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Eroe cattolico: devoto a San Michele Arcangelo riceve la Medaglia al Valore degli Stati Uniti

Edward Byers Jr.

Official U.S. Navy Page | Flickr CC BY 2.0

Columbia magazine - pubblicato il 09/01/20

Ha descritto la Medaglia d’Onore sia come un onore che come un “peso”. Può spiegarcelo?

Nessuno pensa mai che riceverà una Medaglia d’Onore. In genere è conferita postuma, a eroi le cui imprese non sono neanche immaginabili.

E allora ti fa veramente fare un passo indietro e chiedere “Qual è il mio obiettivo? Cosa dovrei fare con questo riconoscimento?”

Lo considero una possibilità di testimoniare la mia fede e rendere gloria a Dio. Menziono Dio e San Michele in ogni discorso che faccio. Ho il dovere di farlo per via delle grazie che ho ricevuto. Con qualsiasi grande onore arriva anche la responsabilità, e con la responsabilità viene un peso. Ricevere la Medaglia d’Onore è un impegno per la vita.

Ci sono solo 71 persone viventi ad averla ricevuta, e la più anziana è della II Guerra Mondiale – Woody Williams ha 96 anni e ancora viaggia in tutto il Paese promuovendo i valori della Medaglia d’Onore, ovvero sacrificio, integrità, patriottismo, coraggio, impegno e cittadinanza.

Non avrei mai pensato di ritirarmi a quarant’anni. Pensavo che sarei rimasto un SEAL per 30, ma è diventato fondamentalmente troppo difficile onorare i doveri di una persona che ha ricevuto la Medaglia d’Onore ed essere un SEAL in azione – c’è una regola non scritta per la quale una volta che la si è ricevuta non si può più partecipare ai combattimenti. Ricevere la medaglia mi ha quindi impedito di svolgere il lavoro che amavo.

E insieme agli impegni del fatto di averla ricevuta c’è anche il promemoria costante di chi si è sacrificato – Nic Checque e molti altri fratelli e compagni.

Ho la responsabilità di riconoscere il sacrificio di tutti coloro che hanno avuto un ruolo nel fatto che mi venisse conferita. Mi sono solo trovato al posto giusto al momento giusto, facendo la cosa giusta. Avrebbe potuto essere benissimo qualcun altro, ma è toccato a me.

Nic Checque è colui che ha compiuto il sacrificio ultimo, e lo ha fatto in modo eroico. Ci sono molte emozioni relative al fatto di aver ricevuto la medaglia e di dover rivivere quei ricordi tutto il tempo.

Ci può dire qualcosa della sua vita come marito e padre, e delle sfide di equilibrare gli impegni militari e familiari?

Mia moglie è una donna incredibile. È estremamente forte. Doveva esserlo, come moglie di un militare e soprattutto di un SEAL. La cosa splendida è che siamo insieme da quando ero un infermiere dei Marines, e quindi è stata testimone di tutto il processo. Penso che ci abbia davvero tenuti insieme. Non conosco i dati esatti, ma i tassi di divorzio nella comunità che si occupa di operazioni speciali è significativamente superiore alla media nazionale.

I rapporti non sono perfetti, e la perfezione non è reale. Il matrimonio richiede lavoro, e noi siamo riusciti a gestire gli alti e i bassi. Penso che sia una prova per entrambi del fatto che “nella buona e nella cattiva sorte” si è insieme e si cercano dei modi per risolvere le cose.

È particolarmente difficile per una persona stare a casa e non sapere mai cosa stai facendo. Nella nostra comunità non si parla di ciò che si sta facendo, e si possono non avere contatti per mesi. Un rapporto di questo tipo richiede molta fede, molto coraggio e impegno.

E siamo stati benedetti per il fatto di avere una figlia splendida, nata proprio prima del mio primo incarico in Iraq. Ora frequenta le scuole superiori. È una pattinatrice e ha un grande talento. Per la maggior parte della sua vita sono stato in guerra, e lei non sapeva se il suo papà sarebbe tornato a casa.

Ora sto a casa molto di più, ma viaggio ancora spesso perché la Medaglia ti fa spostare molto. Cerchiamo quindi di concentrarci sul fatto di avere del tempo di qualità insieme e di approfittare al massimo di quando stiamo insieme. Come marito e padre, faccio del mio meglio per onorare i miei impegni e riconoscere quanto siano resilienti e forti mia moglie e mia figlia.

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