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L’invidia: quella carie spirituale che avvelena le relazioni e distrugge la comunione.

ENVY
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In libreria il libro di don Aldo Buonaiuto e fra Emiliano Antenucci sull’invidia che risponde all’appello di papa Francesco: prendere coscienza e combattere questo vizio capitale che ferisce la comunione all’interno della Chiesa provocando tristezza e amarezza.

Dice la Scrittura che: «Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono» (Sap 2,23-24).
Tutti gli uomini, prima o poi, in un modo o in un altro, fanno esperienza del male causato dall’invidia. Sia che invidino qualcun altro, sia che siano essi stessi oggetto dell’invidia altrui. È un esperienza concreta in cui spesso, troppo spesso rimaniamo intrappolati, anche inconsapevolmente.

Le parole della Sapienza sottolineano la gravità di quello che può sembrare un semplice ed innocuo sentimento di delusione provocato dal confronto con chi sembra più fortunato di noi. Non è semplicemente così: la Scrittura sottolinea che all’origine dell’invidia c’è il diavolo (che di mestiere odia e divide) e che a causa della sua invidia l’uomo, destinato fin dalla creazione ad essere immortale ed incorruttibile è costretto a fare esperienza della morte e della corruzione. Il primo peccato di Satana è l’invidia: non accetta il primato di Dio, la creazione dell’uomo “a sua immagine e somiglianza” e l’incarnazione. Per questo si ribella.

Molti passi dell’Antico Testamento parlano con estrema severità della pericolosità dell’invidia per la vita spirituale. L’invidia – definita «carie delle ossa» (Pro 14,30) – rompe infatti ogni relazione con l’altro mentre rende l’uomo miserevole e meschino davanti a Dio. È l’esperienza di Adamo ed Eva che, indottrinati da Satana, invidiano Dio perché impedirebbe loro di diventare come Lui, ma anche l’esperienza del loro figlio Caino che invidia Abele perché Dio preferisce la sua offerta. Vittima dell’invidia è Rachele che «vedendo che non le era concesso di procreare figli a Giacobbe, divenne gelosa della sorella» (Gn 30,1). Per invidia Giuseppe, figlio prediletto di Giacobbe, si troverà venduto agli stranieri come uno schiavo dai suoi stessi fratelli (Gn 37,3-34).

Diversi passi dei libri sapienziali mettono in guardia il credente dal pericolo di invidiare i malvagi (Sal 37,1; Pro 3,31; 23,17; 24,1.19). Invidiare i peccatori vuol dire credere che l’empio prospererà per sempre mentre al giusto attenderanno solo ristrettezze e sofferenze. È, in fondo, una mancanza di fiducia in Dio e tradimento della sua alleanza. Dietro ad ogni tipo di invidia c’è il rifiuto della propria storia, il rifiuto della croce e la superbia di credere che a noi spetti di meglio, credere che, in fondo, meritiamo di più. Al contrario i santi insegnano cosa sia la vera umiltà, unico vero rimedio all’invidia: scegliere l’ultimo posto, considerarsi peggiore degli altri, al contrario, considerare gli altri superiori a se stessi seguendo l’esempio di Gesù che, pur essendo Dio, si umiliò fino alla morte riservata ai malfattori (Fil 2,5-8).

Fin dalla sua nascita Gesù fu vittima dell’invidia: per l’invidia di Erode, tetrarca della Giudea, la Sacra Famiglia fu costretta a fuggire in Egitto. Cristo stesso fu consegnato alla morte per l’invidia dei sacerdoti e degli anziani del popolo. Pilato «sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia» (Mt 27,18). E i suoi discepoli, gli apostoli, subirono l’invidia dei sacerdoti e dei sadducei mentre predicavano il Vangelo e operavano miracoli tra le genti (At 5,17; 12,3). Quando, ad Antiochia di Pisidia, Paolo e Barnaba annunciavano il Kerigma ad una folla riunitasi attorno a loro di sabato «i giudei furono pieni di invidia e contraddicevano le affermazioni di Paolo bestemmiando» (At 13,45).

I Padri della Chiesa hanno riservato parole durissime contro l’invidia e la sua portata distruttrice: sant’Agostino la definisce «peccato diabolico» mentre secondo san Gregorio Magno «dall’invidia nascono l’odio, la maldicenza, la calunnia, la gioia causata dalla sventura del prossimo e il dispiacere causato dalla sua fortuna». Per Giovanni Crisostomo, l’invidia è il peggiore dei vizi perché «giunge al punto di augurare un male grave al prossimo» e ciò è un «atto opposto all’amore fraterno».

Le vite dei santi ci offrono un esempio lampante di quanto l’invidia sia diffusa anche all’interno della Chiesa. Molti di loro furono invidiati per le loro virtù, per la loro fede e per le loro opere, persino dai loro stessi vescovi, dai superiori e dai confratelli. Padre Pio è uno dei più noti esempi di come l’invidia sia subdola e di quante sofferenze è capace di arrecare a chi la subisce.

La vita familiare e comunitaria è viziata dall’invidia tra fratelli e amici. I successi degli altri sono spesso visti come una sconfitta e una beffa, mentre si finisce per rallegrarsi per insuccessi altrui. Un successo professionale (un nuovo contratto, un aumento di stipendio, un riconoscimento, una pubblicazione) è spesso causa di invidia tra amici e colleghi. Ma non sono solo i beni e i successi materiali a provocare invidia. Molto spesso una grazia o un dono ricevuto (come un figlio, un fidanzamento, un’amicizia solida, una situazione familiare serena…) provocano sentimenti negativi in chi vede in questi doni il proprio fallimento e non riesce a rallegrarsi con l’altro.

Papa Francesco ha parlato più volte dell’invidia definendola un “veleno mortale” che rattrista l’anima e mette in cattiva luce il prossimo: «L’invidia è un peccato brutto che cresce come erba cattiva ed esiste anche nelle nostre comunità cristiane tra chi usa la lingua per uccidere gli altri. L’invidia stermina perché non tollera che un altro abbia qualcosa che io non ho. L’invidioso soffre sempre perché il suo cuore desidera la morte degli altri, quindi è sofferente. Anche io cerco sempre se nel mio cuore c’è qualche traccia di invidia che porta sempre alla morte e non mi rende felice». E ancora «L’invidia provoca amarezza dentro, è aceto sul cuore. Gli invidiosi hanno uno sguardo amaro».

Raccogliendo l’invito del Papa a prendere coscienza e a combattere questo vizio capitale che ferisce la comunione nella Chiesa, don Aldo Buonaiuto (sacerdote della comunità Giovanni XXIII) e fra Emiliano Antenucci (francescano abruzzese) hanno pubblicato un libro intitolato Invidia, veleno mortale (Effatà edtrice, 2019) per aiutarci ad approfondire e ad affrontare questo dannoso peccato. La loro esperienza come Missionari della Misericordia li ha condotti a conoscere in maniera più approfondita le periferie del cuore umano, ferito dal peccato ma costantemente visitato dalla misericordia divina. Ne emerge un’ «intensa meditazione a due voci» – come afferma Giacomo Galeazzi nella premessa – un «denso, illuminante viaggio nella profondità insondabile dell’animo umano, con il sostegno delle Scritture e della concreta esperienza pastorale sul campo». Una lettura allo stesso tempo agile e profonda, utile per riflettere e prendere coscienza della nostra debolezza, nostre invidie e di quello che significano per il nostro rapporto col prossimo e con Dio. Con questo libro sull’invidia, fra Emiliano Antenucci conclude la sua trilogia sui “mali della Chiesa” ispirata alle catechesi di papa Francesco. I primi due libri (“Non sparlare degli altri” e “Chi calunnia uccide”), che si occupano del tema del giudizio e della maldicenza, sono stati apprezzati molto dal Sommo Pontefice che ha li ha fatti distribuire a tutti i suoi dipendenti in Vaticano.

 

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