prima del diaconato, no. È una cosa mia, personale, io non lo farò, questo rimane chiaro. Sono uno “chiuso”? Forse. Ma non mi sento di mettermi davanti a Dio con questa decisione. Tornando a padre Lobinger, ha detto: “La Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia la fa la Chiesa”. Ma dove non c’è Eucaristia, nelle comunità – pensi lei, Carolina, alle Isole del Pacifico…

Che «la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa» non è un’idea di Fritz Lobinger, evidentemente: l’ultima enciclica di Giovanni Paolo II era dedicata a declinare questo principio, e pure la famosa tesi di dottorato di Joseph Ratzinger – Casa e popolo di Dio in Agostino – dedica numerose pagine a illustrare l’essenza del popolo forgiato dall’Eucaristia. Il fondamento principale di Agostino poi sono, come è noto, le ecclesiologie di Paolo e Giovanni, dunque il cuore della tradizione apostolica e delle Scritture. Dovrebbe preoccuparci il fatto che alcuni abbiano accolto con freddezza le dichiarazioni dei padri sinodali che in ottobre sentivano pressante il dovere pastorale di far giungere stabilmente l’Eucaristia nelle propaggini della terra Amazzonica: il canone 213 del CIC ricorda infatti che «i fedeli hanno il diritto di ricevere dai sacri Pastori gli aiuti derivanti dai beni spirituali della Chiesa, soprattutto dalla parola di Dio e dai sacramenti». A guardare da fuori certe “discussioni”, si direbbe di assistere al delirio secondo cui gli uni pretendono di fondare le comunità con l’Eucaristia ma senza sacerdozio e gli altri sembrano disposti, per tenere insieme l’Eucaristia e l’Ordine sacro, a tagliare fuori il popolo santo di Dio.

Dal profondo dei cuori di due vescovi solleciti

Teologia bizzarra e molto diversa da quella proposta da Benedetto XVI e dal Cardinal Sarah nel libro in uscita dopodomani per i tipi di Fayard. Riportiamo integralmente la selezione antologica offerta dal quotidiano francese:

Non posso tacere 

In questi ultimi mesi, mentre il mondo risuonava del baccano creato da uno strano sinodo dei media, che sovrastava il sinodo reale, ci siamo incontrati. Abbiamo confrontato le nostre idee e le nostre preoccupazioni. Abbiamo pregato e meditato nel silenzio. Ciascuno dei nostri incontri ci ha mutuamente confortato e appagato. Le nostre riflessioni, condotte per vie differenti, ci hanno portati a un carteggio epistolare. La somiglianza delle nostre preoccupazioni e la convergenza delle nostre conclusioni ci hanno indotti a mettere a disposizione di tutti, sul modello di sant’Agostino, il frutto del nostro lavoro e della nostra amicizia spirituale. In effetti, come lui anche noi possiamo affermare: «Silere non possum! Non posso tacere! So infatti quanto il silenzio mi sarebbe dannoso. Perché non voglio compiacermi negli onori ecclesiastici, ma penso che a Cristo, primo fra i pastori, debbo rendere conto delle pecore affidate alla mia custodia. Non posso tacere né fingere ignoranza» […]. Lo facciamo in spirito di amore e di unità per la Chiesa. Se l’ideologia divide, la verità unisce i cuori. Scrutare la dottrina della salvezza non può che unire la Chiesa attorno al suo divino Maestro. Lo facciamo in spirito di carità.

Un compito inaudito affidato alla Chiesa

La Croce di Gesú Cristo è l’atto d’amore radicale nel quale si compie realmente la riconciliazione tra Dio e il mondo segnato dal peccato. È la ragione per la quale quest’evento, che in sé stesso non è di tipo cultuale, rappresenta la suprema adorazione di Dio. Nella Croce, la linea “catabatica” della discesa di Dio e la linea “anabatica” dell’offerta dell’umanità a Dio diventano un atto unico. Mediante la Croce, il corpo di Cristo diventa il nuovo Tempio nella risurrezione. Nella celebrazione dell’Eucaristia, la Chiesa e anche l’umanità sono incessantemente attirate e implicate in questo processo. Nella Croce di Cristo, […] un nuovo culto è istituito. L’amore di Cristo, che è sempre presente nell’Eucaristia, è il nuovo atto di adorazione. Conseguentemente, i misteri sacerdotali di Israele sono “annullati” nel servizio dell’amore, il quale significa sempre in concomitanza adorazione di Dio. Quesa nuova unità di amore e di culto, di critica del culto e di glorificazione di Dio nel servizio dell’amore, è certamente in compito inaudito che è stato affidato alla Chiesa e che ogni generazione deve compiere di nuovo.

Benedetto XVI

Un’astinenza ontologica

Dalla celebrazione quotidiana dell’Eucaristia, che implica uno stato di servizio di Dio permanente, nacque spontaneamente l’impossibilità di un vincolo matrimoniale. Si può dire che l’astinenza sessuale che era funzionale si è trasformata da sé stessa in un’astinenza ontologica. […] Ai nostri giorni, si afferma troppo facilmente che tutto questo sarebbe nient’altro che la conseguenza di un disprezzo della corporeità e della sessualità. […] Un siffatto giudizio è erroneo. Per dimostrarlo, basta ricordare che la Chiesa ha sempre considerato il matrimonio come un dono ricevuto da Dio fin dal paradiso terrestre. Ad ogni modo, lo stato coniugale riguarda l’uomo nella sua totalità, ora poiché il servizio del Signore esige ugualmente il dono totale dell’uomo, non sembra possibile realizzare simultaneamente le due vocazioni. Cosí, l’attitudine a rinunciare al matrimonio per mettersi totalmente a disposizione del Signore è divenuta un criterio per il ministero sacerdotale. Quanto alla forma concreta del celibato nella Chiesa antica, conviene ancora sottolineare che gli uomini sposati non potevano ricevere il sacramento dell’Ordine se non quando si fossero impegnati a rispettare l’astinenza sessuale, dunque a vivere il matrimonio detto “di san Giuseppe”. Una tale situazione sembra essere stata assolutamente normale nel corso dei primi secoli.

Benedetto XVI

Rinuncia a tutti i compromessi

Senza la rinuncia ai beni materiali, non potrebbe esserci sacerdozio. La chiamata a seguire Gesú non è possibile senza questo segno di libertà e di rinuncia a tutti i compromessi. Io credo che il celibato comporti un grande significato in quanto abbandono di un possibile ambito terreno e di un circolo di vita famigliare; il celibato diventa anche veramente indispensabile perché il nostro passo verso Dio possa restare il fondamento della nostra vita ed esprimersi concretamente. Questo significa, beninteso, che il celibato deve penetrare delle sue esigenze tutte le attitudini dell’esistenza. Esso non potrebbe adempiere il suo pieno significato se ci conformassimo alle regole della proprietà e alle attitudini di vita comunemente praticate al giorno d’oggi. Esso non potrebbe godere di stabilità se non mettessimo la nostra unione con Dio al centro della nostra vita

Benedetto XVI

«Il Signore è mia parte di eredità»

Conservo vivido nella mia memoria il ricordo del giorno in cui, il giorno prima di ricevere la tonsura, meditavo questo versetto del Salmo 16. Ho bruscamente compreso quel che il Signore si aspettava da me in quel momento: egli voleva disporre interamente della mia vita e, allo stesso tempo, si affidava interamente a me. Cosí ho potuto considerare che le parole di questo salmo si applicavano a tutto il mio destino: «Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita. Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi: la mia eredità è magnifica» (Ps 16,5-6).

Benedetto XVI

La missione del sacerdote

Che significa essere sacerdote di Gesú Cristo? […] L’essenza del ministero sacerdotale si definisce in primo luogo per il fatto di tenersi davanti al Signore, di vegliare su di Lui, di esserci per Lui. […] Ciò significa per noi che dobbiamo tenerci davanti al Signore presente, vale a dire che questo indica l’Eucaristia come il centro della vita sacerdotale. […] Il prete dev’essere uno che veglia. Egli dev’essere vigile davanti ai minacciosi poteri del male. Egli deve tenere il mondo desto per Dio. Egli dev’essere uno che resta in piedi: dritto di fronte alle correnti del tempo. Dritto nella verità. Dritto nell’impegno al servizio del bene. Tenersi davanti al Signore deve sempre significare anche una presa in carico degli uomini presso il Signore che, a sua volta, ci prende tutti in carico presso il Padre. E questo deve significare prendere in carico il Cristo, la sua Parola, la sua verità, il suo amore. Il prete dev’essere retto, coraggioso e anche disposto a subire oltraggi per il Signore. […] Il prete dev’essere una persona piena di rettitudine, vigilante, che si tiene retta. A tutto questo s’aggiunge in seguito la necessità di servire. […] Se la liturgia è un dovere centrale del prete, questo significa anche che la preghiera dev’essere una realtà prioritaria che bisogna imparare sempre di nuovo e sempre piú profondamente alla scuola del Cristo e dei santi di tutti i tempi

Benedetto XVI

Che significa la parola “santo”?

La parola “santo” esprime la natura particolare di Dio. Egli solo è il Santo. L’uomo diventa santo nella misura in cui comincia ad essere con Dio. Essere con Dio significa scartare quel che è soltanto il mio io e diventare una cosa sola con il tutto della volontà di Dio. Tuttavia, questa liberazione di me può rivelarsi molto dolorosa, e non è mai compiuta una volta per tutte. Comunque con il termine “santifica” si può comprendere anche in modo molto concreto l’ordinazione sacerdotale, nel senso in cui essa implica che il Dio vivente rivendica radicalmente un uomo per farlo entrare al suo servizio.

Benedetto XVI

La vigilia della mia ordinazione

Cosí alla vigilia della mia ordinazione s’impresse profondamente nella mia anima che cosa significa il fatto di essere ordinato prete, al di là di tutti gli aspetti cerimoniali: significa che dobbiamo incessantemente essere purificati ed invasi da Cristo perché sia Lui a parlare e agire in noi, e sempre meno noi stessi. Mi è apparso chiaramente che questo processo, che consiste nel diventare una cosa sola con lui e a rinunciare a quel che non appartiene che a noi dura tutta la vita e include incessantemente liberazioni e dolorosi rinnovamenti

Benedetto XVI

Non preti di seconda classe

Il celibato sacerdotale, ben compreso, se talvolta è una prova, è pure una liberazione. Esso permette al prete di stabilirsi in tutta coerenza nella sua identità di sposo della Chiesa. Il progetto che consisterebbe nel privare le comunità e i sacerdoti di questa gioia non è un’opera di misericordia. Non posso, in coscienza, come figlio dell’Africa, sopportare l’idea che i popoli in via di evangelizzazione siano privati di quest’incontro con un sacerdozio vissuto pienamente. I popoli d’Amazzonia hanno diritto a una piena esperienza del Cristo-Sposo. Non si possono proporre loro dei preti di “seconda classe”. Al contrario, piú una Chiesa è giovane, piú ha bisogno dell’incontro con la radicalità dell’Evangelo.

Robert Sarah

Parlare di eccezione è una menzogna

L’ordinazione di uomini sposati, anche se fossero già diaconi permanenti, non è un’eccezione ma una breccia, una ferita nella coerenza del sacerdozio. Parlare di eccezione sarebbe un abuso di linguaggio o una menzogna […]. Anzi, l’ordinazione di uomini sposati in giovani comunità cristiane scoraggerebbe che in esse vengano suscitate vocazioni sacerdotali celibatarie. L’eccezione diventerebbe uno stato permanente e recherebbe pregiudizio alla giusta comprensione del sacerdozio.

Robert Sarah

La Chiesa non è un’organizzazione umana

Viviamo nella tristezza e nella sofferenza questi tempi difficili e turbolenti. Era nostro sacro dovere ricordare la verità del sacerdozio cattolico. Perché per suo mezzo tutta la Chiesa si ritrova messa in discussione. La Chiesa non è una semplice organizzazione umana. Essa è un mistero. Essa è la Sposa mistica di Cristo. Ecco quel che il nostro celibato sacerdotale ricorda incessantemente al mondo. 

È urgente, necessario, che tutti – vescovi, preti e laici – non si lascino piú imprigionare da cattive esortazioni, messinscene teatrali, menzogne diaboliche, errori alla moda che vorrebbero svalutare il celibato sacerdotale. È urgente, necessario, che tutti – vescovi, preti e laici – ritrovino uno sguardo di fede sulla Chiesa e sul celibato sacerdotale che protegge il suo mistero. 

Questo sguardo sarà il migliore riparo contro lo spirito di divisione, contro lo spirito politico ma pure contro lo spirito di indifferenza e di relativismo.

Robert Sarah

Le già decennali disposizioni di Benedetto XVI per l’ordinazione di uomini sposati

È stato già notato, e con particolare efficacia da Jean-Pierre Denis, direttore del settimanale francese La Vie, che da questi soli frammenti emerge «un Benedetto XVI piuttosto in riserva, che ripete essenzialmente quel che sappiamo essere il suo pensiero, e un Sarah molto sull’offensiva». In effetti, a leggere alcune sue dichiarazioni sull’impossibilità di eccezioni (più o meno temporanee) alla legge del celibato ecclesiastico, verrebbe da chiedersi perché mai sotto la mannaia di questo giudizio non cada anche la Costituzione Apostolica Anglicanorum cœtibus di Benedetto XVI, con la quale sono stati istituiti nella Chiesa latina degli ordinariati personali che prevedono la possibilità di ordinare al ministero sacerdotale degli uomini sposati. All’epoca Benedetto XVI dispose che si ammettessero agli ordini sacri, pro regula, solo uomini celibi, salva la facoltà dell’ordinario di «rivolgere petizione al Romano Pontefice, in deroga al can. 277, § 1, di ammettere caso per caso all’Ordine Sacro del presbiterato anche uomini coniugati, secondo i criteri oggettivi approvati dalla Santa Sede».

Da quel “caso per caso” qualcuno potrà oggi con sorpresa apprendere che il famoso discernimento sia di stanza nella Chiesa Cattolica da qualche tempo (quasi venti secoli), ma quel che vorrei provare a chiarire – in aggiunta alle osservazioni già fatte altrove – è come ciò concordi con il proposito espresso dal Santo Padre il 27 gennaio 2019 e richiamato oggi a mo’ di commento all’evento editoriale.

Cosa non potrà accadere (e cosa invece potrà)

Ed è presto detto: quanti auspicano la conformazione delle Chiese latine a quelle orientali (raramente costoro conoscono le numerose e gravi complicazioni date da quella prassi) vorrebbero in pratica che gli ordinamenti ecclesiastici latini permettessero ai giovani seminaristi in formazione per il sacerdozio di scegliere se prendere moglie, tassativamente prima dell’ordinazione diaconato (e senza possibilità di risposarsi in caso di vedovanza – cosa che vale anche per la “santa presbitera” – quanto ci si pensa?), o se restare celibi. Ecco, questo – ha garantito Francesco – non accadrà mai. Non sotto il suo pontificato.

Che cosa allora potrebbe accadere? Probabilmente quel che Benedetto XVI ha disposto per le comunità provenienti dall’anglicanesimo (nelle quali però – attenzione! – si può entrare anche per vincolo acquisito…), che cioè l’Ordinario del luogo – cioè il Vescovo o chi per lui – individui un bravo padre di famiglia di costumi integerrimi e lo ritenga capace di assumersi la cura pastorale di una porzione del popolo di Dio; a quel punto l’Ordinario sentirebbe la disponibilità di quella persona (e della sua famiglia) a un eventuale incarico ecclesiale, visto che sarebbe una missione e non un lavoro, raccoglierebbe un fascicolo su di lui e lo invierebbe, con una relazione introduttiva di proprio pugno alla Santa Sede, dove i dicasteri della Curia smisterebbero i casi e presenterebbero i migliori al Romano Pontefice per il suo giudizio. È possibile anzi (a quanto si è detto e scritto durante il Sinodo) che i famosi “viri probati” vengano scelti di una certa età, e questo in parte per avere garanzie sulla loro solidità personale e famigliare, e in parte per avvicinare l’istituto condendo al consiglio evangelico della perfetta continenza per il Regno, cosa cui ancora nel medioevo (opportunamente lo ricordava il domenicano Thomas Michelet) si dava una certa attenzione.

La continuità del/nel pensiero ratzingeriano: il “carisma del celibato”

Un commentatore di cose cattoliche mi scriveva stamane, con soddisfazione:

Non credo che Sarah dica niente di diverso da quanto è scritto nel suo ultimo libro, che sto leggendo, proprio sull’argomento. Vi dedica parecchie intense pagine. Non le manda a dire, ed è una meraviglia.

Spero di non averlo deluso rispondendogli che mi avrebbe stupito piuttosto il contrario, ma aggiungendo che lo stesso vale anche per Benedetto XVI, che non sembra aver scritto cose diverse rispetto a quanto aveva insegnato e disposto negli anni e nei decenni scorsi. Non penso solo ad Anglicanorum cœtibus, scritta dall’altezza sublime della cattedra petrina, ma pure a un meno noto intervento comparso nel numero settembrino del 1977 su Stimmen der Zeit: era la risposta del cardinale arcivescovo di Monaco e Frisinga in risposta alle “Considerazioni sul celibato obbligatorio” del reverendo professore Richard Egenter. Ovviamente, i due documenti meriterebbero tutt’altra contestualizzazione, ma a me pare invece prezioso e meritevole di essere glossato a commento degli scritti con Sarah un passaggio sul concetto di “carisma”. Lo riporto all’essenziale:

[…] La Sua argomentazione presuppone che siano adatti al celibato solo uomini che già di per sé non vogliono o non possono sposarsi. Ma così si capovolge tutto. Il celibato è un fenomeno significativo, da un punto di vista morale e religioso, solo e proprio grazie al fatto che, per Dio e per il servizio a lui, rinunciano al fondamentale valore umano del matrimonio uomini che di per Sé sarebbero capaci e disposti a sposarsi. Se il gruppo dei celibi è costituito da una compagnia di scapoloni, esso non ha alcun valore. Assume importanza unicamente per il fatto che per il Signore, e per dare nella Chiesa il segno comunitario della loro speranza nel Signore, degli uomini rinuncino a quello a cui non rinuncerebbero se questo segno comunitario e pubblico non conferisse loro un nuovo compito e una forma nuova di pienezza.

[…] Lei parla del carisma del celibato come se il carisma fosse qualcosa di naturale, che si ha come si hanno denti e occhi. Ora, tuttavia, i denti possono cadere e gli occhi indebolirsi; ciò significa che anche i doni della natura non sono qualcosa di semplicemente dato, ma necessitano di cure. Ci si avvicina invece di più a ciò che è il carisma se si considera la forma nella quale l’uomo riceve i “talenti”. […] Possono decadere e maturare; mai, tuttavia, possono maturare senza il proprio costante e paziente impegno per essi. La fragilità del carisma, semmai, è ancora più grande; in ogni caso esso non è affatto “un dato”. “Carisma” del celibato significa che nell’impegno con il Signore e con me stesso, nel credere e nel vivere con la Chiesa, nell’essere in essa sostenuto dalle persone, la preghiera, la Parola, il servizio e i patimenti della Chiesa divengono per me la forza per mettermi a disposizione di una chiamata che mi si confà e per corrispondere a questa chiamata in tutte le sue dimensioni […]. Per questo è così importante ciò che su questo tema viene o non viene detto in ambito ecclesiale; è parte integrante del “carisma” del singolo che esso sia un avvenimento ecclesiale e non naturale; ecclesiale, perché è la comunità ecclesiale il luogo della mediazione nel rivolgersi allo Spirito e del rivolgersi dello Spirito a noi. Visto che è così, la fiducia di poter vivere il celibato nei giovani può essere distrutta, ma questo non dimostra che quei giovani non hanno “carisma”, bensì che è stato precluso lo spazio al “carisma”. Che oggi vi siano meno “vocazioni” rispetto alla Sua e alla mia generazione non dipende certo dal fatto che Dio si occupa meno della Chiesa o che abbia immaginato qualcosa di diverso per essa; bensì dal fatto che la Chiesa è divenuta stanca e non concede a lui alcun accesso. Come può un giovane decidersi per l’avventura escatologica del celibato, quando la Chiesa stessa sembra non sapere più se deve ancora volerlo?

Joseph Ratzinger, Zum Zölibat der katholischen Priester, in Stimmen der Zeit 195 (1977), 781-783, 782 passim

Non solo dunque la Chiesa cattolica sa immaginare lo spazio canonico per conservare la propria perla preziosa e nondimeno ammettere eccezionalmente alcuni uomini agli ordini sacri, ma se tale spazio viene aperto in Amazzonia o nel bacino del Congo (o perfino in Inghilterra!) esso non potrà mai essere concesso in appalto a quelle Chiese illanguidite nell’aver annacquato la radicalità evangelica (in questo Sarah ha ragione da vendere) e che sperano di poter indire un “bando di concorso” meno esigente per nuove assunzioni di personale. Sono due lingue che dicono due discorsi inconciliabili.

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