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Il libro dedicato a Maria del Leopardi cristiano del XXI secolo

HOLY MARY

Di finchfocus - Shutterstock

La Croce - Quotidiano - pubblicato il 30/12/19

Si intitola "Nel nome" ed è firmato da Alessandro Zaccuri

di Elisabetta Cipriani

C’è questo scrittore, saggista, giornalista, uomo coltissimo e discreto, questo mentore impagabile che ha nome Alessandro Zaccuri, e quest’uomo ha scritto un libro. “Nel nome” si chiama ed è dedicato a Maria. Non è un libriccino devozionale, non è un racconto e non è un saggio. È un inabissamento. Uno sprofondo (e poi, per grazia, un’emersione) nelle proprie esperienze di vita, dolore e bellezza, che si scoprono “legate da un elemento ricorrente, un filo che torna a riannodarsi” e questo filo è il nome di Maria. Maria come la sconosciuta ritratta in un cartellone pubblicitario, soffusa di uno splendore sobrio eppure festante – una di quelle bellezze fugaci che irrompono a un tratto nella nostra esistenza e che non rivedremo più se non nell’eternità – oppure Maria, secondo nome di sua madre, che morì di leucemia dopo un duro calvario. O come la folle incontrata un giorno su un treno, che gridava perché le rendessero la figlia sottratta. Attonita, come dissociata, sensuale senza essere sfrontata. Una ragazza “slanciata di figura”, con il seno fermo che spingeva sotto la giacca, un seno “che chissà quanti avrà fatti innamorare”. Forse in crisi d’astinenza da psicofarmaci, Maria pure lei che urlava come un’ossessa: come la Maddalena da cui il Cristo aveva scacciato sette demoni. Maria, anche, come le molte Marie del Vangelo: la Madre di Dio – l’umile fanciulla di Nazareth – quindi Maria di Clèopa, Maria Salome, Maria di Betania “e perfino sua sorella, l’affaccendata Marta”.

Le agnizioni che Zaccuri testimonia sono molteplici lampi che si manifestano d’un tratto, in luoghi ameni o feriali, nella memoria e nello sguardo: in una corsia d’ospedale, nello scompartimento di un intercity, sulla tavola di un pittore medievale, in un passo evangelico, tra le pagine di Moby Dick o nella valigia di una vecchia zia. “Sono le Marie in incognito” e questa è la storia delle loro occorrenze nella vita di un uomo. Un rosario esistenziale sgranato diversamente sulla stessa invocazione.

Ma che cos’è un nome? Un mero accidente, un casuale dettaglio che, come nella rosa, se fosse altro non ne muterebbe il profumo; o sostanza delle cose, il “nomen omen” dei latini, la radice, il senso, il destino latente dell’universo oltre un’apparenza aleatoria?

Vi sono nomi nei quali c’è salvezza. In assoluto, il nome di Yehoshu’a, di Gesù – “Dio salva” in ebraico. Quindi il nome di Maria, che è porta del cielo e scala verso il Figlio. “Ferito a morte durante la battaglia di Campaldino, Bonconte da Montefeltro capovolge la sorte toccata al padre Guido grazie all’invocazione del nome di Maria. (…) La sua condotta lo porterebbe alla dannazione, ma una sola “lagrimetta” di pentimento – come spregiativamente la chiama il solito diavolo arrivato in articulo mortis – gli merita il riscatto. ‘…nel nome di Maria fini’, e quivi caddi, e rimase la mia carne sola’. Non potendo infierire sull’anima, il diavolo si sfoga facendo scempio del corpo, che non verrà più ritrovato”. Nella vita di ciascuno lo strazio del corpo è una realtà che accade. La malattia, la morte, le pene d’amore, lo stesso travaglio del parto. Ogni persona è un corpo e ogni corpo è oltraggiato. Ma ogni corpo ha un nome e ogni nome è una storia, un mistero di redenzione.

Quella di Zaccuri è una scrittura sentimentale, in senso pienamente leopardiano. Ragionata e iconica, procede per quadri come un grande idillio recanatese. Di Leopardi (cui nel 2007 aveva dedicato un magnifico romanzo ucronico: “Il signor figlio”) ha il dolore vivo e composto, l’attitudine meditativa, l’introspezione che si fa slancio alla condizione universale, al disvelamento delle lacrimae rerum. Ma è un Leopardi cristiano del XXI secolo. Alla nuda corporeità del sensismo sostituisce la corporeità totale della croce: “il racconto cristiano è sempre racconto del corpo. Se non c’è il corpo, non c’è il cristianesimo”. Un corpo-crisalide che diverrà farfalla, ma che qui e ora è pur sempre orrendo bruco, insetto-reietto, carne in sfacelo che suscita un moto di rivolta perfino negli uomini di fede , soprattutto negli uomini di fede. “(…) il cristianesimo sta nella durezza dell’anima che grida davanti allo scempio del corpo. C’è una serietà estrema in questa ribellione, l’irriducibilità di chi non smette di affidarsi, ma ora lo fa chiedendo conto a Dio. Non per sé, non a proprio vantaggio. Non si crede veramente, se almeno una volta nella vita non si ha il coraggio di chiamare in giudizio l’Altissimo per il male di cui gli altri sono vittime”. Il cristiano grida sul corpo martoriato, eppure non lo abbandona: non esorcizza la morte, la compiange. La sua speranza è una presenza silenziosa, drammatica e stupefatta. Un’invocazione laconica, ma ferma. Come quella delle donne sotto la croce, come Maria di Magdala al sepolcro. O come l’emorroissa: una donna prostrata da un sanguinamento immondo che non ripone forza in astrazioni o utopie bensì in un tocco, nella carezza al lembo di un mantello.

C’è nell’immaginario e più ancora nella lingua di Zaccuri una levità unita allo spessore, una solidità munita di grazia che fa pensare, oltre al suo amato Giotto o a qualche primitivo medievale, a certe tele di Antonello da Messina. Penso alla crocifissione di Sibiu, quella dove i corpi dei ladroni sono legati a un palo e tesi in pose drammaticamente scomposte, eppure la scena esprime un senso di calma, di fortezza irriducibile che promana dal centro, dalla croce di Cristo che è abbraccio onnicomprensivo: unica “sede appassionata dell’amore non vano”, per dirla con Ungaretti. Ai piedi della croce, oltre all’apostolo Giovanni, ci sono solo donne: le umili Marie di Palestina. Sullo sfondo, invece, digrada una marina: forse i marĭa, i vasti mari dell’essere in cui tutto si muove e tutto si tiene. Come in questo libro, questo zibaldone conciso tra mémoire e dissertatio, in cui ciò che fa da collante, ciò che cuce gli antipodi, “ciò che ci resta è il nome soltanto: / protratto suono meraviglioso”.

Alessandro Zaccuri, Nel nome, NN Editore, 2019

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