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Maysoon Zayid: la comica musulmana con 99 problemi…e una paralisi cerebrale (VIDEO)

MAYSOON
ted.com
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Non siamo le etichette che ci danno e nemmeno quelle che ci diamo. Siamo quello che tiriamo fuori quando ci appiccicano quelle etichette e ci chiudono le porte in faccia. Zayid non ha rinunciato, non ha lasciato che i problemi diventassero scuse, ma nel rifiuto ha trovato la sua vera vocazione.

Se giocassimo a “Taboo” e dovessimo indovinare la parola “comica” direi che sul classico foglietto con “tutto-quello-che-non-devi-dire”, neanche nella versione del gioco per bambini sotto i cinque anni, troveremo mai le parole “musulmana” e “disabile”. Insomma, chi è che associa i musulmani, etichettati come persone sempre molto serie, con tanti figli, poco socievoli, fanatici religiosi (inserire qui altri luoghi comuni) e la disabilità, cosa brutta, da evitare, su cui non si scherza (inserire qui altra carrellata di frasi fatte a piacere) con la comicità, se non in senso negativo o un po’ triste?
Invece, la prossima volta che giocheremo a “Taboo” insieme, se io dirò “musulmana” e “disabile”, forse vinceremo la partita in meno di due secondi perché, grazie alla storia di Maysoon Zayid, voi risponderete subito: comica!
Questa ragazza, infatti, questi due temi davvero tabù, su cui dibattiti e opinioni si sprecano, li infrange in meno di due secondi e senza tirare in ballo i massimi sistemi o le citazioni di Martin Luther King, ma con una semplice risata.
Si presenta alla platea del TEDWomen di San Francisco con un:

Non sono ubriaca, ma il medico che mi ha fatto nascere lo era: ha tagliato mia madre ben 6 volte…Facendo soffocare anche me, poverina. Il risultato? Soffro di paralisi cerebrale, che significa che tremo di continuo.

Una combinazione tra Shakira e Muhammad Ali, come lei stessa si definisce, una che però, non si è fatta fermare dalle sfortune della vita, né dalle etichette che sembravano condannarla all’infelicità. Una che avrebbe tutte le scuse per lamentarsi, dalla malattia alle vacanze in paesi di guerra invece che a Jersey Shore come le sue amiche, ma che ha scelto la strada del sorriso.

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Non siamo i nostri problemi

Ho novantanove problemi…uno di questi è la paralisi cerebrale.

Non lascia che la malattia o il suo essere donna, palestinese o musulmana la definisca. Lascia che il suo amore per la vita, per una vita considerata da molti infelice o indegna, visti i presupposti, parli per lei. Si diverte, Maysoon e fa divertire, anzi, ti fa invidiare la sua condizione. Prima cosa per i parcheggi riservati, ovvio! E a sentire la sua storia, questa forza ha molto, molto a che fare con la sofferenza e il rifiuto.

Esclusa anche per quelle piccole parti per cui sarebbe stata proprio tagliata, come quella della protagonista con paralisi cerebrale in uno spettacolo all’Università:

Non ho avuto la parte. Sherry Brown ha avuto la parte. ….Questa era una parte per cui ero letteralmente nata e loro l’hanno data a un’attrice senza paralisi.

Tutti nasciamo per una parte, sì, anche i disabili, tutti abbiamo aspettative sulla nostra vita e su quello che interpreteremo, ma la differenza la fa ciò che decidiamo di fare quando le porte ci si chiudono in faccia. Maysoon non voleva restare “un onorevole pezzo di mobilio riconoscibile solo di schiena” in una soap, anche se era sempre stato il suo sogno. Dal rifiuto dei direttori di casting ha trovato un nuovo sogno e un nuovo ruolo da interpretare che l’ha portata più in alto di quello che poteva immaginare: quell’attrice “cicciottella, straniera e disabile” era nata per fare la comica, ma se si fosse fermata a lamentarsi, se si fosse lasciata abbattere dall’ingiustizia e dalla discriminazione, non lo avrebbe mai saputo.

Attenzione alla “discriminazione agevolata”

I suoi genitori per primi non credevano in quel “non ce la faccio” e l’hanno sempre spronata a trovare un modo, anche per camminare, cosa che molte persone con la paralisi cerebrale non fanno.

Mio padre mi ha insegnato a camminare quando avevo cinque anni, appoggiandosi i miei talloni sui piedi e camminando normalmente. Un’altra tattica che utilizzava era sventolarmi davanti una banconota da un dollaro e farmela inseguire: la mia spogliarellista interiore era molto forte!

ammette tra le risate.

L’hanno sempre incoraggiata a fare le cose come tutti, esattamente come le sue sorelle, senza sconti, senza farla sentire diversa o privilegiata per la sua condizione, senza che questa diventasse sempre la scusa per un “no”, per una resa, per un trattamento diverso, per lo meno quando non era necessario. Invece quella che lei chiama, riferita all’Università, “discriminazione costruttiva” spesso nasconde un atteggiamento che più che aiuto, lo leggi come “differenza”: le agevolazioni sono tali solo se mettono in condizione di fare esattamente quello che fanno tutti, non in modo diverso o separato. Altrimenti la disabilità resterà sempre un universo scomodo, lontano, che suscita pena. La normalità, il poter essere davvero “uguale” passa anche dalle “ciabattate di mia madre se non prendevo buoni voti a scuola”, ricorda Maysoon.

Vorrei la metà del suo umorismo, di quel modo di vedersi e di vedere i miei (piccoli, insensati, inesistenti?) problemi.

Se non vi sentite meglio con voi stesse, magari dovreste,

e dietro all’ironia di questa “campionessa delle olimpiadi dell’oppressione” c’è un velato richiamo a riguardare le nostre, di vite quelle dei fortunati eppure tristi, scontenti, quelle perfette, ma vuote di sorrisi e di gioia.

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