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La pace come frutto della speranza. Papa Francesco e il suo sguardo “carmelitano”

© Osservatore Romano
La famosissima scena della colomba della pace che si posa su Papa Francesco in Piazza San Pietro
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Nel suo messaggio per la Giornata della Pace il Papa ci invita ad entrare nella dinamica amorosa della speranza, vero cammino di pace.

Il messaggio del Santo Padre Francesco per la 53° giornata mondiale della pace è uno struggente inno alla speranza:

“La pace è un bene prezioso, oggetto della nostra speranza, al quale aspira tutta l’umanità. Sperare nella pace è un atteggiamento umano che contiene una tensione esistenziale, per cui anche un presente talvolta faticoso «può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino»[1]. In questo modo, la speranza è la virtù che ci mette in cammino, ci dà le ali per andare avanti, perfino quando gli ostacoli sembrano insormontabili”.

Questo termine, speranza, se torna tenacemente per tutto l’arco del messaggio pontificio, culmina nel sul ultimo paragrafo con un affondo mistico

Si ottiene tanto quanto si spera. Il cammino della riconciliazione richiede pazienza e fiducia. Non si ottiene la pace se non la si spera. Si tratta prima di tutto di credere nella possibilità della pace, di credere che l’altro ha il nostro stesso bisogno di pace. In questo, ci può ispirare l’amore di Dio per ciascuno di noi, amore liberante, illimitato, gratuito, instancabile”.

Affondo mistico, sì, perché l’aforisma “si ottiene tanto quanto si spera” è un puntuale rimando all’insegnamento del nostro Doctor mysticus Giovanni della Croce (di cui il 27 dicembre abbiamo ricordiato l’anniversario di canonizzazione!). In nota, infatti, il messaggio rimanda esplicitamente alla sua opera Notte oscura, e precisamente al seguente passo, in cui è raccontata la rocambolesca fuga dell’anima amante dalla casa delle proprie passioni disordinate, travestita di una livrea di tre colori al fine di sottrarsi allo sguardo del Nemico e di sedurre lo sguardo dell’Amato: livrea in cui lussureggia, fra il bianco della fede e il rosso della carità, il verde della speranza:

Questo è lo scopo della livrea verde. Poiché l’anima fissa sempre Dio, senza porre gli occhi su altra cosa, e non si appaga che di Lui, piace tanto all’Amato che ottiene da Lui quanto desidera (es verdad decir que tanto alcanza de él cuanto ella de él espera). Perciò lo Sposo nei Cantici le dice che con un solo sguardo gli rapì il cuore (Ct 4,9). Senza questa livrea verde della sola speranza in Dio, non sarebbe convenuto all’anima uscire con desiderio di amare, poiché non avrebbe ottenuto niente in quanto ciò che muove e vince ogni ostacolo è la ferma speranza (2N 21,8)[2].

A questo passo fanno eco numerosi altri brani in cui il santo poeta carmelitano, memore di S. Paolo che chiama la speranza “elmo di salvezza” (1Ts 5,8), corona la speranza di una missione formidabile, fra cui ne citiamo solo un paio:

“Questo infatti è l’ufficio che compie la speranza nell’anima: quello di far sollevare gli occhi e guardare a Dio solo” (2N 21,7)

“Pertanto quanto più la memoria si spoglia, tanto più acquista speranza; quanto maggior speranza possiede, tanto maggiore unione con Dio raggiunge, poiché, relativamente a Lui, quanto più essa spera, più ottiene” (3S 7,2).

“Con amoroso slancio…”

Ma a questo passo fa eco, soprattutto, una delle poesie più belle del santo di Fontiveros, che rispecchia ancora più alla lettera l’aforisma citato dal Santo Padre (e che, a nostro parere, ben avrebbe dovuto figurare nel rimando in nota del suo messaggio!). Si tratta della poesia Tras de un amoroso lance[3], che qui riportiamo per intero in una nostra elementare traduzione:

Dopo un amoroso slancio
e non senza speranza,
volai così in alto, così in alto
da raggiungere la preda.

1. Perché io raggiungessi
questo divino slancio,
tanto ho dovuto volare
da perdermi di vista;
Eppure in questo affondo
nel volo venni meno;
Ma l’amore fu così alto
da raggiungere la preda.

2. Quanto più salivo in alto
la vista si abbagliava
e la più forte conquista
nell’oscuro si compiva;
ma essendo uno slancio d’amore
con un cieco e oscuro salto
fui tanto in alto, tanto in alto
da raggiungere la preda.

3. Quanto più giungevo in alto
in così sublime slancio,
tanto più basso e arreso
e abbattuto mi trovavo.
Dissi: nessuno vi giungerà.
E mi abbattei così tanto, così tanto
che fui tanto in alto, tanto in alto
da raggiungere la preda.

4. In un modo misterioso
mille voli feci in uno
ché la speranza del cielo
tanto ottiene quanto spera;
solo in questo slancio sperai,
e sperando non fui deluso,
ché salii tanto in alto, tanto in alto
da raggiungere la preda[4].

Porque esperanza de cielo tanto alcanza cuanto espera: Il legame con le parole del Papa è ancora più stretto e incisivo rispetto al passo tratto dal secondo libro della Notte oscura che abbiamo letto sopra. Ora, non è questa la sede per analizzare questa breve e densissima poesia, in quanto in essa è riassunta tutta la dottrina mistica di Giovanni della Croce sul cammino contemplativo dell’anima[5]: tutto nasce da un amoroso slancio (Cantico Spirituale) che deve passare per una dolorosa ed oscura purificazione dei sensi e dello spirito (Salita al Monte Carmelo/Notte oscura) affinché la preda divina sia raggiunta, in un’aurora di vita eterna (Fiamma d’amor viva). Analogamente a quanto avviene nel Cantico Spirituale, in cui la cerva ferita che è l’anima, ferita dall’eros di Dio, scopre che anche il suo Amante è ferito d’amore per lei, e molto più di lei, così anche in questa poesia, sconvolgentemente la preda diventa predatrice, come la ragazza del Cantico dei Cantici che, ancor più che con “i suoi seni come cerbiatti”, con un solo suo sguardo rapisce il cuore dello sposo… (Ct 4,5-9)[6].

Gioco ardito di immagini, ancora più ardito e scottante se si considera che questo poema, come molti altri di Giovanni e del suo secolo, prende spunto da strofette popolari di argomento profano, poi “volte al divino”. Quelle da cui è partito il santo poeta stavolta eran particolarmente ruvide e facevano più o meno così:

 

Dopo un amoroso slancio
E senza speranza,
salii in alto, così in alto
da raggiungere la preda[7].

È la storia salace di una tresca, di un adescatore che millanta, quale falconiere, d’aver conquistato le grazie di una “preda” insperata…

Il mistico poeta ribalta la vicenda, e ribadisce l’assoluta necessità della speranza – al punto da far dipendere da essa, come abbiamo visto, l’esito dell’amorosa caccia. Soltanto essa, la speranza, può sostenere il volo dell’anima verso Dio; volo che, come abbiamo considerato, deve passare per l’oscurità della notte e deve conoscere vertiginosi precipitamenti nel distacco totale da tutte le cose, nella privazione di ogni gusto e possesso, nell’umiliazione della concupiscenza degli occhi e della carne, della superbia della vita (1Gv 2,16). La memoria, in particolare, nel radicalismo dell’insegnamento sanjuanista, deve svuotarsi di ogni forma o immagine o conoscenza per riempirsi del Dio che è al di là di ogni nostra forma o immagine o conoscenza (cf. 3S 2,4): e proprio Francesco, nel parlare nel suo messaggio della memoria come “orizzonte della speranza” ci suggerisce una calzante immagine di questo processo che è come un’alba che tanto più splende quanto più la linea dell’orizzonte è priva di rilievi [8].

Speranza della terra e esperanza de cielo

Ma qui l’esigente ascesi e mistica del santo padre carmelitano, come sempre, trova applicazioni molto più quotidiane di quanto non si possa pensare[9], se consideriamo che essa affonda la sua ispirazione nelle parole di Gesù rivolte a tutti: “Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,11, citato in 2N 18,2).

Per quante nostre mète, per quanti nostri sogni abbiamo volato sulle ali di un’incerta speranza, trasalendo di gioia e schiantandoci al suolo, in un’ebbrezza trascinante e in una delusione cocente? Il videoclip dei Coldplay Up&Up è un bellissimo, caleidoscopico peana a quest’umana speranza che vuol salire sempre più su, nonostante tutto. Eppure, su questa terra abbiamo dovuto constatare che per quanto sia stata veemente e generosa la nostra speranza di ottenere un qualche risultato, essa s’è poi, più o meno spesso, dovuta infrangere.

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Oppure, ancor peggio, essa s’è ritrovata a disincantarsi e sbarazzarsi, una volta ottenutolo, di quel che pur con tanto ardore aveva sperato. Ma la esperanza de cielo nominata nella poesia non è così. È teologale. In essa si rincorrono serenità e serendipità. È un dono dall’alto, dei più preziosi, non delude (Rm 5,5) e ottiene tutto quello che spera. Perché, a differenza della speranza della terra, fa di ogni fallimento un più alto slancio.

Ora, quanti nostri desideri quotidiani, se solo scommettiamo, possono essere bagnati da questa luce che abbaglia a acceca di splendore? La speranza di un matrimonio felice, che qualcuno ritorni sui propri passi e non si butti via, che un giusto diritto non venga calpestato, che una malattia non uccida. La “speranza del cielo” non è soltanto quella dell’anima eccelsa che si distacca da tutto per unirsi al suo Sposo in un’unione ineffabile (e perché non sperare anche in questo?[10]), ma può essere anche quella di chi, vedendo naufragare il proprio sognato matrimonio, ne trova uno molto più bello (come nel caso della nostra Chiquitunga[11]); quella di chi, sperando nel ravvedimento di una persona, la vede non solo tornare ma addirittura sorpassarci; quella di chi, pur lottando per i sacrosanti diritti politici dei poveri, scopre la loro beatitudine che ci fa ricchi; quella di chi, sperando di guarire da una malattia mortale, trova invece in essa la propria salvezza e la propria missione.

Di questo e ben altro è capace la speranza del cielo, questo vestitino capace di far impazzire d’amore lo Sposo. Ed è sull’onda di questa speranza che magistralmente ci invita a cavalcare papa Francesco con il suo messaggio, applicando questo rimando carmelitano, così misticamente pregnante, alla conversione ecologica, al superamento delle ideologie, alla cessazione delle guerre che si nutrono di “ambizioni egemoniche, di abusi di potere, di paura dell’altro”, alla deterrenza nucleare che è l’esatto contrario della speranza, quasi tecnocratico inno alla paura[12]. Dalla speranza degli Hibakusha, le vittime dei bombardamenti atomici citati da papa Francesco, alla speranza dell’anima cantata da S. Giovanni della Croce, il passo è breve, o meglio il volo: un volo che riassume mille altri voli. È un volver a lo divino, un volare al divino di tutte le nostre tragiche umane vicende; è il bisogno cruciale di una «mistica che ci animi» più volte invocato ed esemplificato da papa Francesco[13]: si pensi allo stile e alla profondità con cui, di recente, ha citato già S. Giovanni della Croce o altri santi carmelitani per ridestare nella nostra preghiera il grido della mancanza di senso dei giovani di questo mondo, per illuminare gli accordi tra Santa Sede e la Repubblica Popolare Cineseper incoraggiare il Consiglio dei governatori del Fondo internazionale per lo sviluppo agricoloper guardare in faccia il dramma degli abusi sui minori nella Chiesa – ed ora, infine, per invocare la pace nel mondo. È niente di meno che un volo mozzafiato e spericolatissimo che ci viene ricordato: verso la luce inaccessibile di Dio (1Tm 6,16), verso i baci della Sua bocca (Ct 1,2) e i baci dell’amore fraterno (1Pt 5,14), verso il Suo abbraccio appassionato per noi e per il mondo: una “memoria pericolosa” e un volo che però non ci devono spaventare, perché si slanciano negli gli abissi della speranza, in cui quanto più cadiamo tanto più saliamo…

 

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