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Dire “no” non è un peccato mortale: non abbiate paura di essere i genitori “cattivi”

PARENTS
Dmytro Zinkevych|Shutterstock
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Un bambino senza limiti è più vicino alla solitudine che alla libertà. Si può essere davvero liberi (e felici) quando c’è un recinto di sicurezza dentro il quale scegliere e agire. Dare tutto e non negare mai nulla non ci rende bravi genitori, rende i nostri figli irresponsabili e, soprattutto, li espone al pericolo.

«Posso uscire coi miei amici?»
Quante volte un genitore si sente rivolgere questa domanda da un figlio o da una figlia?

A partire dall’ingresso alle scuole medie, un po’ perché comincia un interesse verso ciò che c’è fuori di casa, fuori dalla famiglia, un po’ per i compiti che sono un modo per confrontarsi (mai come ripetere al compagno, aiuta nel ripassare la lezione), la richiesta si fa costante e spesso pressante.

Durante la prima settimana di scuole medie, al Lillo fu propinato – nel gabinetto dei maschi – un filmetto porno di pochi fotogrammi. Lillo me lo disse subito e mi raccontò tutto il subbuglio che aveva provato (attrazione e repulsione, comprensibile alla sua età), tuttavia la madre del compagno fu molto morbida: «Che vuoi – disse – sono ragazzi». Eh no, pensai: non sono ragazzi, sono bambini di undici anni. Bambini ai quali viene regalato, dopo poca insistenza e con il mantenimento di promesse piuttosto semplici da portare avanti (chi mai più viene bocciato alle elementari?), un cellulare superaccessoriato con Internet e tutto il resto. Fu a quel punto che ci dicemmo, con il mio sposo, di fornire Lillo di un telefonino con Internet (ci serviva il poterlo tenere d’occhio con Maps per via che usava spesso la bici per andare e tornare da scuola), ma con le applicazioni bloccate. Applicazioni che a tutt’oggi ha sempre bloccate (prima superiore). Applicazioni che sbloccheremo quando saremo tranquilli. Gli abbiamo sbloccato What’sApp alla quale io posso accedere in qualunque momento, soprattutto da quando Lillo ha amiche femmine (una compagna di classe di un coetaneo – quindici anni – gli ha mandato sue foto nuda: non voglio trovarmi in queste situazioni e non intervenire).

Io sono una madre che molte “colleghe” mamme definirebbero cattiva.

Avendo tanti figli, scelgo che attività fargli fare extra scuola: durante una discussione virtuale mi sono sentita dire che i figli costano e che io, impedendo ai miei di divertirsi (corsi pomeridiani di lingue, musica, ginnastica, sport agonistico e corsi estivi di ogni sorta di attività) sono una madre pessima: «Meglio fare due figli e dare loro tutto, piuttosto che farne tanti e non dare loro nulla», mi è stato fatto notare (e mi viene segnalato spesso). In realtà i miei figli non mi hanno mai chiesto di frequentare tante attività fuori casa: a parte gli scout e il catechismo – che però non classifico come “attività” ma come “istruzione e passatempi” – nessuno mi ha mai chiesto molto di più. Se è capitato dire di “no” a un corso? Sì: mi è capitato. Cigols amava molto frequentare un corso di ginnastica, ma ha dovuto scegliere tra quello e pianoforte perché entrambe le attività erano dispendiose e occupavano il tempo. Senza alcun rimpianto ha fatto la sua scelta e sinceramente mi ha pure detto, a otto anni, che non trova giusto che i suoi compagni passino ore e ore fuori casa a far spendere soldi ai genitori e che lui, a casa a giocare coi fratelli, si diverte comunque tanto. Mi sono sentita in colpa? No, perché dire di “No” non è un PMDG (peccato mortale della genitorialità) allorquando quella risposta è motivata e spiegata e si guadagna tempo in relazione genitore-figlio enunciando le proprie ragioni. Certo, anche Lannina avrebbe gradito molto il corso di danza classica, ma anche il corso di lavorazione della lana cardata e un corso di chitarra. Ha dovuto scegliere e, se è stato traumatico e angosciante, non si è notato. Lillo è nella fase palestra-corsa-nuoto-pesi-muscoli e insieme alla sua cricca di “testominchionici” (il soprannome è coniato da me) hanno scelto la frequenza della palestra meno costosa anche se lontana (camminare però riscalda i muscoli) e l’estate optano per la corsa nel parco pubblico cittadino («Frequentato di più da pollastrelle», come ha notato l’amico più testosteronemunito che però so non saprebbe cominciare una conversazione con una donzella neppure se lo guidasse Shakespeare in persona). Per quanto attiene l’acquisizione delle lingue sarò tacciata di essere perfida: io non credo che sia fondamentale spendere soldi in viaggi studio (viaggi che il Mari non consentirebbe a meno di munire i figli di GPS con drone sempre sopra la testa e telefono satellitare) e quando la Figlia G si è trovata scegliere le scuole superiori e optare per il linguistico, mi ha solo richiesto l’aiuto iniziale di un’insegnante madrelingua molto carina che, essendo in pensione, non mi chiedeva cifre esorbitanti. In quinta superiore la Figlia G legge scioltamente in tedesco e inglese e comprende film in lingua originale: diciamo quindi che la lingua l’ha assorbita. Io sono una di quelle madri che crede che per imparare una materia ci voglia un buon insegnante (che fa appassionare alla materia, dà delle dritte e una buona infarinatura) e, soprattutto, molta volontà che, di per certo, non si acquista su Amazon. Viceversa sono una di quelle madri che sospetta che dietro ai viaggi-studio (per non parlare dei vari Erasmus) ci sia un giro di soldi e molta politica di sradicamento delle radici. La mia perfidia è infinita, evidentemente.

Approfondiamo il discorso sul PMDG perché sono giunta alla conclusione che per molti genitori sia terribile confrontarsi coi propri figli al momento in cui costoro fanno richieste, ovvero a partire da ben prima dei cinque anni. Sì perché il tutto inizia al momento della gravidanza, durante la quale l’acquisto di oggettistica per lo più inutile è fatta passare per necessaria: in realtà i bambini non hanno bisogno che di affetto e di contatto, perciò l’unica spesa è un seggiolino per la macchina (si parla di sicurezza). Il resto (abiti e giochi) giunge da amiche e conoscenti che, liete di disfarsi di ogni tipo di oggetto ingombrante, regalano qualsiasi cosa. Risulta molto strano, per me, osservare come un qualsiasi genitore accusi i figli di essere costosi, quando i figli non fanno esplicite richieste se non di affetto e di presenza. Siamo tutti vissuti nello slogan “Il tempo che si passa coi figli dev’essere qualitativamente e non quantitativamente buono”, ma in realtà è un mito sfatato dalle prove: i bambini hanno bisogno di mamma e papà e di persone che vogliano loro bene in assenza di costoro e che, possibilmente, si dedichino loro con amore (nonni, tate, zii). La beffa della socializzazione dell’asilo nido è stata più volte smitizzata dalla sottoscritta: sono piuttosto favorevole alla scuola materna (a tre anni un bambino è più spinto verso il proprio simile), ma non è obbligatoria poiché ci sono bambini che a tre/quattro anni non hanno ancora desiderio di confrontarsi con coetanei. Quindi i figli costano per cosa? Abiti e giochi abbiamo già detto che dipendono dai genitori (se una mamma è una che tiene molto all’abbigliamento, significa che ha disponibilità economiche sufficienti per assecondare i suoi capricci – della mamma – e quelli – acquisiti per imitazione – dei figli), asilo nido e scuola materna possono possedere un costo da valutare (a volte è molto più economico rimanere a casa coi propri figli e casomai tornare al lavoro quando c’è l’età dei figli per farlo, che recarsi al lavoro e pagare perché altri badino ai propri figli: circa la carriera e tutti i discorsi sulla realizzazione della madre, mi sono un po’ stufata di ripetere che è necessario combattere una guerra ideologica ed economica verso l’odio nei confronti della maternità, poiché il problema è solo quello). Alt! Perché poi sorge il problema spese-necessarie-ma-non-necessarie: c’è chi vuole la tata madrelingua, c’è chi vuole l’asilo steineriano, c’è chi vuole la scuola materna con l’insegnamento dell’inglese e c’è chi fa già fare attività extrascolastiche a tre anni. Sono richieste del bambino relative ai suoi bisogni? No. E che nessuno menta, a tal proposito. C’è, e questo me lo confermano le mie amiche educatrici di asilo nido e di scuola materna, un grandissimo bisogno dei genitori di sentirsi dei “bravi genitori”, ovvero la famosa sindrome del BG (bravo genitore). Tale sindrome va spesso a braccetto con il PMDG poiché il bravo genitore è colui che asseconda tutti i capricci dei figli altrimenti perde la qualifica, e il peso di compiere il PMDG non assecondando i capricci dei figli, è in agguato. Ora, la cosa buffa – definiamola in tal modo anche se ci sarebbe da piangere – è che quei capricci che i figli fanno su oggettistica di varia natura o eventi costosi e non necessari (compleanni con animatori eccetera), vengono definiti come necessità (delle quali poi alcune madri si lamentano per via dei costi), i veri bisogni dei bambini (ascolto, contatto, la relazione, la presenza) vengono definiti capricci, ovvero cose inutili, il che è, per lo meno, diabolicamente calcolato. Lo è in quanto, se improvvisamente domani si destassero dal sonno tanti genitori, ci sarebbe una svolta economica mostruosa: i genitori darebbero ai figli quanto di più necessario al mondo (la presenza) e tutto il resto sarebbe classificato come “interessante ma non necessario”. Sostanzialmente, se il materialismo impostoci da leggi del mercato, venisse soppiantato da una vera spiritualità, da un’educazione “tridimensionale” e più profonda, un bambino non chiederebbe nulla di più di quello che sarebbe giusto chiedere e nessun genitore avrebbe problema alcuno a dire di “No” a una richiesta eccessiva.
Purtroppo invece i genitori temono di perdere la medaglia da BG e concedono ogni tipo di richiesta: i “No”, se affermati, sono incerti, tremebondi, pronunciati con incertezza. Va da sé che non siano assolutamente fermi né irremovibili. Come se pronunciare quel “No” per l’ennesimo gioco, per la festa dell’amichetto in quella stanza vuota munita di casse con musica terrificante e un animatore, fosse un punto in meno agli occhi del figlio. Una volta ragionavano così i nonni ai quali era consentito viziare un po’ il nipotino con qualche gioco extra e qualche lecca-lecca in più, ma a tutt’oggi i nonni – se in età per farlo – spesso si lamentano delle “maniche larghe” dei figli che allevano dei nipoti che non sono mai pronti a ricevere un rifiuto.

Cos’è accaduto? I genitori temono i figli. E temono di perdere la loro amicizia. Ecco che la sessantottina moda di dire che per la propria figlia si è delle amiche, piuttosto che delle madri, colpisce le donne munite di senso di colpa (talvolta sono donne separate che sanno bene di non aver dato ai figli la normalità che costoro necessitavano: una famiglia unita; altre volte sono madri che hanno ricevuto un’educazione proibizionista e reagiscono grossolanamente essendo libertarie) e colpisce i padri (spesso indistintamente e senza particolari motivazioni, anche se i padri separati sono certamente quelli più inclini alla sostituzione del “bene” verso i figli, con il “bene economico” ai figli). L’affetto si è monetizzato e la presenza fisica del genitore – più spesso della madre – è stata sostituita banalmente coi quattrini. Allora ecco la madre che alla figlia di cinque anni concede il grande compleanno con apericena per i genitori, dodici torte differenti (dodici), tre animatori per i bambini, fiumi di spumante e regali che non scendono sotto i cento euro. Ed ecco la medesima madre che accompagna la bambina ad acquistare l’ultimo modello di cellulare attraverso il quale la bambina può postare su Instagram le proprie foto. Ed ecco la stessa madre portare la bambina dal ginecologo per assumere la pillola perché “Di guai non ne voglio sentir parlare”. E spesso la sventurata madre mette sul lettino dello psicologo la propria creatura che si è concessa così tante volte (deve divertirsi, poverina) da non ricordare più il nome del simpaticone che l’ha stuprata l’ultima volta (che nessuno mi venga a dire che quei rapporti erotici genitali e privi di sentimento siano qualificabili come “fare l’amore” perché reagisco fisicamente). E tutto perché la madre, pluriseparata e con – all’attivo – tre compagni (il matrimonio è passato di moda) con altrettanti figli in comune con altre donne, è probabile che si senta in colpa.
E fa bene (sono una sostenitrice del senso di colpa: ogni tanto serve).
Fa bene a sentircisi perché se avesse ragionato al vero bene della propria figlia, le avrebbe fornito una famiglia unita. Dare una famiglia unita a un figlio e una presenza genitoriale educativamente valida (quella che se deve dire di “No” lo fa con lo scopo di educare) non è sostituibile con la moneta. Infatti essere genitori comunque educativamente validi dopo una separazione implica uno sforzo poiché bisogna rimanere in relazione per compiere decisioni importanti per il bene dei figli: il che è lodevole nel momento in cui ci si riesce mettendo da parte l’astio per l’ex compagno o coniuge. Conosco alcuni genitori che ce l’hanno fatta, ma con enorme difficoltà e mettendo sempre i figli al primo posto. Fa bene a sentircisi perché complessivamente la mia generazione è composta da genitori assenti che non riesce a tollerare le proprie frustrazioni e non concepisce che i figli subiscano frustrazioni di alcun genere.
In alcuni testi interessanti che trattano di “adultescenza” (i professori Ammaniti e Cantelmi sono i maggiori esperti che conosco sull’argomento), si parla del timore che i genitori della generazione che attualmente ha figli adolescenti (quindi quella nata circa negli anni ’70) possiede nei confronti dei figli e delle loro possibili difficoltà. Figli adolescenti che urlano, pretendono, vogliono la libertà, ma alla prima difficoltà si sentono perduti e ricorrono ai genitori. Questi ultimi, ossessionati dalla giovinezza, non fanno da guida (con tutto ciò che ne consegue, ergo pure le discussioni per eventuali dinieghi) ma tentano di essere complici, per paura di compiere qualche PMDG e, ovviamente, per timore di perdere il timbro di BG: ciò comporta grossi errori e conseguenze piuttosto gravi, quando i ragazzi e le ragazze vengono lasciati liberi di fare quello che frulla loro nella testa. Ricordo bene quando pure io ho fatto la scapestrata (non avevo nessun tipo di orario o restrizione): “bucai” uno stop con la bicicletta e frenai appena in tempo. La signora da lato del passeggero scese dalla macchina che aveva inchiodato (ho un Angelo Custode al quale ho fatto perdere dei chili) e mi urlò «SCEMA E CRETINA» e non ho mai smesso di ringraziarla. In seguito capii che educare significa anche urlare, talvolta. Ovviamente poi spiegare, fare pace, motivare, ma uno stop (come quello che io fisicamente “bucai”) ci vuole. E lo si mette negli orari, nei luoghi, nelle compagnie, nelle attività pomeridiane, nelle cose da non fare in casa. Si propongono alternative, si discutono modalità, si questiona magari delle ore, ma nessun genitore ha mai perso l’amore dei figli per aver detto “No!” su scelte che hanno garantito al figlio di non mettersi in pericolo e di optare oculatamente le proprie amicizie. Nessun genitore che ha motivato un divieto è stato odiato per più di mezz’ora. Nessun genitore che ha limitato il figlio, non è stato poi pianto dal medesimo, quand’è venuto a mancare da vecchio.

Ho vissuto anche io il complesso del BG quando mi resi conto che affrontare l’Università mi aveva allontanato dai miei figli (che comunque avevano una vera Tata a disposizione, una di quelle che educano i figli degli altri come i loro e che non teme di dire “No”, ma fa pure la gara di coccole sul lettone): fu lì che affrontai – terrorizzata – la minaccia della Figlia G di scappare di casa al momento che sarebbe nato un altro fratello (la Tata fu pragmatica «Scappi di casa? E dove vai?» la Figlia G, dall’alto dei suoi dodici anni rispose con chiarezza «Vengo da te!!» il che smorzò la preoccupazione di molti). Il mio psy mi illuminò dicendomi che nessun figlio deve minacciare di scappare di casa soprattutto se in quella casa ci sta bene. Disse chiaramente che la Figlia G non doveva permettersi di minacciare nessuno perché quando un figlio può permettersi di minacciare un genitore, vuol dire che il genitore ha perso il proprio ruolo. Mi fu d’aiuto capirlo e mi ripromisi un altro approccio. La Figlia G non tentò mai più di minacciarmi e da quel giorno dovetti ritagliarmi alcuni momenti con lei: minuti preziosi per discutere di richieste e decisioni, motivare scelte e accertare che non ci potessero essere incomprensioni tra noi. In linea di massima né lei, né i figli successivi – per ora – hanno mai avuto dubbi sul fatto che un “No” ogni tanto non provoca ustioni di terzo grado, vesciche sui malleoli, carie, diarrea e tonsillite.

Concludendo io non posso che raccontare la nostra modesta esperienza di genitori, su quali “Sì può fare” per noi sono del tutto irremovibili:

  • I compleanni sono belli, ma i nostri si festeggiano con gli amici più stretti (di solito sono cinque o sei), con qualcosa di semplice (una bella torta al cioccolato, un po’ di focaccia e di salame) e per un paio d’ore. Tutti si riordina dopo aver giocato.
  • I compleanni degli adolescenti sono certamente semplici (una merenda con hamburger e patatine cucinate dagli interessati) e necessitano di indicazioni chiare: ci si diverte senza troppa confusione e si riordina tutti (le espressioni attonite di alcuni amici e amiche dei figli alla mia richiesta di passare la scopa o raccogliere in giardino bicchieri abbandonati qua e là, non ha prezzo, ma quand’è ricapitato hanno fatto tutto da soli: i giovani sono molto acuti e intelligenti).
  • I compleanni nei locali notturni sono possibili dopo i diciotto anni. Si viene accompagnati e si viene ripresi da genitori (ci si mette d’accordo tra adulti).
  • Cene fuori con amici (a partire dai quindici anni) solo se ce lo si può permettere coi propri risparmi e un paio di volte al mese al massimo. Orario tassativo (le 21 nei giorni feriali, le 23 nei giorni festivi) e relativa tirata d’orecchie in caso di ritardo. Luoghi raggiungibili a piedi o organizzazione con gli altri genitori. In inverno le femmine non vanno in giro dopo le 20 ma vengono accompagnate.
  • La Messa della domenica è obbligatoria: se si è fatto tardi il sabato sera e si è stanchi, ci si va alle 18. Fin’ora nessuna rimostranza.

Alcuni genitori ci riterrebbero estremamente “vecchia maniera”, sicuramente “bigotti”, ovviamente “patriarcali” (il Mari di solito risponde con un sonnolento «Sì, sono patriarcale… e allora?», ma è volontario sull’ambulanza da circa venticinque anni e il risultato dell’assenza di un freno ai ragazzi e alle ragazze dai 13 ai 25 anni ha potuto constatare direttamente a cosa porti).

La conseguenza di alcuni divieti non nascondo che talvolta abbia portato (specialmente dai dieci ai quindici anni, in seguito i limiti sono acquisiti e le richieste che vengono effettuate iniziano con un «Sono stata/o invitato a quell’evento X, e ci siamo già organizzati di modo che i genitori ci accompagnino e ci vengano a riprendere non oltre le ore Y: pensate sia possibile?») a qualche lieve rimostranza. Infatti è accaduto che i miei figli piccoli mi dicono che sono cattiva: quando chiedo di riordinare, di finire i compiti, di lavarsi i denti, di riporre gli abiti usati ma in ordine, quando chiedo di sparecchiare o quando non concedo il compleanno in pizzeria senza adulti (sì, è capitato), il cellulare, il tablet, il compleanno presso centri ricreativi rumorosi e dispendiosi, i pomeriggi a casa di amici che possono accedere a Internet o che sono soli in casa. Non nego che la scena che a volte capita sia molto simile a questa e la mia risposta abbia il tono sarcastico del protagonista:

Ammetto, tuttavia, di non possedere il fascino di Clark Gable. Ne i baffi.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DAL BLOG SEI DI TUTTO

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