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Paola e Giorgio: siamo innestati in Dio, anche l‘insostenibile è stato un dono di amore

PAOLA, GIORGIO, TORINO
Paola e Giorgio Bozzola
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Intervista a una coppia di Torino: sposati in missione in Brasile e poi tornati in Italia, hanno conosciuto il dolore di perdere un figlio e la gioia di crescerne cinque. Poi la malattia di lei è stata un’altra prova della compagnia di Dio: “Ci ha voluti per stare bene con Lui e per la felicità. E questo arriva”.

Di Massimo Ippolito

Paola e Giorgio Bozzola sono una coppia che abita in provincia di Torino, precisamente a Betlemme. Hanno avuto 7 figli. Dodici anni fa Paola si è ammalata di Parkinson e due anni fa hanno perso il loro primogenito. All’inizio del 2019 Paola ha accettato di sottoporsi a un intervento che le prometteva di riappropriarsi del suo corpo.

Ciao Giorgio, che cos’è la speranza?

A questo riguardo ti voglio raccontare una storiella non mia. Fede, speranza e carità sono tre sorelle che si tengono per mano. La fede e la carità sono le sorelle maggiori e ciascuna dà una mano alla sorellina che cammina al centro. Pare che siano le sorelle maggiori ad aiutare la piccolina, si scopre invece il contrario: sebbene piccolina rispetto le altre, è la speranza che conduce e regala forza alle altre due. Questa è la speranza (Charles Péguy).

Paola, ci racconti come è iniziata la vostra storia d’amore?

Ci siamo incontrati mentre preparavamo un viaggio missionario, organizzato dalla diocesi di Ivrea, in Brasile. Ci siamo conosciuti meglio una volta arrivati in terra di missione, dove ci siamo messi insieme. Questo nel 1989 e ci siamo sposati nel settembre del 1990 con l’obiettivo di partire poi per il Burundi per un progetto di cooperazione. E invece di fare la lista nozze abbiamo devoluto il ricavato (28 milioni di lire del tempo) per questo progetto in Burundi. Nel frattempo è scoppiata la guerra fra Hutu e Tusti, e abbiamo dovuto cambiare continente, così siamo ritornati in Brasile e precisamente a Barreiras, a 900 km da Salvador di Baja. Siamo arrivati in Brasile con il primo figlio, Giuseppe, di un anno, e lì è nato Tiago. Non è stato facile partorire in terra di missione.

Per quanto ancora siete rimasti in missione?

Per altri due anni. Poi siamo tornati in Italia, Giorgio è ritornato a fare il farmacista e io avevo studiato per fare l’educatrice e la maestra. In Italia è poi arrivato il terzo figlio: Elia! E dopo la quarta figlia, Noemi, ho ricominciato a lavorare come insegnante di scuola materna dove mi portavo due figli al seguito. Sono stati anni di grande salute e di grande impegno: facevamo gruppo con alcuni genitori per l’educazione dei figli, facevamo un lavoro di coppie con degli amici nostri. Tutti lavori in cui non eravamo protagonisti ma un po’ i facilitatori. Organizzavamo incontri per coppie un po’ a casa nostra, un po’ in parrocchia e intanto cresceva l’idea di una comunità, qualcosa che ci permettesse di vivere come cristiani in questo mondo che si stava e si sta scristianizzando e anche perché fosse più semplice per i nostri figli crescere in un contesto ‘lanciante’ dove certi valori non li vivi solo come marito e moglie, ma lo vivono anche le altre famiglie che hai accanto. Così questo diventa, per i figli, più credibile e anche più sostenibile.

Sento molti genitori solleticati da questa idea, ma voi lo avete fatto veramente.

Eh sì, abbiamo iniziato a pensare dove costruire questa comunità ed è così che siamo approdati a Betlemme (in provincia di Torino). È iniziata una storia un po’ sofferta, un po’ come tutte le storie con Dio, dove trovi degli ostacoli non piccoli. E ricordo che di fronte a una immagine della Sacra Famiglia chiedevamo al Signore se ci voleva lì oppure no. Abbiamo allora acquistato a caro prezzo il terreno e abbiamo costruito la struttura per ospitare la comunità che nasceva. I figli erano già 6, erano arrivate anche Sofia e Maria. Un figlio, il settimo, è stato perso al terzo mese, il suo nome è Angelo. Quindi adesso abbiamo 5 figli con noi e due in Cielo: Giuseppe e Angelo.

Puoi raccontarci di Giuseppe?

Nel 2015 gli è stato diagnosticato un melanoma, un neo nel collo che poi è degenerato. Giuseppe ha vissuto altri due anni e mezzo. Ha subito subito due interventi, ma nel giro dei successivi sei mesi sono spuntate metastasi ovunque. Giuseppe aveva 26 anni quando è morto il 9 Dicembre 2017, era agnostico e da quando è mancato, il Cielo è diventato molto più vicino, veramente. Quando è mancato ci ha fatto un sorriso spettacolare, ci ha fatto un sorriso illuminato e illuminante. E’ stata la testimonianza di un Cielo in cui lui non credeva ma che è diventato evidente. Per me il Paradiso era una grande speranza ma da quando abbiamo visto gli occhi di Giuseppe che ci han salutato è diventato una certezza, ma davvero! Proprio lui che si dichiarava non credente ci ha dato una testimonianza luminosa, di come è morto, di come ha accettato la malattia, di come ci ha insegnato a ironizzare sulla morte. Noi stavamo per andare a fare il classico giro al cimitero, qualche tempo prima che morisse, era Novembre, lui ci disse: “Mah, non so se venire anche io, tanto tra un po’ mi ci portate..”. Che mazzata che fu, ma aveva un senso di verità sempre molto presente.

Come hai vissuto l’agnosticismo di Giuseppe?

Dopo un’emorragia importante e dopo la riabilitazione, Giuseppe aveva chiesto di venire a casa. Tiago, il secondogenito, che vive in Svezia – lì fa il medico ricercatore – è tornato in Italia per assistere il fratello fino alla fine. E anche Tiago è un altro figlio che si dichiara ateo. E va bene così. Noi diciamo al Signore “questi sono figli tuoi, noi li accompagniamo per un pezzo, gli diamo quello che sappiamo dare e poi che facciano il loro percorso, va bene così.” Del resto il figlio che ci è mancato ci ha fatto vedere un pezzo di Paradiso, proprio lui che non ci credeva. Perché dobbiamo preoccuparci? Questa consapevolezza che siamo limitati, che siamo qui per un certo periodo e che la sofferenza comunque è temporanea, ci accompagna sempre. In questo periodo di sofferenza la famiglia si è stretta molto intorno a questo fratello per vivere intensamente il tempo che ci era stato messo a disposizione. Per noi questo percorso doloroso è stato un percorso di grande speranza e di grande salvezza. A me avevano diagnosticato il Parkinson nel 2009, ma era già presente dal 2007.

PAOLA, GIORGIO, BOZZOLA
Paola e Giogio Bozzola

Giorgio, come è sopravvissuta la vostra coppia a queste vicende?

Siamo usciti ancora più uniti da questa vicenda e anche la malattia di Paola ci ha unito ancora di più. Abbiamo visto che molte coppie si sono separate a causa della malattia proprio perché le difficoltà sono tante, quando c’è una persona malata in casa questo comporta grandi limitazioni per entrambi. Ma sia la malattia di Giuseppe sia la malattia di Paola hanno stretto ulteriormente i legami familiari. Giuseppe, dopo l’emorragia, ha lasciato l’ospedale con una emiparesi totale, abbiamo fatto grande fatica a metterlo sulla sedia a rotelle e poi lo abbiamo portato nella sua camera a casa, era un ragazzo di 104 Kg quindi non è stato facile. Abbiamo combattuto fino alla fine: prima le dita dei piedi e poi la gamba che ricominciava a muoversi sono stati miracoli dell’amore. Sta di fatto che la gamba aveva riacquistato le sue funzioni e io ho ancora un dolorino qui (indica il gomito) a forza di muovere la sua gamba. Giuseppe aveva iniziato a recuperare anche le dita della mano, prima di morire era riuscito anche a fare una passeggiata fuori casa fin dai vicini che distano a 100 metri da noi. Forse la cosa più bella è stata vivere la malattia di nostro figlio alla luce di un tempo che sapevamo fosse a termine, ma non ci siamo mai arresi, la famiglia ha provato a vivere con lui tutti i momenti possibili, con grande intensità e senza tristezza, ma con grande verità.

E come c’entra Dio con un figlio che si ammala? Cosa chiedevate a Dio?

Noi abbiamo fatto un pellegrinaggio a Oropa, a piedi da Betlemme (70 km), in due giorni. Paola aveva già il Parkinson e ha partecipato anche lei. Ma tutto questo non tanto per chiedere la guarigione di Giuseppe, quanto che non soffrisse. E da quel punto di vista effettivamente il dolore fisico non è stato rilevante in questa malattia. Mentre noi facevamo il pellegrinaggio lui era ancora autonomo e né lui né Tiago (il secondo figlio) vennero, proprio perché agnostici. Vennero in tanti della nostra comunità di Betlemme e ripetemmo il pellegrinaggio negli anni successivi, ad oggi lo abbiamo fatto per 3 volte. La prima fu 1° Maggio 2017, perché era la festa di san Giuseppe.

E il vostro rapporto di coppia, nel periodo della malattia di Paola, è cambiato?

Diciamo che la malattia influisce molto sulla vita. L’ha costretta a non essere più come era prima, Paola è una persona piena di vita, non si risparmia. Certamente, con una malattia che ti impedisce il movimento, non riusciva quasi più a mangiare… aveva tantissime limitazioni. Quando poi ha deciso di fare l’operazione si è definita risorta! La malattia va sempre avanti ma i sintomi sono stati controllati in maniera eccellente. Praticamente uno non si accorge che è malata. E’ stata operata nel Febbraio 2019 e i risultati si son visti subito (Giorgio sorride di gioia).

Adesso ti vedo sorridere, ma questa speranza è stata messa a dura prova in questi anni.

Io ho imparato a non pensare troppo al futuro, ce n’era già abbastanza nel presente. Anche l’idea di costruire la Comunità è stata un po’ faticosa ma mi sono fatto trascinare da Paola. Adesso siamo contenti di come sta andando la Comunità e il bello è che non possiamo dire che ce la facciamo perché siamo forti ma riusciamo a dire con consapevolezza che ce la facciamo perché siamo deboli, perché vedi che anche nelle altre famiglie della comunità ci son difficoltà dal punto di vista della salute. Però siamo così contenti perché siamo arrivati all’inizio dell’anno (all’inizio di ogni anni si iscrivono le famiglie alle catechesi della loro comunità) con così tante iscrizioni da non sapere come gestirle (l’anno scorso erano 110 persone da accogliere nei locali della Comunità).

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